Frère Roger di Taizé, una vita di riconciliazione

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Un breve ritratto della personalità del fondatore della comunità ecumenica di Taizé in Francia, Roger Schutz-Marsauche.
Uomo di riconciliazione, amico dei giovani, frère Roger ha dato la sua vita per creare rapporti di comunione fra cristiani divisi e per porre segni di solidarietà in mezzo ad un mondo spezzato.

Come riconoscere il significato di una vita umana? Gli atti che qualcuno compie durante la propria esistenza sulla terra sono spesso germogli che porteranno frutto soltanto dopo la sua scomparsa. Questo è ancora più vero quando si tratta di un uomo come frère Roger, il fondatore della comunità ecumenica di Taizé.

La sua vita è stata legata al cammino della comunità che ha fondato ad un punto tale che è quasi impossibile distinguerli. In questo articolo, allora, cercherò di stabilire una sorta di fisionomia spirituale del nostro fondatore, che spiega anche alcune dimensioni importanti della vita della nostra comunità.
 
Elementi biografici
Nato il 12 maggio 1915 nel villaggio di Provenza, nella Svizzera romanda, il futuro fondatore della comunità di Taizé era il nono figlio di Charles Schutz, pastore della Chiesa riformata, e di Amélie Marsauche, d’origine francese. Dopo il suo ritorno alla fede in seguito ad una crisi religiosa da adolescente e un lungo periodo solitario di ripresa dalla tubercolosi, decise di studiare teologia, più per rispondere alla volontà del padre che per desiderio di un ministero parrocchiale. Attivo nel movimento degli studenti cristiani, si preoccupò per il crescente individualismo nella società, che aveva conseguenze anche nella Chiesa. Questo lo portò a esaminare l’antica tradizione della vita comunitaria e la sua possibile rilevanza per il nostro tempo.
Quando scoppiò la seconda guerra mondiale, Roger si sentì chiamato a lasciare la Svizzera neutrale e a recarsi in Francia per stare vicino alle vittime della guerra, oltre a continuare a riflettere sulla creazione di una comunità. Nell’agosto del 1940 acquistò una casa abbandonata in Borgogna, nel piccolo e isolato villaggio di Taizé. Per due anni vi accolse rifugiati, soprattutto ebrei in fuga dalla persecuzione nazista.
Tornato in Svizzera e costretto a rimanervi negli ultimi anni della guerra, incontrò tre altri giovani e insieme cominciarono una vita comune a Ginevra. Appena possibile la piccola comunità si spostò a Taizé, dove condusse una vita di impostazione monastica fatta di preghiera, lavoro e accoglienza. Nel 1949 i primi sette fratelli si impegnarono per la vita intera nella comunione dei beni, nel celibato e nell’accettazione di un’autorità. Roger fu scelto come priore, compito che svolse fino alla sua tragica morte, durante la preghiera serale per mano di una persona squilibrata, nel 2005 all’età di 90 anni.
Se i primi fratelli venivano dalla Chiesa riformata, oggi la comunità di Taizé è composta da un centinaio di fratelli provenienti da più di venticinque paesi e da diverse confessioni cristiane, cattolica, anglicana, luterana e riformata. La comunità vuole vivere una “parabola della riconciliazione” in mezzo a cristiani divisi e a un mondo spezzato. Negli ultimi cinquant’anni Taizé è diventato un luogo dove decine di migliaia di pellegrini, per lo più giovani adulti, vengono ogni anno per un’esperienza di preghiera, di riflessione e di vita comune in un contesto ecumenico e internazionale.
Frère Roger è stato autore di numerose opere di spiritualità tradotte in molte lingue.
 
La vita e le persone più che le idee
Il carattere del futuro fondatore di Taizé è stato segnato dalla priorità data alla vita e alle persone più che alle idee. Giungendo a Taizé nel 1940, frère Roger era animato dalla convinzione che necessarie non soltanto parole o concetti, affinché il messaggio di Gesù Cristo cambiasse il cuore degli uomini e animasse la società, ma segni concreti o, meglio, una vita che ne diventi segno. Era consapevole che, in Europa, l’esistenza di Gesù Cristo, del Vangelo, della Chiesa, non era ormai un segreto per nessuno, eppure questo non sembrava sufficiente per far sì che la fede fosse una realtà viva. Ciò che mancava era qualcosa di concreto che facesse capire che non si trattava soltanto di un’ideologia o una teoria, ma di una vita vissuta. Meditando sulle fonti cristiane, frère Roger era convinto che questo segno del Vangelo dovesse essere una vita in comunità, un gruppo di persone radicate in Dio, che vivessero una profonda unità tra loro a causa di Dio stesso. Questo ha condotto frère Roger a riscoprire l’antica tradizione monastica, sparita nelle Chiese della Riforma, adattandola per i nostri giorni.
Il fondatore di Taizé non aveva molta pazienza con parole che non s’incarnassero in atti. Di fronte ad un problema, cercava sempre un gesto concreto che poteva indicare una via di risposta. I cristiani non sono forse divisi in diverse confessioni, diminuendo così la forza d’irradiamento del Vangelo? Cominciamo allora a vivere insieme e a condividere ciò che è possibile, preghiamo e lavoriamo insieme e, a poco a poco, una via di riconciliazione si aprirà. Le spiegazioni verranno in seguito. Il mondo non è forse diviso tra una moltitudine di poveri e un numero ristretto di persone che godono un benessere estremo? Rechiamoci allora in piccoli gruppi di fratelli nei paesi poveri per stare con la gente, non con un programma per risolvere i loro problemi, ma per tentare di capirli e cercare delle soluzioni insieme. Non ci sono forse delle situazioni d’ineguaglianza e di guerra che creano l’immigrazione e la miseria? Accogliamo allora nel nostro villaggio di Taizé delle famiglie del Portogallo e della Spagna, poi della Bosnia, del Ruanda, e ultimamente del Sudan, della Siria e di numerosi paesi del Medio Oriente. Inviamo dei camion pieni di viveri e di medicine nell’ex Iugoslavia, in Corea del Nord... Non che lui pensasse che questi piccoli gesti bastassero per cambiare il mondo, ma voleva far capire che delle intuizioni che non entrano nella pratica non manifestano la fede in Cristo, perché questa fede non è una teoria ma una vita.
Frère Roger non amava molto le astrazioni, guardava prima alle persone che le incarnavano. La strada dell’amicizia era fondamentale per lui. Per questo poteva intrecciare rapporti di fiducia con
uomini apparentemente molto lontano della sua ottica, tra i quali il cardinal Ottaviani, prefetto del Sant’Uffizio al Vaticano, temuto da molti per la sua rigidità dottrinale. Dom Hélder Câmara, vescovo brasiliano difensore dei poveri e amico di frère Roger, paragonava il rapporto fra il priore di Taizé e il cardinale a quello di un bambino con un carabiniere! Alla fine degli anni Cinquanta è il cardinal Ottaviani a dare il permesso per un incontro fra pastori protestanti e vescovi cattolici a Taizé ed è stato lui stesso determinante affinché i cattolici potessero accedere alla preghiera di Taizé.
I momenti chiave del cammino umano e spirituale di frère Roger erano quasi sempre segnati da incontri personali. Il suo impegno per l’ecumenismo ricevette un impulso importante, nei suoi primi anni a Taizé, attraverso il contatto con l’abbé Paul Couturier, prete lionese che era un pioniere dell’ecumenismo e fondatore in Francia della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
L’incontro più significativo in questo senso fu senz’altro quello avuto nel 1958 con papa Giovanni XXIII appena eletto, per iniziativa dell’arcivescovo di Lione, il cardinal Gerlier. L’intesa fra questi due uomini, papa Roncalli e frère Roger, è stata immediata, nonostante differenze significative d’origine e di formazione. Frère Roger parlava di quell’incontro come di una seconda fondazione della comunità, perché apriva enormi prospettive per la ricerca dell’unità fra i cristiani.
 
Una visione universale
L’amicizia con papa Giovanni rinforzò un’altra convinzione che ha sempre animato frère Roger: che il Dio di Gesù Cristo non esclude nessuno dal suo amore e con il Cristo una sorgente di vita universale è entrata nella storia umana. Il fondatore di Taizé si riferiva spesso all’ultima udienza con san Giovanni XXIII, poco prima della morte del Papa. I fratelli cercavano dalla bocca del Papa un testamento spirituale per il futuro della comunità. Facendo più volte con le sue mani dei gesti circolari, il Santo Padre precisò: «La Chiesa cattolica è fatta di cerchi concentrici sempre più grandi, sempre più grandi». Se frère Roger è sempre stato molto attento ai due grandi doni della Chiesa cattolica, che sono l’Eucaristia come luogo di unanimità e il ministero di un pastore universale, è proprio perché essi esprimono la vocazione della Chiesa ad essere non un gruppo ristretto, ma il sacramento universale di salvezza. Secondo lui, per essere veramente se stessa la Chiesa doveva apparire come una famiglia aperta a tutti e ogni forma d’esclusione non poteva che deformarne il volto.
La visione universale di frère Roger si esprimeva con due parole a lui molto care – l’accoglienza e l’ascolto. A Taizé la vocazione ecumenica ha sempre significato in primo luogo l’accoglienza di tutti.
Nei primi anni questo voleva dire offrire ospitalità agli ultimi della società – le vittime della guerra, gli orfani, i prigionieri. Più tardi è stata soprattutto l’accoglienza dei giovani, cominciata in un momento in cui le nuove generazioni non venivano prese sul serio – e talvolta anche temute – nella società e nella Chiesa. Frère Roger invece, ricordando la propria gioventù, pensava che i giovani avessero qualcosa da dire. E lui voleva essere all’ascolto, come avrebbe voluto essere ascoltato quando lui stesso era giovane. Nei difficili anni postconciliari egli rimase convinto che l’ascolto delle aspirazioni dei giovani avrebbe potuto aiutare la Chiesa ad avanzare maggiormente sul cammino della riconciliazione ed essere più autentica. Aveva una grande fiducia nelle giovani generazioni e questa fiducia è stata largamente ricambiata.
 
Gioia, semplicità, misericordia
Queste tre parole, prese dalla Regola di Taizé scritta da frère Roger agli inizi degli anni Cinquanta, sono molto adatte per ricapitolare la sua fisionomia spirituale. Prima, la misericordia. Egli aveva la certezza che una strada privilegiata per trasmettere il mistero del Dio di Gesù Cristo è quella dello spirito di misericordia o, per utilizzare un’espressione sempre più cara a lui, la bontà del cuore. Il fondatore di Taizé sapeva che per molte persone, e specialmente per parecchi giovani, la strada verso la fede è ostacolata dall’immagine di Dio come un giudice severo. Sapeva inoltre che il cristianesimo ridotto ad uno stretto moralismo non aiuta le persone ad aprirsi al messaggio evangelico. Quindi, per far riscoprire la fede come una buona notizia di liberazione, per frère Roger era essenziale privilegiare la bontà del cuore. L’immagine che molti giovani hanno di lui è sicuramente quella di un uomo circondato da bambini durante la preghiera comune, una persona a cui poter confidare ciò che pesava sui loro cuori e, negli ultimi anni, ricevere una semplice benedizione, la sua mano posta sopra il loro capo. Certo, come papa Giovanni prima di lui, frère Roger non ignorava il fatto che la bontà potrebbe essere compresa da alcuni come ingenuità o debolezza, ma aveva fiducia nella potenza dello Spirito Santo, che opera attraverso ciò che è debole agli occhi umani.
Poi la semplicità. Come abbiamo già accennato, frère Roger non amava i grandi discorsi che rimanevano teorici. Il suo atteggiamento era fondamentalmente anti-ideologico. Quante volte mi è successo, cercando di spiegargli qualche concetto teologico, sentire la risposta: «Cosa vuol dire questo per la nostra vita?». Poi questa semplicità si estendeva allo stile di vita della comunità. Nella Regola di Taizé il fondatore di Taizé non parla di povertà, per lui una nozione ambigua, ma piuttosto di semplicità e di comunione dei beni.
E per finire la gioia, un atteggiamento che colpiva tutti quelli che lo incontravano. Può sorprendere sapere che questa gioia non era una questione di temperamento, di carattere: aveva anche un lato inquieto, qualche volta ansioso. Guardava con diffidenza un entusiasmo troppo superficiale che occultava le vere difficoltà. Si vedeva invece in lui una gioia serena, frutto di una lotta interiore per «rimanere in Cristo», come ha scritto nella Regola. Con gli anni questa gioia serena è diventata abituale e rendeva la vita bella per tutti quelli che gli stavano attorno.
 
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Testi scelti dagli scritti di frère Roger di Taizé
 
Istituendo a Taizé una vita comune, non abbiamo voluto altro se non riunire degli uomini che si impegnino sulle orme del Cristo ad essere un segno esistenziale dell’unità della Chiesa.
Una vita di comunità realizza un microcosmo di Chiesa, dà un’immagine ridotta che contiene tutta la realtà della Chiesa. Così l’umile segno di una comunità può avere una risonanza che supera di molto il limite degli uomini che la compongono.
Più che di idee il mondo, oggi, ha bisogno di gesti visibili. Nessuna idea troverebbe credito se non fosse incarnata da una realtà visibile, altrimenti non sarebbe che un’ideologia. Per quanto debole sia il segno, quando è una realtà di vita acquista il suo valore.
(Frère Roger di Taizé, Dinamica del provvisorio, Morcelliana, Brescia 1967, p. 89).
 
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Oggi come non mai la vita comune, se è imbevuta della linfa che le è propria, se è ricolma della freschezza di vita fraterna che la deve qualificare, può essere un lievito nella pasta. Essa contiene in potenza una forza esplosiva, capace di sollevare montagne di indifferenza e di apportare agli uomini un tipo insurrogabile di presenza del Cristo.
Nei periodi più oscuri, molto spesso un piccolo numero di donne e di uomini, sparsi nel mondo, sono stati capaci di rovesciare il corso delle evoluzioni storiche, perché speravano contro ogni speranza.
Ciò che sembrava destinato alla disgregazione è entrato allora nella corrente di un dinamismo nuovo.
(Frère Roger di Taizé, Unanimità nel pluralismo, Morcelliana, Brescia 1967, pp. 14-15).
 
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Entrando nel terzo millennio riusciamo a comprendere che, duemila anni fa, Cristo è venuto sulla Terra non per creare una nuova religione, ma per offrire a ogni essere umano una comunione con Dio?
Il secondo millennio è stato quello in cui molti cristiani si sono separati gli uni dagli altri. C’impegneremo da ora, sì senza tardare, dall’inizio del terzo millennio, a compiere tutto il possibile per vivere in comunione e costruire la pace nel mondo?
Quando i cristiani vivono in grande semplicità e nell’infinita bontà del cuore, quando sono attenti a scoprire la bellezza profonda dell’animo umano, sono portati a essere in comunione gli uni con gli altri nel Cristo e a diventare cercatori di pace in ogni parte della terra.
(Frère Roger di Taizé, Una fiducia molto semplice. Antologia dagli scritti, a cura di M. Fidanzio, San Paolo, Milano 2004, pp. 74-75).
 
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Semplificare non significa mai scegliere un rigorismo glaciale, senza benevolenza, tutto pieno di giudizi su coloro che non hanno il nostro stesso punto di vista. Se la semplicità di vita fosse sinonimo di cupezza, come potrebbe aprire al Vangelo? Lo spirito di semplicità traspare nei segni di gioia serena ed anche attraverso un cuore allegro. Semplificare è un invito a disporre il poco che si ha nella bellezza semplice della creazione.
(Frère Roger di Taizé, In te la pace del cuore, Elledici, Torino 1997, p. 15).
 
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Se la festa scomparisse dal mondo degli uomini...
Se un bel mattino ci svegliassimo in una società ben organizzata, funzionale, soddisfatta, ma vuotata da ogni spontaneità...
Se la preghiera dei cristiani diventasse un discorso tutto cerebrale, secolarizzato al punto da annullare il senso del mistero, della poesia, senza più nessuno spazio possibile per la preghiera del corpo, per la intuizione, per l’affettività...
Se la coscienza oppressa dei cristiani rifiutasse una felicità offerta da Colui che, sul monte delle Beatitudini, sette volte dichiara “beati”...
Se gli uomini dell’emisfero nord, sfiatati nell’attivismo, non trovassero più quella sorgente a cui attingere lo spirito di festa: una festa ancora viva nel più profondo dell’uomo dei continenti del sud...
Se la festa si cancellasse dal corpo di Cristo, la Chiesa vi sarebbe ancora sulla terra un luogo di comunione per tutta l’umanità?
(Frère Roger di Taizé, La tua festa non abbia fine, Morcelliana, Brescia 1971, pp. 11-12).
 
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Quando la Chiesa, instancabilmente, ascolta, guarisce, riconcilia, essa diviene ciò che di più luminoso è in se stessa, una comunione d’amore, di compassione, limpido riflesso del Cristo risorto.
Mai distante, mai sulla difensiva, liberata dalle rigidità, essa può diffondere l’umile fiducia della fede fin nei nostri cuori.
(Frère Roger di Taizé, In te la pace del cuore, Elledici, Torino 1997, p. 14).