Vent’anni di «Dialoghi» e oltre

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A vent’anni dalla pubblicazione del primo numero, ricostruiamo con i direttori fin qui succedutisi la strada percorsa e le sfide affrontate. Fra gratitudine e promessa, «Dialoghi» vuole continuare ad essere una “fabbrica di cemento”, un cantiere aperto per aiutare a trasformare le pietre in una città.

«“Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento” (Gen 11,3). Non basta il cemento per costruire la città, ma, a volte, quando le pietre non mancano, il cemento può risultare prezioso. Questa rivista vuole essere una modesta, ma preziosa “fabbrica di cemento”, un cantiere a cielo aperto per aiutare, insieme con altri cantieri (speriamo molti altri), a trasformare le pietre in città. Una città che non si lasci corrompere dal miraggio diabolico di potersi innalzare con le proprie forze al di sopra di se stessa, fino a cancellare ogni distanza tra la terra e il cielo. È possibile costruire una città in cui vivere bene, in cui il prossimo e lo straniero, l’uomo e la donna, il vecchio e il bambino, il credente e il non credente possano incontrarsi e scambiarsi gesti profetici d’ospitalità e d’amicizia. Il dialogo, che è la cifra inconfondibile della fraternità, ne rappresenta la condizione indispensabile. E la fraternità, quando è autentica, non è mai una fuga dalla verità: è il suo volto originario».

Queste parole sono tratte dall’editoriale del primo numero della rivista «Dialoghi», che nasceva nel 2001 sotto la direzione di Luigi Alici. Dal n. 3/2005 la rivista è stata poi diretta da Luciano Caimi, successivamente dal n. 4/2009 da Piergiorgio Grassi e infine dal n. 1/2017 da Pina De Simone. A rendere possibile l’ideazione e la elaborazione di ogni numero, fin dall’inizio è stato lo straordinario lavoro del comitato di direzione – coadiuvato dall’apporto della redazione –; un vero e proprio laboratorio di pensiero con competenze diverse ma con la stessa passione per l’annuncio del Vangelo e l’impegno culturale; una fucina di idee e, soprattutto, una trama di relazioni fatta di stima, di amicizia e di condivisione profonda.
A distanza di vent’anni da quel primo numero, proiettandoci in un futuro da costruire insieme, proviamo a ricostruire con i direttori fin qui succedutisi la strada percorsa e le sfide affrontate.
È ancora Luigi a richiamare le ragioni congiunturali, ma non solo, che ispirarono il nascere di «Dialoghi». «La rivista intercettava un desiderio di novità, che il vento del nuovo millennio sembrava promettere, prima che la gelata dell’11 settembre facesse esplodere tragicamente antichi nodi irrisolti. L’Azione cattolica, impegnata in un percorso di rinnovamento sotto la presidenza di Paola Bignardi, aveva deciso di contribuire al “Progetto culturale” espresso dalla Conferenza episcopale, dando vita a una nuova rivista, che raccoglieva l’eredità di “Presenza pastorale”, rivolta principalmente agli assistenti, e di “Orientamenti sociali”, promossa in collaborazione con gli Istituti “Paolo VI” e “Vittorio Bachelet”».
Nel 2005 a Luigi Alici – da quell’anno presidente nazionale dell’Ac – subentra quale nuovo direttore Luciano Caimi. Il compito viene assunto in «continuità programmatica» con il percorso sin lì svolto.
Viene confermata e mantenuta l’articolazione interna dei fascicoli con al centro il Dossier tematico. Motivo rilevante della programmazione rimane il tema, allora annuale, dei quattro Dossier.
«Con i problemi intra-ecclesiali – ricorda Luciano – restavano in evidenza anche quelli della società civile. Riguardo all’Italia, a una Chiesa in ricerca delle vie più consone per comunicare/testimoniare il Vangelo, faceva riscontro un’immagine di paese con profonde lacerazioni interne.
La politica arroventava il clima sociale, insistendo, soprattutto nelle formazioni di centrodestra, su registri comunicativi di matrice populistica (polemica anti-immigrati, sospettosità verso l’islam). Fragili alleanze come quella di centrosinistra, vincitrice di un soffio nelle elezioni del 2006, non lasciavano presagire nulla di buono per la stabilità del paese e la soluzione dei suoi problemi (economia e lavoro in primis), tant’è che due anni dopo si assistette all’anticipato ritorno alle urne, con vittoria della compagine sconfitta nella precedente tornata.
Osservatrice attenta degli eventi ecclesiali e civili domestici, la rivista non mancava però di allargare gli orizzonti sullo scenario mondiale, dove pace e guerra, terrorismo e sottosviluppo dettavano l’agenda.
A livello nazionale andava intanto montando la rivendicazione dei diritti individuali, con al centro questioni laceranti (“fine vita”, coppie “di fatto”) anche dentro il mondo cattolico, dove, fra l’altro, ferveva il dibattito sui cosiddetti “valori non negoziabili”.
La linea di “Dialoghi” restava quella dell’analisi vigile, con la preoccupazione di fornire al lettore validi criteri di discernimento. I Forum annuali si rivelarono occasioni importanti per l’approfondimento dei temi da riprendere poi nelle rispettive annate della rivista».
Gli anni che vanno dal 2009 al 2017 hanno visto direttore Piergiorgio Grassi. Sono stati anni in cui il comitato di direzione di «Dialoghi» ha affinato la propria capacità di leggere i segni dei tempi. «Eventi su scala mondiale – scrive Piergiorgio – hanno dato il senso di un delicato e rischioso “passaggio d’epoca”: un  mutamento rapido ed esteso, generatore di speranze e di paure.
Nel contesto di una globalizzazione mal governata, l’aggravarsi di una crisi economica apriva ampi spazi alla speculazione finanziaria e costringeva i governi ad assumere misure di austerità che penalizzavano il mondo del lavoro e le generazioni più giovani.
Non sono mancate conseguenze sulla vita politica italiana ed europea: la difficoltà dei partiti nel far fronte agli imprevisti, l’avvento di un governo di cosiddetti tecnici, l’urgenza di riforme istituzionali, malamente costruite e abortite per via referendaria, l’affermarsi di un movimento di opinione pubblica dichiaratamente antipolitico che metteva in discussione sia la democrazia rappresentativa sia l’appartenenza all’Europa. Si trattava di un diffuso euroscetticismo, alimentato da partiti e movimenti che chiedevano la secessione dall’Unione europea, l’abbandono della moneta unica, il ritorno ad uno Stato chiuso e sovrano. Ma tutto il contesto internazionale era in movimento: sull’altra sponda del Mediterraneo, mentre sfiorivano le “primavere arabe”, si installavano regimi duramente autoritari e scoppiavano sanguinosi conflitti regionali, con pesanti interferenze di Cina, Russia e Stati Uniti. Senza dimenticare i campanelli d’allarme che venivano (e vengono) dal creato, con la raggiunta consapevolezza che esiste una relazione stretta tra questioni ambientali e questioni sociali.
La Chiesa stessa si è trovata ad affrontare inattese situazioni: l’affermarsi di un diffuso pluralismo religioso, le sfide di una cultura altamente individualistica, la diminuzione progressiva di consacrati e praticanti e l’emergere al suo interno di gravi problemi di ordine morale e organizzativo. Si riapriva il dibattito sul significato del Concilio Vaticano II e sulla sua incompiuta realizzazione, sulla necessità di dare forma ad una Chiesa davvero sinodale. Le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di papa Francesco erano insieme espressione delle difficoltà incontrate e il profilarsi di una nuova stagione nel segno di una Chiesa che riprendeva i dettami conciliari misurandoli con le inedite situazioni. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium è indubbiamente il manifesto di una Chiesa convertita al Vangelo che incontra le donne e gli uomini alle prese con le inaudite contraddizioni della storia. Se si sfogliano le pagine di “Dialoghi” appare evidente lo sforzo di orientare gli editoriali, i primi piani, le rubriche, i libri recensiti, i profili di personalità eminenti, alla comprensione delle tante svolte in atto, in vista di un impegno efficace e testimoniale, accanto e con gli uomini e le donne di buona volontà. Riconciliazione e fratellanza risultavano essere le nuove frontiere».
L’ultimo tratto di strada fin qui percorso dalla nostra rivista è all’insegna della Evangelii gaudium, nella linea di una Chiesa in uscita e di una capacità di ascolto della storia e della vita delle persone. Continua la grande sfida di una cultura popolare alta che aiuti ad assumere il “dovere di pensare” per stare dentro la realtà con responsabilità e coraggio, e non smettere di sognare. Continua il dialogo a tutto campo tra prospettive disciplinari diverse all’interno di ogni numero della rivista e il confronto con mondi culturali diversi, attraverso i tanti autori coinvolti nella stesura degli articoli e le questioni affrontate. Il tema delle religioni e dell’esperienza religiosa, in particolare, è al centro dell’attenzione.
Così come in primo piano sono i temi della vita comune, le domande che l’attraversano, unitamente alle grandi questioni dello scenario internazionale rispetto alle quali la rivista non manca di offrire criteri di lettura ed elementi di comprensione.
Cresce ancor più la volontà di comunicare, di raggiungere un numero sempre più ampio di interlocutori e di coinvolgere sempre più decisamente giovani competenze. Cambia la veste grafica della rivista e soprattutto nasce il sito di «Dialoghi», fino all’attivazione recentissima del blog. Insieme all’editrice Ave e alla presidenza nazionale di Ac sperimentiamo i dialoghi online come spazio di confronto aperto a tutti nel tempo del distanziamento forzato.
Il cambiamento d’epoca lo avvertiamo come non mai. La pandemia in particolare è stata come uno tsunami che ha stravolto un assetto di vita apparentemente solidissimo ed equilibri politici ed economici che sembravano insostituibili. La grande sfida è ora pensare al tempo che viene con una rinnovata capacità progettuale, non sprecare la crisi che stiamo vivendo ma saperla trasformare in una feconda provocazione. «Dialoghi» è pronta ad affrontare questa sfida.
Chiudiamo questo editoriale con le parole di Luigi, che danno voce ai sentimenti di tutti noi: «La fortuna di aver partecipato all’ideazione, alla gestazione e alla crescita continua di una rivista che oggi taglia felicemente il traguardo dei vent’anni, si traduce per noi in un rinnovato impegno di fedeltà al disegno originario.
Fra gratitudine e promessa: oggi più che mai abbiamo bisogno di una “fabbrica di cemento”, capace di immettere fermenti profetici di ospitalità e di amicizia, di fraternità e di verità in una città che è sempre in bilico tra Babele e Gerusalemme».