La scuola tra riapertura e nuove sfide

di 
La pandemia ha messo in evidenza alcuni ritardi storici della scuola italiana: dagli edifici scolastici fatiscenti alla carenza di insegnati e personale. Ma ci ha ricordato anche l’importanza sociale ed economica della scuola, oltre che educativa. All’orizzonte, una didattica che sarà un mix necessario di presenza e distanza.

L'emergenza sanitaria di quest’anno, come sappiamo, ha imposto anche la chiusura delle scuole e l’attivazione della didattica a distanza (DaD). Sono stati chiusi gli edifici per proteggere la comunità educativa, ma la scuola non ha cessato il suo servizio di istruzione e formazione. Attraverso un grande sforzo condiviso, famiglie e mondo della scuola sono riusciti a tamponare lo tsunami che si è abbattuto sul sistema scolastico. Superata la fase emergenziale, si sta provando a progettare in modo adeguato la ripresa delle attività didattiche. Su questo crinale si giocano oggi molte sfide.

 
Edilizia scolastica e precariato
Cosa è emerso in questi mesi? Anzitutto sono affiorati i grossi problemi che da anni ha la scuola italiana. Mentre i vari comitati tecnici, a più livelli, ragionano su come organizzare la ripresa delle attività e i presidi si battono per mettere in campo quante più risorse possibili, l’opinione pubblica si è resa conto dell’annosa e grave condizione strutturale degli edifici scolastici in Italia. I dati raccontano che gli oltre quarantaduemila edifici scolastici presenti appartengono in gran parte alla edilizia degli anni Settanta, molti costruiti nei primi decenni del secolo scorso, alcuni dopo gli anni Quaranta. Parecchi di questi operano in deroga alle norme relative alla legge sulla sicurezza o sono stati riadattati e ammodernati alla meglio. Un patrimonio edilizio variegato, con importanti elementi di criticità e di complicata adattabilità alle più avanzate esigenze della didattica. Gli italiani, seguendo i dibattiti sul distanziamento sociale nelle aule scolastiche, hanno preso coscienza di come nel corso degli ultimi quarant’anni le classi siano diventate sempre più numerose e al limite della vivibilità (in nome di esigenze di bilancio e per via dei tagli al personale). Ciò ovviamente rende più complessa la gestione delle distanze o i tentativi di scorporamento dei gruppi classe. In tal senso la ricerca e il riadattamento di spazi esterni al perimetro scolastico (oratori, strutture pubbliche non in uso, ex caserme, biblioteche, spazi ludici, ecc.) sarà necessario, ma allo stesso tempo molto difficile. Non basta trovare degli spazi e renderli sicuri, ma servirà trasformare quei luoghi in ambienti nei quali possa costruirsi la relazione educativa e “fare” scuola. Si tratta di operazioni complesse, che richiedono tempo e progettualità. Andare in ordine sparso, come è sembrato da marzo ad agosto, non aiuterà la predisposizione di un’offerta formativa all’altezza.
Altra questione urgente riguarda il numero degli insegnanti. Da tempo le organizzazioni di categoria e i governi dibattono sulla stabilizzazione di centinaia di migliaia di precari che ogni anno prendono regolarmente servizio con incarichi annuali o supplenze di breve e medio periodo. Anche su ciò, in nome delle economie statali, non si è mai fatto un piano serio di stabilizzazione e di allargamento della pianta organica dei docenti e del personale scolastico. Oggi i numeri saltano agli occhi, non è possibile con l’organico definito garantire i tempi scolastici per tutti in sicurezza, questo dato non viene detto in modo chiaro. Non si può pensare al distanziamento senza l’aumento del personale. Il presidente dalla Fondazione Agnelli, l’economista Andrea Gavosto, in un’intervista recente (Settembre si avvicina, in «Segno nel mondo» n. 3/2020, p. 27) ha indicato pragmaticamente alcune vie di soluzione: ridurre provvisoriamente l’unità oraria delle lezioni recuperando tempo per la didattica, assumere personale, aumentare l’orario di insegnamento su base volontaria con incremento stipendiale. Ma queste sono procedure tampone, serve in verità un grande piano di implementazione del personale e di definitiva chiusura della politica delle c.d. “classi pollaio”. La didattica di qualità ha anche necessità di numeri sostenibili, tali per cui si possano tessere relazioni educative significative e personalizzate. La teorizzazione pedagogica della didattica di prossimità, che da tempo viene indicata come linea fondamentale della progettazione educativa, è condannata a rimanere lettera morta fintantoché la proporzione alunni/insegnanti non subirà una significativa inversione.
 
Valenza sociale ed economica della scuola
La pandemia dunque ha messo in evidenza alcuni ritardi storici della scuola italiana e elementi critici notevoli. Ci siamo altresì resi conto dell’importanza non solo educativa della scuola, ma propriamente sociale ed economica. Nei mesi di lockdown le famiglie si sono trovate a gestire quasi in toto la vita quotidiana dei figli, spesso dovendo nel contempo lavorare nella propria abitazione e accompagnare la DaD. Inoltre, la chiusura degli asili e dei nidi ha reso ancor più complessa la vita di moltissime madri lavoratrici o in formazione. La scuola garantisce un supporto sociale alle famiglie non indifferente, pensarla esclusivamente come un luogo funzionale all’istruzione è profondamente sbagliato. Attorno al sistema scuola ruota la possibilità di esercizio sociale di un intero paese; aver tralasciato questo dato, negli anni ha portato a non curarsi a sufficienza della qualità e della quantità del personale scolastico, dei connessi livelli salariali, delle condizioni strutturali e infrastruttuali, dell’ammodernamento delle strumentazioni e della digitalizzazione ormai imprescindibile.
Sia chiaro: il paese riparte se la scuola riparte in modo adeguato! Questa crisi potrebbe essere una grande opportunità per un progetto di medio periodo che cambi la scuola italiana.
 
La DaD: limiti e prospettive
La didattica dei prossimi tempi sarà un mix quasi necessario di presenza e distanza, almeno per il secondo grado. Nella fase emergenziale le scuole si sono attivate in modo diversificato per garantire attraverso la DaD i processi formativi. Con molta fatica e grande spirito di iniziativa dirigenti e insegnanti sono riusciti a costruire, spesso in modo artigianale e con risorse proprie, un percorso didattico che accompagnasse gli studenti al completamento dell’anno e all’apprendimento dei saperi essenziali delle varie discipline. Non sono mancate le difficoltà. In particolare per gli alunni più fragili e le famiglie in sofferenza. Pensiamo al mondo delle disabilità, alle famiglie socialmente in crisi e senza i supporti digitali adeguati, alle famiglie marginali che non sono riuscite a motivare sufficientemente i loro bambini e ragazzi, agli studenti stranieri. I ragazzi appartenenti alle fasce sociali più deboli hanno avuto meno possibilità di accesso, meno garanzie pubbliche e inevitabilmente sono stati inghiottiti da una sorta di inerzia negativa da distanza (i dati del Ministero ci dicono che la DaD ha raggiunto meno del 70% degli alunni). Il lockdown ha sospeso la scuola come ambiente di vita, spazio inclusivo di relazione tra pari e diversi, palestra democratica. Un grosso blocco per la crescita dei nostri figli. Una scuola totalmente a distanza non è pensabile, essa è condizione di possibilità del processo di crescita e di istruzione, è uno spazio fisico che assume un senso esistenziale e intersoggettivo. Ogni giorno circa dieci milioni tra studenti, insegnanti e personale sono coinvolti nelle vicende della scuola. Siamo davanti, ora forse ne abbiamo più chiara consapevolezza, al più importante sottosistema sociale della vita pubblica. Senza la scuola – lo abbiamo già detto – il paese va in stallo, blocca le sue potenzialità, frena le proprie progettualità.
Abbiamo alle spalle il più grande esperimento globale di e-learning che si sia mai visto. Questa via però non può essere la via principale, gli studenti hanno bisogno di luoghi educativi da abitare fisicamente, dove le relazioni si fanno contatto emotivo e si esprimono attraverso dinamiche cooperative e di responsabilità. Si impara a crescere facendosi carico della fatica della costruzione di relazioni significative e strutturate. Per questo l’ambiente scuola non può essere sostituito da ambienti virtuali, che per inerzia virano verso l’autoreferenzialità e l’esasperazione dell’individualità. I docenti italiani hanno trasferito nel web la loro didattica, non possiamo però trasferire sul web la prossimità, la relazione di sostegno, la gestione sana del conflitto che aiuta a crescere, l’incontro con la diversità. Non si può trasferire totalmente nemmeno l’esperienza di fruizione e comprensione delle arti e dei saperi, non si può essere in fondo comunità educativa stando davanti ad un dispositivo. Si tratta di strumenti emergenziali o di sostegno alla didattica in presenza, non certamente sostitutivi. Il gran parlare in questi anni di didattica digitale e di conversione metodologica al digitale si è scontrato con i limiti messi in evidenza da questo imponente esperimento sistemico di e-learning. La relazione educativa ha necessità di presenza e di contatto, di sguardi, di volti che raccontano, di menti che dialogano in presenza.
Davanti a queste sfide l’Italia è chiamata a scegliere se gestire alla meno peggio l’esistente, con qualche incentivo al cambiamento, oppure articolare un grande patto educativo che attivi un’evoluzione positiva nel mondo dell’istruzione. Servono investimenti massicci per superare ritardi e scelte poco lungimiranti. Serve agire con urgenza, senza però farsi sviare nella visione complessiva dalle emergenze in atto.