Aver fede

di 

C'è un film su RaiPlay uscito in piena pandemia che fa sorridere e pensare. Diretto da Giorgio Pasotti, si intitola Abbi fede ed è la storia di un giovane prete, irriducibilmente credente, che dinanzi alle tragedie della sua vita personale e della vita di chi incontra sul suo cammino mantiene una inossidabile fiducia sulla possibilità di un esito positivo, leggendo ciò che accade con uno sguardo che coglie solo il positivo o quello che lui vorrebbe fosse tale. Ingenuità, cecità, volontà di mistificazione della realtà per paura di soffrire e per non ammettere l’esistenza del male e del negativo? Che cosa c’è alla base di questo atteggiamento che nel film provoca in chi ha tutt’altro sguardo sulla realtà una reazione di stizza o di rabbia fino alla risposta violenta nei suoi confronti? È una storia che fa riflettere; anche perché si conclude, sorprendentemente, con la vittoria del suo “aver fede” sul realismo spietato tanto del medico razionalista ad oltranza quanto dello squadrista violento che, contagiato da tanto candore, cambia vita. Una fede oltre ogni evidenza che dapprima irrita, ma poi contagia e, soprattutto, trasforma la vita delle persone, cambia segno alla realtà volgendola ad un bene oggettivamente impensabile.

Ma che cosa vuol dire aver fede? Come la fede ci fa leggere la realtà? Come ci aiuta a comprendere quello che accade e a saperlo affrontare? E quando tutto sembra precipitare, quando sperimentiamo una sofferenza di cui non si intravede il termine, c’è ancora posto per la fede? Queste domande sono affiorate con una intensità inedita nel tempo che stiamo vivendo.

La pandemia ha sicuramente messo alla prova la fede, potremmo dire tutte le fedi e il credere come tale. Come continuare a credere e in che cosa credere quando il nostro sistema di vita vacilla messo in crisi da un nemico invisibile, quando la fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive» della scienza e della tecnica, ma anche la prospettiva di una vittoria sulla sofferenza e sulla morte, appaiono negate dagli eventi? C’è un senso in questa sofferenza che incombe e ci attanaglia? E che cosa c’entra Dio, qualunque sia il suo nome?

Quando poi la fede in questione è la fede in Gesù Cristo morto e risorto e nell’amore infinito di Dio per ogni uomo che in Lui si è manifestato per noi, le domande si fanno ancora più pressanti. Sono domande antiche che non nascono certamente oggi, ma che in un mondo sicuro di sé e spavaldamente proteso verso il futuro, che aveva escluso la considerazione della morte dal proprio orizzonte e relegata la sofferenza di popolo a spazi geografici marginali o lontani, riemergono con ineludibile forza.
Domande alle quali non si può rispondere unicamente richiamando le teorie filosofiche o teologiche di giustificazione del male, o recuperandone l’argomentazione. Perché ciò che spinge a interrogarsi in tal senso non è il gioco dei principi e la concatenazione delle idee, ma la concretissima esperienza che viviamo e che ci accomuna come forse mai prima. Da questo ordine di considerazioni nasce il Dossier che proponiamo.
Non una riflessione che percorre i sentieri della teodicea antica e nuova, e che pure ha sicuramente bisogno di essere costruita con intelligenza1, ma un fermarsi a riflettere su che cosa vuol dire “aver fede” oggi, in questo particolare momento storico, provando a individuare alcune delle questioni con cui si misura la fede dentro la concretezza dell’esperienza.
Si tratta di chiedersi allora, prima di tutto, se l’esperienza sia un luogo in cui la fede può trovare provocazioni e intuizioni da cui lasciarsi attraversare perché ad essa non estranei. Se l’esperienza possa dire qualcosa alla nostra fede e in che modo. Tutto dipende, ovviamente, da ciò che intendiamo per esperienza e da come ci rapportiamo ad essa. Sul nesso fede-esperienza si sofferma, perciò, l’articolo di Giuseppina De Simone, ricostruendo a grandi linee il passaggio, nella vita della Chiesa degli ultimi secoli, dal sospetto nei confronti di una esperienza considerata quale sinonimo di soggettivismo al riconoscimento dell’esperienza come “luogo teologico”, luogo del farsi incontro di Dio e della risposta dell’uomo. L’esperienza non è mai un dato che si impone da sé, ma «un accadere che è sempre già accompagnato da una interpretazione e che innesta un dinamismo di ricerca, un processo di discernimento, che implica l’interrogarsi, il riflettere, il voler andare in profondità». L’esperienza che stiamo vivendo può essere essa stessa “luogo teologico” se ascoltata in profondità, perché «ci spinge ad un processo di presa di coscienza di ciò che siamo e ad una più profonda comprensione di Dio». Molto dipende però dalla nostra capacità di “pensare l’esperienza”, «di vivere la fatica del discernimento e di viverla insieme».
Il radicamento della fede nell’esperienza umana si coglie in modo particolare nella fede popolare. È stato così anche in tempo di pandemia. Riflettere sul valore e sul significato della fede popolare in ordine a che cosa vuol dire aver fede è l’intento intorno a cui si sviluppa l’articolo di Emilio Salvatore e Carmelo Torcivia. Il confronto è prima di tutto con la Scrittura, in cui Gesù appare «intento a promuovere percorsi di salvezza per tutti, a partire dalla propria condizione». È «come se Gesù accogliesse diverse strade da percorrere, pur indicando una sola via: l’autentica apertura verso Dio». «Incardinata nella grammatica di base dell’esperienza, a volte anche atematica, di tante persone», la fede popolare non va guardata allora con sussiego come spesso accade anche a livello pastorale, ma va riconosciuta come «una forma di fede cristiana a tutti gli effetti». Non si tratta certo di giustificare forme devozionali abnormi, ma di accogliere «la tensione che nasce dalla compresenza della fede dei semplici e di quella dei “formati”» quale reciproca garanzia, una tensione in cui la fede popolare ricorda quanto il cristianesimo sia prima di tutto ed essenzialmente «grazia, azione misteriosa di Dio che parla al cuore degli uomini».
Ma quale senso dell’aver fede è emerso in questo tempo, attraverso l’esperienza drammatica della pandemia? L’articolo di Enzo Pace muove dalla considerazione dello stress provocato dalla pandemia sulle forme elementari del credere e del praticare nel cristianesimo vecchio e nuovo e dalla disamina delle reazioni diverse da parte delle Chiese storiche e delle nuove chiese pentecostali, nel cercare di “trovare le parole giuste”. Questa pandemia – annota Pace – «ha acuito lo sguardo (con gli occhi della mente e del cuore) di tante persone, credenti e non credenti, sul morire»; ha fatto «riscoprire il bisogno di ritualità e della necessità di esprimerlo in forme comunitarie»; ha spinto molti a «tornare a vedere oltre l’evento umano troppo umano del morire». Il bisogno di credere e di praticare appare tutt’altro che spento, anche se nelle risposte delle Chiese la ragionevolezza ha finito per «prevalere sulla fede senza se e senza ma». Ma se c’è un significato che l’aver fede può avere di fronte a questa epidemia mondiale, è nel «ridare senso alle relazioni sociali», sottraendole alla logica del calcolo e alla cultura dello scarto. «Il virus potrebbe aiutarci a riaprire gli occhi e farci vedere cosa vuol dire credere in relazione solidale con gli altri. Soprattutto con quelli che pagheranno il prezzo più elevato dell’epidemia mondiale».
Nella linea di una lettura di fede dell’esperienza della pandemia, sia pure di taglio diverso, si pone il contributo di Andrea Aguti. «Prima che la cultura occidentale si secolarizzasse – scrive Aguti – era ovvio cogliere nelle grandi sofferenze collettive un significato religioso e morale in ordine alla vita umana. Ad esse veniva attribuito, per così dire, un valore pedagogico». Dio non interviene in modo soprannaturale nel mondo, ma ciò non significa «che il mondo sia lasciato a sé stesso». Le letture della pandemia oggi in circolazione «riguardano il suo impatto sulla salute pubblica, quello sul Pil delle nazioni che ne sono state colpite o le trasformazioni economiche, sociali, politiche che essa inevitabilmente indurrà». Sarebbe «un peccato constatare» che accanto a queste letture legittime e necessarie, ma tutte «penultime », non si dia lo spazio per «una lettura ultima che si connette all’attesa del totalmente altro della fede religiosa».
Occorre però guardarsi dal voler rinchiudere Dio e il suo agire in risposte che mirano a catalogare e razionalizzare. «Stare di fronte al mistero» è il titolo del contributo di Giacomo Canobbio ed è il significato che la fede assume. La fede non è opinione personale o interpretazione libera della realtà senza pretesa di verità, ma accoglienza della Verità che coincide con Gesù Cristo, segno ultimo ed eccedente della presenza di Dio nella storia. Alla luce della fede è possibile una comprensione degli avvenimenti storici piena di speranza, anche quando questi appaiono imprevedibili e non dominabili.
Perché se il Mistero, che è il disegno di Dio sulla storia, si è rivelato in Gesù, «si è nella condizione di aprirsi con fiducia a ciò che Egli ha introdotto nella storia, cioè: la verità ultima dell’essere umano non sta in ciò che una scienza smarrita delinea, bensì nella vittoria sulla morte, comunque questa arrivi».
È una lettura che non liquida gli interrogativi, né azzera la discussione. Il confronto rimane aperto, come emerge dal forum del Dossier, dove abbiamo interrogato tre diverse figure di studiosi: il fisico Carlo Rovelli, molto noto anche per la sua opera di divulgazione scientifica, il teologo evangelico Fulvio Ferrario e la filosofa Emilia D’Antuono.
Sollecitati su tre grandi questioni – la specificità dello sguardo credente sulle sofferenze generate dalla pandemia, la radice della speranza che consente di nutrire fiducia nel futuro e l’impatto della pandemia sul modo di concepire il rapporto tra scienza e fede –, essi hanno offerto delle risposte che, per un verso, ci aiutano ad interpretare la situazione che stiamo vivendo e, per altro, ci provocano a riflettere ulteriormente.