Gianni Rodari, le origini del genio della fantasia

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Le sue filastrocche, fiabe, storie hanno divertito, appassionato, fatto sognare generazioni di fanciulli, genitori, maestri (e continuano a farlo). A cent’anni dalla nascita del grande scrittore di letteratura per l’infanzia, un ritratto (semi)sconosciuto dei suoi primi decenni di vita. Dalla formazione cattolica nelle fila della Gioventù di Azione Cattolica alla prima militanza comunista.

A cent’anni dalla nascita (23 ottobre 1920) e quarant’anni dalla morte (14 aprile 1980) ricordiamo con viva memoria il geniale scrittore, che da adolescente/giovane ebbe un trascorso significativo nelle file della Gioventù di Azione Cattolica (Giac). Lo facciamo, assumendo un particolare punto di vista, rimasto a lungo inesplorato: quello della sua formazione, sino alla scelta della militanza fra le file del Partito Comunista.

Figlio di genitori originari del varesotto, il padre Giuseppe gestiva un prestino a Omegna, sulle rive del lago d’Orta (provincia di Novara). Gianni frequentò le prime quattro elementari nel paese di nascita. Fanciullo timido, amava molto la lettura.

I paesaggi della fanciullezza, con le immagini del lago, dei boschi della Valle Strona, del monte Mottarone, con i colori e i suoni delle feste paesane, rimasero vivamente impressi in lui. Partecipava all’oratorio dei Missionari del Sacro Cuore.

Più legato al papà che alla mamma, donna religiosa, forse troppo rigida. La morte del genitore produsse in lui una profonda ferita e un cambiamento nella vita familiare.
Infatti, la madre vendette il prestino e si trasferì a Gavirate, sul lago di Varese, dove aveva una sorella. Nel nuovo paese Gianni frequentò la quinta elementare.
 
Alla ricerca della propria strada
Concluso il ciclo d’istruzione primaria, intraprese gli studi ginnasiali presso il Seminario minore della diocesi di Milano, situato a Seveso San Pietro. In un manoscritto del 1950 scriveva: «A 11 anni entrai in Seminario e ne uscii a 13 [...] non saprei ricostruire per quale processo vi sia entrato, ne sono uscito perché trovavo umiliante la disciplina».
In realtà, quella esperienza va meglio interpretata, situandoci nella logica che ancora negli anni Trenta presiedeva all’entrata di molti ragazzi nei Seminari minori. Il parroco di Gavirate aveva notato in Gianni una vivace intelligenza, unitamente a una fedeltà alle pratiche religiose: pre-requisiti necessari per, eventualmente, intraprendere l’itinerario seminaristico. Fu lo stesso sacerdote a proporre alla mamma di avviarlo al Seminario, dove, considerate anche le modeste condizioni economico-familiari, avrebbe avuto la possibilità d’intraprendere gli studi ginnasiali, praticamente, in forma gratuita. E così Gianni nell’ottobre 1931 iniziava la sua avventura seminaristica. Fu inserito nella I C del ginnasio inferiore, composta di ben 56 alunni. In totale, i ginnasiali a Seveso ammontavano a 443. Un bel numero, come si vede, di “pretini”: così erano chiamati, con un misto di tenerezza e di rispetto dalla gente, questi ragazzi che mettevano la veste talare in I ginnasio.
Come si trovò Gianni in quell’ambiente? È illuminante la testimonianza del suo vice rettore, don Bernardo Citterio (poi divenuto Rettore maggiore dei Seminari e vescovo ausiliare di Milano): «mingherlino [...] palliduccio, timidino; ma occhi vivacissimi; non primeggiava certamente nel gioco [...] la sua intelligenza vivace, pronta, perspicace, avida di letture. Leggeva in tutti gli spazi che la vita seminaristica allora consentiva».
Terminati i primi due anni del ginnasio inferiore, Gianni incominciò anche il terzo, ma dopo pochi giorni di scuola, nell’ottobre 1933 si ritirò. Aveva potuto compiere tutte le necessarie verifiche, convincendosi che quella non era la sua strada.
 
Fra studi magistrali e Azione Cattolica
Gianni concluse la terza ginnasio a Varese. A quel punto troncò gli studi ginnasiali e optò per l’Istituto magistrale. Le modeste condizioni della famiglia concorsero a orientarlo verso un percorso di studi con preciso sbocco professionale. Nella scelta incise però anche una certa propensione di carattere educativo.
Frequentò la IV classe del corso inferiore dell’Istituto magistrale «Manzoni» di Varese. Quindi, passò al triennio superiore. Fece il primo anno, un pezzo del secondo, ma nel febbraio del 1937 decise di ritirarsi. Si presentò come privatista nella sessione estiva di quell’anno per l’esame finale di abilitazione, che superò. A 17 anni, Rodari aveva in tasca il diploma di maestro.
Il 1937 è da considerarsi punto d’avvio di un complesso itinerario di ricerca culturale ed esistenziale da parte del nostro adolescente. Nel 1950, ripensando agli studi superiori, scriveva: «odiavo la ginnastica, i saggi ginnici e i cortei, e le divise: preferivo leggere». Vi si coglieva qui l’insofferenza per l’impronta militaresca che impregnava la cultura scolastica di quei tempi di fascismo trionfante. «Dall’età di quattordici anni ‒ aggiungeva ‒ leggevo di tutto, soprattutto filosofia, letteratura, storia dell’arte e delle religioni. Studiavo da solo le lingue».
Il Rodari adolescente era appassionato di libri, ma anche di musica. Prese, infatti, lezioni di violino e con due amici organizzò un trio musicale che si esibiva nelle feste locali.
Vi era poi l’esperienza fra le file della Gioventù di Ac. Fu un’adesione convinta, sincera. Nel 1935, a soli 15 anni, era già presidente del circolo di Gavirate. In un’adunanza del 16 ottobre 1936 tenne una relazione dal titolo Superiorità del Cattolicismo sul Comunismo: «Superiorità che deriva al Cattolicismo dall’affermare l’amore in un campo umano portandolo fino ad un campo soprannaturale ‒ mentre il Comunismo nega Dio in un campo individuale per portare questa negazione nel campo sociale».
Durante la presidenza gaviratese di Ac, Gianni frequentò anche l’Azione Cattolica a Milano. Seguì il corso per “propagandisti” tenuto da mons. Francesco Olgiati. Conobbe i dirigenti diocesani e il presidente Giuseppe Lazzati.
L’incontro con l’ambiente milanese gli diede la possibilità di collaborare con il settimanale «L’Azione Giovanile». Nel 1936 vi pubblicava otto racconti. Erano i suoi primi scritti.
 
Verso nuovi orientamenti
Come ho detto, il 1937 rappresentò per Rodari un anno particolarmente delicato. Fu l’inizio di una non indolore ricerca di rinnovati equilibri umani e intellettuali. Nel mese di marzo lasciava la presidenza dell’Ac. I rapporti con il mondo parrocchiale andarono gradualmente allentandosi.
Si accostò ad autori come Nietzsche, Schopenauer, Marx. Lesse vite di Lenin, Trotzkij. Sempre più il marxismo, da semplice curiosità intellettuale, stava diventando per lui un’avvincente prospettiva politica e culturale.
Nell’inverno 1937-’38 insegnò italiano ai bambini di una famiglia di ebrei tedeschi. Dal 1938 al 1940 svolse supplenze nelle scuole elementari in provincia di Varese.
Nel 1940, Rodari ‒ dichiarato rivedibile al servizio di leva ‒ decise d’iscriversi a Lingue e letterature straniere nella Facoltà di Magistero dell’Università Cattolica. Superata la prova di ammissione, la prassi dell’epoca prevedeva la compilazione di una scheda sul profilo morale e religioso della matricola. Nel modulo compilato dal parroco di Gavirate, leggiamo: «giovane di forte ingegno. Potrà riuscire bene se sarà sorretto ‒ abbandonato a se stesso imprudentemente si diede a letture malsane specialmente opere filosofiche tedesche che lo fuorviarono alquanto: frequenta la S. Messa festiva e talvolta i sacramenti».
Gianni si iscrisse per tre anni alla Cattolica (il corso era quadriennale). Diede, in totale, nove esami orali e quattro scritti. Ma dall’inverno 1942, in pratica, abbandonò i corsi.
 
Dall’insegnamento alla Resistenza
Nel 1941 Rodari riuscì tra i vincitori del concorso magistrale per il posto di ruolo. Gli venne quindi assegnata la sede di Uboldo, un paese vicino a Saronno.
Come maestro, dovette aderire al Partito Nazionale Fascista. Nella sua celebre Grammatica della fantasia, forse con una punta di civetteria, scriveva: «Dovevo essere un pessimo maestro, mal preparato al suo lavoro e avevo in mente di tutto, dalla linguistica indo-europea al marxismo [...] Forse, però, non sono stato un maestro noioso. Raccontavo ai bambini, un po’ per simpatia un po’ per voglia di giocare, storie senza il minimo riferimento alla realtà né al buonsenso, che inventavo servendomi delle “tecniche” promosse e insieme deprecate da Breton».
Con la caduta de fascismo (25 luglio 1943), anche per Gianni si apriva una fase di scelte difficili e rischiose, ma irrevocabili.
Nel dicembre 1943 venne richiamato alle armi e destinato ai reparti sanità presso l’ospedale militare di Baggio (Milano). Vi prestò servizio per pochi mesi. Nel maggio 1944 abbandonò l’uniforme per darsi alla clandestinità nelle file della Resistenza. Si aggregò al battaglione «Bartolomeo Bai» della 121ª brigata d’assalto garibaldina «Walter Marcobi», attiva in tutto il varesotto. Partecipò ad alcune brillanti azioni della lotta partigiana.
 
Funzionario di partito con vocazione di scrittore
Nell’incontenibile euforia dei giorni della Liberazione, Rodari tenne il 1° maggio un comizio nella piazza di Gavirate, a fianco di compagni antifascisti.
Giunto alla conclusione di lasciare il posto fisso a scuola, già nell’estate ’45 era aggregato nella Federazione varesina del Pci, presso la sezione «Agitazione e propaganda». Assunse via via gli incarichi d’ispettore di zona per l’organizzazione, di responsabile per la commissione giovanile, poi di quella per la stampa e propaganda. Al primo congresso provinciale comunista (ottobre 1945) venne eletto fra i delegati per il congresso nazionale in programma a Roma a fine dicembre.
L’impegno politico, sempre più assorbente, non esauriva però i suoi interessi personali. Fra il maggio e il dicembre 1946 pubblicò nove racconti, di taglio surreale, sul «Corriere Prealpino». Ne La signorina Bibiana, narrava di una donna che, a furia di guardarsi allo specchio, vi rimase imprigionata, con seguito di trovate esilaranti.
Dal giugno ’46 Gianni divenne redattore responsabile de «L’Ordine nuovo», settimanale della Federazione varesina del Pci. Comunista convinto della scelta operata, percorreva con decisione e generosità la strada intrapresa, rifuggendo però da faziosità contrappositive nei confronti degli avversari politici, fra i quali i militanti nella Democrazia Cristiana. Il lavoro a «L’Ordine nuovo», un giornale vivo, lo assorbiva fortemente. Più che analisi politiche in senso proprio, i suoi interventi erano incisivi “appunti” e “conversazioni”. Ne dava conferma, ad esempio, la serie de I discorsi del cav. Bianchi, personaggio escogitato da Rodari per contrastare la crescita di un certo qualunquismo antidemocratico, che predicava ordine, autorità, disciplina, lavoro, rispetto delle gerarchie sociali.
Ai primi di marzo del 1947 Gianni concludeva la sua esperienza varesina. Dai dirigenti del Partito fu destinato a «L’Unità» di Milano. Iniziò l’attività come cronista, poi vice-capocronista, quindi inviato speciale per servizi di cronaca e di politica. Dal 1949, un po’ per caso, avviò sul giornale una rubrica di racconti e filastrocche per bambini, con lo pseudonimo «Lino Picco». Fu l’inizio di un esercizio di scrittura che di lì a breve avrebbe rivelato l’assoluta genialità di Rodari.
Le sue filastrocche, fiabe, storie hanno divertito, appassionato, fatto sognare generazioni di fanciulli, genitori, maestri (e continuano a farlo). Certo, a questo punto, si dovrebbe avviare uno specifico discorso sull’opera di scrittore. Ma non era negli intendimenti della presente nota. Qui si è voluto soltanto fornire qualche indicazione circa il suo – interessante, ma poco noto – itinerario formativo, anche in questo caso intersecatosi con l’esperienza dell’Azione Cattolica, come avvenne per diversi intellettuali del dopoguerra approdati poi su altri lidi.
 
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Antologia
 
Fine di Maggio di un pazzo
Ladislao Robustiniani, pazzo tranquillo. La sua vita è stata un continuo prendere posizione di fronte a se stesso, un tormento di squadrare il suo spirito, scinderlo nei suoi elementi, analizzarlo, disegnarlo a linee rette e linee curve, trovarne il principio, il mezzo, la fine. L’hanno ritirato in questa piccola casa di salute provinciale da cui si può ammirare il lago Maggiore, il grande Verbano dalle acque azzurre, come uno specchio ove il tempo abbia scavato rughe e solchi mutabili.
Pazzo tranquillo. Alto, magro, lo sguardo assente e la smorfia cinica. Attraverso i suoi calcoli è venuto alla convinzione d’essere Dio, l’Alfa e l’Omega di cui parla Giovanni nell’Apocalisse.
Questa è l’ultima sera di maggio: le nubi distendono fantasie bizzarre sui monti bruni ed illimitati.
Ladislao Robustiniani sta seduto sulla terrazza belvedere. Guarda malinconicamente il lago tranquillo e le policromie del tramonto.
Gli sembra che il sole stia per precipitare in un mare di sangue, rosso dell’orgia d’un popolo oltreumano che beva l’oblio della notte.
Guarda le bizzarre nubi che si raccolgono meste attorno al sole.
Fin da ragazzo Ladislao Robustiniani ha avuto una mania geometrica delle posizioni chiare, delineate, sicure, che si potessero abbracciare d’un colpo solo.
Avvertiva nella sua anima un tumulto di aspirazioni e di passioni che lo trascinava e gli dava quasi un senso di sgomento. Sentiva in sé qualche cosa di cui aveva paura, che gli sfuggiva, che non rientrava nel suo sguardo di osservazione. Si ripiegava su se stesso, si studiava,
si diceva: “lo sono così, così e così!”.
Con frenesia. Con ira. Voleva scoprire tutto se stesso ai propri occhi:
poter esprimere la propria essenza, con una frase sola. Gli pareva, a volte, di conoscersi molto bene e di avere ciononostante una opinione errata di se stesso.
Sentiva in sé un secondo essere, un paradossale doppio? io su cui con curiosità e con avidità sperimentava la sua psicologia geometrica.
Professore di matematica in una scuola milanese, stimato assai dai colleghi per la chiarezza delle sue sintesi e delle sue risposte a teoremi complicati; e l’immenso desiderio di conoscersi, crebbe in lui spaventosamente.
La follia incominciò sui venticinque anni.
Vegliava le notti intere, la testa fra le mani, cercando la proposizione che gli desse in modo esatto ed elementare il suo tormento d’uomo.
S’era innamorato d’una giovane donna di dubbia moralità e studiava il suo amore come un anatomico studia il suo pezzo.
Tormento delle piccole cose; rimorso di desideri soddisfatti e di piaceri ottenuti; rabbioso lavoro pel pane quotidiano; continuo contatto con l’umanità che gli pareva stupida ed equivoca.
Ma sotto tutto questo egli sentiva qualche cosa di diverso, d’indefinito, d’indefinibile, d’infinito.
Si sorprendeva talvolta a meditare su linee rette tracciate a caso o su un calamaio rovesciato.
Ebbe paura dell’incipiente follia. Divenne strano e cupo. L’anormalità del suo contegno lo fece oggetto di sospetti e di leggende. Si diceva che avesse ucciso, che il suo passato fosse una tragedia continuata:
lo si guardava come si guardano i geni o i pazzi.
Tuttavia a trent’anni si sposò. A trentuno ebbe dalla donna sua un figlio che chiamò Giovanni, dal nome del profeta di Patmos di cui conosceva il libro a memoria, di cui leggeva le pagine fremendo ed esaltandosi.
Avrebbe potuto rinascere alla semplicità in quel piccolo fardello di carne che gli veniva di lontano. Avrebbe potuto annientarsi in quella vita nuova: invece con la nascita di Giovanni si fece più cupo e selvatico.
Considerò per un anno se avesse fatto bene o male a mettere al mondo il ragazzo. Ora due elementi nuovi d’ignoto erano entrati nella sua anima: la donna ed il bimbo. Egli si sentiva ora triplice: uomo, marito, padre.
Ebbe fretta di tirare delle conclusioni. Per semplificare le cose, le confuse, le ingrandì, le spinse ai limiti Ora non sapeva più nemmeno a che cosa pensasse.
Ben presto la sua passione per la moglie si spense. Si separarono tranquillamente, la donna tenne con sé Giovanni.
Cos’era ormai, del resto, Giovanni per lui? Carne.
Non anima. Come poteva aver dato vita ad un’anima egli che non sapeva definire la propria?
Si sentì più libero quando fu solo.
Pensò che se indefinibile era la sua anima, essa non esisteva.
Od era qualche cosa di più di un’anima umana: Dio?
La lenta evoluzione della sua follia lo portava ormai a considerarsi diverso, sostanzialmente dal resto dell’umanità.
Matematicamente doveva concludere d’essere Dio.
Lo scoperse una notte che dopo lunghe ore di meditazione aveva tracciato inconsciamente una retta.
La fissò, stupefatto come se non avesse fatto altro che tracciar rette e curve nella sua vita.
La fissò impaurito come davanti a qualche cosa di misterioso, d’inconcepibile, d’assoluto. Questo egli era dunque! Una linea retta, senza principio né fine, di cui né le sue meditazioni avevano potuto fissare le dimensioni, né l’amor famigliare era riuscito a fare un cerchio chiuso senza espansioni: Dio! “L’Alfa e l’Omega” dell’Apocalisse, “il principio e la fine Colui che è, che era e che ha da venire, l’Onnipotente”.
Nel delirio si alzò, si guardò le mani, sfissò nello specchio gli occhi sbarrati come l’ultima luce nel l’abisso della morte, mormorando: “Dio!... Dio!”. Poi cadde pazzo per sempre.
Il pazzo contempla il crepuscolo. Vaghe ombre si sono abbassate sul lago, sui villaggi, sui monti bruni ed illimitati.
Nel suo cuore vaga stasera un desiderio, indefinibile, perché ormai il suo destino è di non potersi più definire. Uno sconfinato desiderio nuovo. Egli sta seduto, osservando con lo sguardo melanconico.
Ha quarant’anni e ne dimostra sessanta.
La sua melanconia è tragica.
Lo divora senza ch’egli se ne possa rendere conto.
Ora sale dalla vallata vicina un lento rintoccare di campane. I villaggi cantano in quelle pure voci di bronzo la loro pace feconda.
Giungono quassù profumi d’incenso ed echi di canti.
L’ultima sera di maggio il popolo si raduna nelle chiese a cantare le glorie di Maria. Dicono le litanie e suonano le campane.
Un patriarcale inno d’amore sale da tutte le valli a questo pazzo tranquillo che ascolta le voci della sera.
Egli si scuote. Aveva forse bisogno della dolcezza inesprimibile di questo suono? ...Don...don...don.
Egli che non ha amato mai nessuno all’infuori di se stesso.
È forse questa la sua colpa? Non avere amato e sentire il bisogno dell’amore nel fondo dell’anima.
Si scuote. Si lascia cullare a lungo da questa musica che gli potrebbe richiamare la prima? Ave Maria! ? e non gli può richiamare più nulla, ma lo culla e lo accarezza come una mano stanca.
Quando le campane tacciono e l’infermiere, venuto tacitamente a farlo rientrare, gli posa una mano sulla spalla e si china piano piano su di lui, nei suoi occhi è una lacrima.
La prima.
L’ultima.
Domani Ladislao Robustiniani tornerà a credere d’avere creato Adamo, Napoleone e Dante.
 
(Gianni Rodari – 31 maggio 1936)