Next Generation EU. Più digitali, innovativi, sostenibili

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Next Generation EU è la nuova sfida europea. Un fondo approvato dal Consiglio europeo al fine di sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di Covid-19.
Una sfida innovativa che mira decisa alla ripresa dalla crisi e alla costruzione di un’Europa moderna e sostenibile.

La “svolta” europea: Next Generation EU
Negli ultimi anni, più volte l’Unione europea è stata messa a dura prova da crisi finanziarie e recessioni economiche, crisi politiche e sociali che ne hanno messo a rischio la sopravvivenza.
La pandemia rappresenta una sfida epocale con un blocco produttivo di straordinarie proporzioni, che ha già portato a misure sul piano economico, sociale e di sanità pubblica senza precedenti. L’Unione europea dall’inizio dell’emergenza ha fatto molto, in particolare per il forte impulso offerto dall’impegno della Banca centrale europea. La vera svolta epocale è stata la scelta, frutto di un primo accordo franco-tedesco e fatta propria dalla Commissione europea, di reperire risorse dai mercati finanziari attraverso l’emissione di debito garantito Ue (Recovery bond) per sostenere la ripresa dei paesi più colpiti dal Covid.
Il programma, dal significativo nome di Next Generation EU, mette a disposizione dei paesi europei 390 miliardi di trasferimenti e 360 miliardi di prestiti. Per accedere a tali fondi, gli Stati membri dovranno presentare, entro aprile 2021, i propri progetti e investimenti alla Commissione europea, che ne approverà la sostenibilità.
Tra gli elementi di innovazione rispetto al passato, è da sottolineare in primo luogo il passaggio dal debito al trasferimento: dare la possibilità di finanziare l’intervento pubblico nell’economia, che si rende necessario per contrastare le conseguenze della pandemia, attraverso l’accesso a fondi diretti trasferiti dall’Unione, e non solo emettendo propri titoli di Stato, è certamente una facilitazione.
Perché sarà l’Unione a indebitarsi per conto dei paesi, godendo di condizioni più favorevoli sui mercati. In secondo luogo, la suddivisione avverrà in base a un principio solidaristico, non attribuibile ovviamente al mero altruismo, quanto alla consapevolezza delle interconnessioni profonde tra le economie degli Stati membri: per cui chi ha più bisogno riceverà di più indipendentemente dal peso della sua economia.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr): la sfida italiana
L’Italia è il paese che di gran lunga riceverà di più con circa 223 miliardi complessivi (in tal senso l’impegno di tessitura a livello europeo del nostro governo è stato importante). La sfida italiana dei prossimi anni – anche tenendo conto dell’instabilità politica che caratterizza il nostro paese – è fortemente legata alle scelte relative alle modalità di utilizzo di questi fondi. Il Pnrr italiano, che si basa sul Piano di rilancio discusso in occasione degli Stati generali, si fonda su sei missioni, ovvero sei grandi capitoli di spesa: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione; salute. Queste missioni raggruppano sedici componenti volte a realizzare gli obiettivi economico-sociali definiti nella strategia del governo. Le componenti si articolano in quarantasette linee di intervento per progetti omogenei e coerenti. Per ciascuna missione, inoltre, sono indicate le riforme necessarie a una più efficace realizzazione della stessa.
Guardandolo nel suo complesso, il Piano sembra quasi onnicomprensivo, se si pensa ad esempio che il piano tedesco si articola in dieci progetti, con il conseguente rischio di dispersione di tali risorse per cercare di accontentare tutti i soggetti interessati. Rispetto alle prime bozze, si registra un notevole miglioramento del Piano: il numero di progetti è stato essenzializzato e la parte dedicata
agli investimenti è salita al 70% a discapito dei bonus e degli incentivi, potendo generare indubbiamente una maggiore crescita del Pil (si stima fino al 3% in più).
L’obiettivo più rilevante del Piano è quello di accelerare la transizione ecologica e la digitalizzazione, a cui sono destinate le risorse più rilevanti, rispettivamente 69,80 e 46,30 miliardi. La transizione
ecologica è legata all’efficientamento energetico, all’incentivo alla mobilità sostenibile, all’acciaio verde (ovvero la riconversione dei forni Ilva con produzioni a base di idrogeno) e alla creazione degli impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti.
Per quanto riguarda la digitalizzazione e l’innovazione, viene dato ampio spazio alla cosiddetta Transizione 4.0. Dato l’alto stanziamento previsto e l’effetto leva potenziale sugli investimenti privati, questa azione sarà determinante anche per l’efficacia generale del Piano. La formulazione al momento risulta essere troppo generale per poter stimare una valutazione dell’efficacia.
Per quanto riguarda l’istruzione, vi è un importante investimento nel diritto allo studio e nel potenziamento della ricerca. Nel Piano, imponente per risorse stanziate, risultano alcune debolezze. Innanzitutto andrebbe aperta una riflessione sulla suddivisione della spesa per istruzione tra pubblico (Stato) e privato (famiglie), sempre più sbilanciata nel corso degli anni a discapito del privato.
Mancano ancora misure strategiche e strumenti che possano essere utili ad evitare l’esplodere delle disuguaglianze e a contrastare la povertà educativa a cui vanno destinate più risorse. Sarebbe necessario investire maggiormente sulla formazione, di qualità e aggiornata, del personale docente, per supportare la transizione digitale della scuola, così come su un piano integrato di edilizia scolastica che metta al sicuro le nostre scuole. Nello stesso tempo, a livello universitario i dati più recenti mostrano un calo delle immatricolazioni alle università. Occorre potenziare il sistema del diritto allo studio e favorire un rapporto più stretto tra scuola e università. Va perseguita, inoltre, una strategia nazionale che supporti la capacità delle imprese italiane di ricerca e innovazione, permettendogli di sviluppare soluzioni tecnologiche e organizzative innovative.
Parlando di lavoro, emerge un punto nodale del dibattito pubblico: quanto il Pnrr si occupa effettivamente dei giovani in linea anche con lo spirito racchiuso nello stesso titolo del piano europeo (Next Generation EU)? Osservando che solo 3,5 miliardi vengono investiti per le politiche attive del lavoro e la formazione e considerando che la Francia ne dedica circa 15 miliardi mentre la Spagna investe circa il 17,6 % per i giovani, risulta evidente che si deve fare ancora molto. Occorre ricordarsi (e spesso il dibattito pubblico è lacunoso su questo tema) che le nuove generazioni sono un elemento strategico per un paese, in quanto connaturato alla visione che si ha di esso. Un paese che non si cura dell’impoverimento dello stock di capitale più importante, rischiando di vedere sprecati tutti quei talenti e quelle risorse immateriali che ne fanno la ricchezza, avrà di conseguenza grandi limiti anche nel sostegno alla transizione digitale ed ecologica e alla crescita di lungo periodo.
L’Italia, che ha il livello di Neet più alto d’Europa (24%), è chiamata a rispondere alla sfida del divario generazionale: per farlo è necessaria una strategia generale sull’occupazione giovanile e nel contempo occorre dedicare sufficienti risorse alle politiche attive del lavoro, alla formazione e competenze digitali, al sostegno alle forme di imprenditoria giovanile, anche considerando il perdurare della crisi economica.
 
Il tema della governance
Un altro tema importante ed aperto è quello della governance del Piano, la cabina di regia che dovrà guidarlo. Diverse sono le architetture possibili, che dovrebbero garantire un coordinamento chiaro ed incisivo. Da un lato serve un collegamento rapido con il governo e, dall’altro, una struttura di coordinamento snella che dialoghi con le strutture centrali e regionali della pubblica amministrazione.
Il rischio sostanziale è che il costo del coordinamento e le molteplici sovrapposizioni che caratterizzano l’apparato burocratico italiano generino un eccessivo dispendio e una dispersione di risorse. Tenendo conto dei suoi evidenti limiti storici, è importante scommettere sulla pubblica amministrazione (che deve essere oggetto però di una seria riforma finanziata dal Recovery plan), valorizzando le competenze organizzative, tecniche, “di visione” dei giovani che affluiscono nella Pa in virtù del massiccio cambio generazionale. Se si sceglie di investire tout court su esperti esterni, si corre il rischio, al contrario, di demotivare ulteriormente la pubblica amministrazione; più profittevole è una mappatura delle competenze già presenti e la successiva ricerca all’esterno delle professionalità mancanti.
 
La necessità delle riforme
Nelle raccomandazioni al nostro paese, l’Unione europea sottolinea particolarmente la necessità di quelle riforme di sistema che hanno l’obiettivo di creare quell’ambiente più favorevole alla crescita economica e allo sviluppo, rimuovendo i vincoli che rischiano di ostacolarli. Nel Pnrr vengono enunciate alcune riforme di contesto: la riforma della giustizia, che attiene in particolare a rendere i processi civili più celeri, una riforma fiscale nella direzione di una maggiore equità, una riforma della pubblica amministrazione che la aiuti a rispondere alle sfide della digitalizzazione e dell’innovazione, una riforma del mercato del lavoro volta a tutelare in particolare le categorie più vulnerabili e una maggiore promozione della concorrenza, anche attraverso la revisione delle concessioni statali. Le riforme nel Pnrr vengono enunciate: occorrerà ora costruire progetti seri e di lungo periodo, perché l’investimento pubblico e un pacchetto di riforme possono divenire una leva importante per gli investimenti privati generando un conseguente effetto moltiplicatore.
 
La capacità progettuale
Il Next generation è un fondo per gli investimenti e non per le spese correnti: questo implica che l’accesso alle risorse sarà strettamente connesso ai progetti candidati dagli Stati per singole attività da finanziare. Anche la Corte dei conti ha sottolineato che la peculiarità del programma è quella di «rovesciare la prospettiva consueta di gestione dei fondi europei, prevedendo rimborsi a consuntivo non in base ai pagamenti effettuati, ma in base alla prova che le azioni programmate sono state realizzate e hanno prodotto i risultati attesi in termini di benessere economico e sociale».
Ad oggi sembra che il Pnrr italiano sia un elenco di sfide, ma non ancora di progetti. La visione c’è ed è chiara: un paese più digitale, più innovativo, più sostenibile. Il tema è provare a perseguire in modo organico e coerente questa visione, anche connettendo i diversi progetti, per creare maggiore valore aggiunto, senza cadere nell’estemporaneità delle azioni. Ad oggi, non è ben definito il quando e il come, né vengono stimati gli impatti puntuali sulla crescita italiana delle risorse ottenute.
La crisi politica che ha coinvolto l’Italia nel mese di gennaio 2021 ha avuto un duplice effetto. Da un lato ha rallentato la presentazione dei progetti, ma dall’altro ha anche migliorato la bozza del Piano, segno che una discussione nel merito aperta e dialettica può avere degli effetti positivi, se non si perdono tempo ed energie con tatticismi e piccoli interessi di parte.
In tal senso, infine, mi sembra importante che si assuma l’impegno della valutazione dell’impatto generazionale per ogni provvedimento pubblico al fine di verificarne la sostenibilità e l’equità intergenerazionale e di valutare gli effetti prodotti dalle politiche economiche e sociali intraprese non solo sul presente, ma anche sulla next generation.
 
 
(Testo consegnato il 10 febbraio 2021)