Libano, quale futuro?

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In un mondo infiacchito e obnubilato dalla pandemia, durante l’estate più strana e drammatica dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’esplosione del 4 agosto scorso a Beirut è stata come la sveglia che si dà all’ubriaco. Si rimane col mal di testa e col gusto amaro in bocca, mentre si tenta di tornare lucidi. Non è facile, se si considera la portata dell’episodio. Ricordiamo: quasi duecento i morti e settemila i feriti, ma il bilancio è ancora provvisorio. Il nitrato di ammonio, stipato incoscientemente per anni in un silos del porto, ha sventrato il quartiere cristiano e ridotto in frantumi migliaia di abitazioni, lasciando trecentomila persone senza casa. Soprattutto ha mandato in pezzi quel fragile puzzle che tiene insieme etnie, fedi e fazioni diverse e che fa del Libano una nazione-laboratorio. Ora ci vorrà enorme pazienza e grande abilità per provare a rimettere al loro posto i vari tasselli. La società libanese è stanca, oscillante tra delusione e rabbia. La lunga crisi economica ha peggiorato le condizioni di vita e l’emergenza del Covid-19 è stata il colpo di grazia. Nelle manifestazioni di piazza che si susseguono si urla contro i partiti corrotti e si punta l’indice verso la politica incapace di dare risposte. Tra l’altro, un secondo incendio, verificatosi sempre al porto il 10 settembre, ha dato l’idea che poco sia stato fatto per mettere in sicurezza l’area. Di fronte a una situazione planetaria resa precaria dal coronavirus, potremmo essere tentati di far spallucce. Dobbiamo invece tenere bene in mente che il Paese dei cedri appartiene all’umanità intera. Se crollasse il sistema multietnico e pluriconfessionale libanese, verrebbe meno l’idea stessa di coesistenza, sia civile che religiosa. Vale a dire quella fratellanza umana su cui tanto insiste papa Francesco, tanto da farne il tema della sua terza enciclica, pensata nell’era della grande paura del contagio e dei cosiddetti distanziamenti sociali. La firma di Fratelli tutti, posta il 3 ottobre davanti alla tomba del Poverello d’Assisi, segue la sottoscrizione, nel febbraio 2019 ad Abu Dhabi, della solenne dichiarazione comune con i musulmani sunniti.

Il Libano, va detto pure, è incastonato in una delle aree più delicate e fragili del pianeta, lungo la sponda est del Mediterraneo. Nel Medio Oriente, culla di civiltà, basta un nulla per innescare un’enorme deflagrazione, proprio come avvenuto nei magazzini portuali di Beirut. Siamo in un campo minato. Pesa, innanzi tutto, l’eterno conflitto israelo-palestinese. Le storiche aperture di questi mesi tra Israele e i paesi arabi del Golfo non vanno nella direzione di uno scioglimento del nodo Palestina, semmai lo aggirano. Tutti sanno, però, che senza una soluzione della questione palestinese sarà impossibile costruire una pace stabile e che le ripercussioni negative si avvertiranno nettamente nelle nazioni vicine, Libano in primis. Hamas, del resto, nel fortino di Gaza ha avuto in questi anni il costante sostegno degli hezbollah libanesi, attraverso la linea di raccordo sciita che lega Teheran a Beirut passando per Damasco. La Siria, squassata da una guerra civile decennale, è l’altro fattore di instabilità. Dalla frontiera siriana si sono riversati in terra libanese un milione e mezzo di profughi, pari a un quarto della popolazione dell’intero Stato. La gestione di questa enorme massa di gente allo sbando è stata complicatissima. Sono nati – in maniera spontanea più che attraverso piani precisi – degli sterminati campi per rifugiati, dove hanno trovato riparo alla meglio sia coloro che fuggivano dai tagliagole dell’Isis, sia quelli che scappavano dalle rappresaglie del regime di Assad. L’emergenza è divenuta problema ordinario e dunque si è incancrenita, provocando proteste e facendo scattare misure restrittive del governo, che però hanno finito per scontentare tutti. Se ciò non bastasse, ecco le nubi a occidente, lungo il mare dove tramonta il sole. Ci riferiamo agli attriti fra Turchia e Grecia, giunti a un livello che non si vedeva dai tempi dell’intervento turco a Cipro. L’espansionismo nazional-islamista di Erdoğan ha spinto Ankara a iniziare una campagna di sondaggi esplorativi di idrocarburi nel Mediterraneo, in acque che considera parte della sua piattaforma continentale e che invece Atene rivendica come proprie. Ne è seguita una mobilitazione militare senza precedenti, che potrebbe causare incidenti e un’escalation di tensione. Se consideriamo che la Grecia è un membro della Ue e che insieme alla Turchia fa parte (entrambe dal 1952) della Nato, capiamo quanto il quadro sia complicato e confuso, e pertanto ancor più pericoloso.

Occorre certo una mobilitazione internazionale pro-Libano. Ma in che termini? Il primo a sbarcare a Beirut dopo l’esplosione del 4 agosto è stato Macron. Il presidente francese ha invitato la classe politica libanese ad assumersi le proprie responsabilità e ad impegnarsi a varare serie riforme entro pochi mesi, indicando questo obiettivo quale condizione per ottenere aiuti economici ed evocando, in caso contrario, lo spettro delle sanzioni. Un approccio “colonialista”? Di sicuro è finito da un pezzo il tempo (Iraq docet) in cui si poteva esportare la democrazia sul modello proprio. Il Libano, specialmente, ha una sua peculiarità che va ben compresa e rispettata. Né serve far la gara a chi arriva primo, ripetendo i tragici errori compiuti nella Libia del dopo-Gheddafi.
Più accettabile appare l’approccio italiano. Giuseppe Conte si è recato a sua volta nella capitale libanese, ma esclusivamente per testimoniare «la vicinanza dell’Italia a un popolo amico». Il presidente del Consiglio italiano ha visitato tra l’altro la nave militare “San Giusto”, che fa da base logistica per gli interventi di aiuto, tra i quali spicca l’allestimento di un ospedale da campo presso il campus universitario di Hadat. Vivo è ancora il ricordo della missione di pace italiana condotta tra il 1982 e il 1984, con i blindati dei bersaglieri dipinti di bianco a proteggere la popolazione civile. Era la prima volta, dalla fine della Seconda guerra mondiale, che un reparto militare italiano si recava in missione fuori dai propri confini. Oggi nel sud del Libano ci sono oltre mille nostri soldati, parte del contingente Onu che fa da cuscinetto con Israele. La sfida, ora, è offrire sostegno oltre la fase emergenziale, concentrandosi sulla ricostruzione e il ritorno alla stabilità socioeconomica. Urge senz’altro un processo di rinnovamento della governance, ma senza mortificare la sovranità libanese.
Il patriarca maronita, cardinale Beshara Raï, auspica un esecutivo di emergenza «forte e competente». Un governo «dal popolo e per il popolo, non dai politici e per i politici», che abbia fra le sue priorità la restituzione dei conti correnti ai legittimi proprietari e una strategia che attiri gli investimenti, in modo da bloccare l’emigrazione continua delle famiglie e dei giovani. Va perciò avviato il negoziato col Fondo monetario internazionale, lanciato il piano di riforme e dissociato il Libano dai conflitti regionali e internazionali, col ritorno alla neutralità e al non allineamento.
Papa Francesco ha voluto partecipare alle sofferenze del popolo libanese. Il 2 settembre, nella prima udienza generale alla presenza dei fedeli dopo il lockdown, ha lanciato un accorato appello, tenendo in mano la bandiera del Libano. Ha indetto una speciale giornata di preghiera e inviato a Beirut il segretario di Stato vaticano Parolin, incaricandolo di esprimere a tutti solidarietà, vicinanza e incoraggiamento. «Il Libano non può essere abbandonato nella sua solitudine », ha affermato Bergoglio, ripetendo le parole già pronunciate da Giovanni Paolo II nel 1989. Nonostante la loro storia travagliata, i libanesi hanno dimostrato la capacità di fare della propria terra un luogo di tolleranza, di rispetto, di convivenza unico. «Non possiamo permettere che questo patrimonio vada disperso», ha scandito Francesco.
Divenga questo un impegno per ogni credente.