L’ineludibile fondamento della dignità umana

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Da sempre l’umanità sperimenta sistemi filosofici, politici, economici di fratellanza sostenibili e anche le religioni cercano di guidare i popoli verso un’unità di intenti. L’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco propone un cambio di paradigma, necessario e improcrastinabile, per un mondo senza frontiere.

Papa Francesco sarà ricordato per sempre come il papa della fratellanza. Fin dai primi giorni del suo pontificato, ha fatto capire forte e chiaro il leitmotiv del nome che si era dato da pontefice, facendo riferimento a due dimensioni essenziali della fratellanza descritta da san Francesco di Assisi verso tutta l’umanità: la custodia (prendersi cura) e la tenerezza. «La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore». Nella stessa breve omelia il Papa menzionò sei volte la tenerezza – che anche nell’enciclica Fratelli tutti (in seguito, FT) è menzionata e descritta in cinque brani, e sei volte come «gentilezza» – come una metodologia efficace «per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli». Nelle sue tre encicliche il Papa ha poi precisato e approfondito quella sua visione del mondo, che discende con grande evidenza dal racconto evangelico del Buon Samaritano.
Peraltro, non è certo la prima volta che i papi ricordano la comune natura umana, la fratellanza che ci unisce tutti indissolubilmente. Come ricordò Paolo VI nel marzo 1967, l’insegnamento sociale dei papi per definire l’essenza della dottrina sociale cattolica ha sempre ribadito da secoli la stessa definizione dell’umanesimo cristiano: «Nelle loro grandi encicliche, Rerum novarum di Leone XIII, Quadragesimo anno di Pio XI, Mater et magistra e Pacem in terris di Giovanni XXIII – senza contare i messaggi al mondo di Pio XII –, i nostri predecessori non mancarono al dovere, proprio del loro ufficio, di proiettare sulle questioni sociali del loro tempo la luce del Vangelo».
Dieci anni dopo, nel 1978, al culmine del dramma della politica italiana che maggiormente lo turbò e lo ferì, Paolo VI si appellò alla suprema legge dell’umanità, rivolgendosi alle Brigate rosse: «Vi prego in ginocchio, liberate l’onorevole Moro, semplicemente, senza condizioni, non tanto per motivo della mia umile e affettuosa intercessione, ma in virtù della sua dignità di comune fratello in umanità».
In FT papa Francesco fa presente che la sua visione è ispirata e confermata da molti altri leader religiosi, tra i quali, oltre al Grande Imam musulmano, menziona il rabbino Hillel (primo secolo a.C.), il leader indù Mahatma Gandhi, tre leader cristiani non cattolici, il patriarca ortodosso turco Bartolomeo, l’arcivescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu e il pastore battista afro-americano Martin Luther King, il cui discorso I have a dream sulla fratellanza come fondamento della libertà e della giustizia rimane ancora oggi il più letto, ascoltato e citato nella storia dell’umanità. Moniti molto simili e incoraggiamenti alla fratellanza universale sono stati reiterati più volte anche dai leader buddhisti, compreso il Dalai Lama e diversi altri leader religiosi, non citati in FT.

 
Le nuove icone illuminanti della fraternità come fondamento della dignità umana
Vorrei sottolineare due “icone illuminanti” della fraternità nell’enciclica Fratelli tutti, che sono state meno osservate da altri. Sono visioni nuove particolarmente utili e necessarie, che ho percepito anche come le più incomprese in Italia e nel mondo: la definizione della fratellanza senza frontiere e la sua ineludibilità in questa epoca di cambiamenti profondi e inaspettati.
Nelle prime righe di introduzione di Fratelli tutti, si legge che san Francesco d’Assisi «dichiara beato colui che ama l’altro quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui. Con queste poche e semplici parole [san Francesco] ha spiegato l’essenziale di una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita» (FT, 1).
Dunque è essenziale la caratteristica senza frontiere dell’amore tra fratelli, a livello globale, alla pari tra i fratelli della nostra cultura e quelli di un’altra cultura, non importa quanto lontana. Tale apertura cosmopolita della fraternità è essenziale, e non complementare o opzionale come a volte viene descritta. Infatti Senza frontiere è il primo sottotitolo dell’enciclica, che chiede un cambio completo di paradigma del modo cristiano di vivere e di amare gli altri. E non solo: le frontiere sono anche riconosciute come un impedimento costruito dagli uomini e da superare.
«Facciamo un salto verso un nuovo modo di vivere e scopriamo una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri, affinché l’umanità rinasca con tutti i volti, tutte le mani e tutte le voci, al di là delle frontiere che abbiamo creato» (FT, 35).
Altri cinque sottotitoli dell’enciclica sono dedicati all’icona “senza frontiere”, che è dunque il tema più ricorrente nella Fratelli tutti. Essi sono: la dignità umana sulle frontiere (FT, 37); il prossimo senza frontiere (FT, 79); comprensioni inadeguate dell’amore al di là delle frontiere (FT, 99); diritti senza frontiere (FT, 121) e il limite delle frontiere (FT, 129).
 
La seconda icona illuminante, l’ineludibilità della fraternità, si rivela così: «Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro» (FT, 66).
Il Papa precisa che essa è «l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena» (FT, 67). E aggiunge una nuova definizione essenziale di dignità umana. 
Infatti il racconto del Buon Samaritano «non fa passare un insegnamento di ideali astratti, né si circoscrive alla funzionalità di una morale etico-sociale. Ci rivela una caratteristica essenziale dell’essere umano, tante volte dimenticata: siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore. Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga “ai margini della vita”. Questo ci deve indignare, fino a farci scendere dalla nostra serenità per sconvolgerci con la sofferenza umana. Questo è dignità» (FT, 68).
L’appello accorato del Papa ci incoraggia a divenire persone e cittadini migliori per soccorrere noi stessi, la nostra dignità e l’umanità intera. L’ineludibilità della fratellanza si rivela infatti come condizione inscindibile della dignità umana, descritta 69 volte nell’enciclica (le parole «fratelli» e «fratellanza» appaiono 67 volte, oltre a 59 volte per «fraterno» e «fraternità»). Sappiamo tutti – e ovviamente lo sa anche il Papa – che per due millenni per una gran parte dei battezzati l’essere credenti ha significato un rapporto speciale con Dio, con Gesù Cristo, con lo Spirito Santo e magari anche con la Vergine Maria e molti santi, ma non sempre un rapporto ugualmente speciale con i nostri fratelli cristiani e con tutti gli altri fratelli e sorelle dell’umanità intera. Molti pensano che il rapporto di fratellanza con l’umanità sia un’aspirazione virtuosa, una opportunità di impegno per pochi cristiani dedicati al servizio dei poveri o dei malati, magari anche un’opzione, nel migliore dei casi un’opzione preferenziale. Il risultato davanti agli occhi di tutti è che non poche «persone non si fanno carico delle esigenze ineludibili della realtà umana» (FT, 149). Per sottolineare questa priorità, le parole e i concetti più frequenti in FT sono «amare» e «amore» (125 volte), «umano», «uomini» e «umanità» (267 volte).
 
Nel nostro tempo, l’inclusione (parola citata nove volte nell’enciclica) o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi (FT, 69). Dunque ogni persona che nasce in un determinato contesto sa di appartenere a una famiglia più grande, senza la quale non è possibile avere una piena comprensione di sé (FT, 149). La parola «muri» appare 14 volte in FT come simbolo della nostra tentazione di isolarci dai bisogni degli altri. Ne discende la condanna chiara e forte del Papa per ogni forma di nazionalismo e populismo.
L’ineludibilità, lo stato dell’essere ineludibile, è una situazione che non si può evitare, è la nuova situazione della vita di ciascuno, interdipendente con il resto dell’umanità e di tutto il creato. In inglese spesso si traduce con un secco inescapable, una parola ancora più cruda: non si può scappare. Non del tutto a sorpresa (c’erano state delle avvisaglie), oggi la commedia delle aspirazioni e delle opzioni è finita: ci capita questa interdipendenza dalla quale non si può più scappare. Siamo tutti concatenati, non possiamo più eludere la questione.
In realtà un modo per liberarsi, almeno superficialmente, da questo fastidio c’è, non è un segreto, e bene o male lo conoscono in tanti. Basta non parlare mai di questo rapporto, zitti zitti, far finta di niente, tenere la bocca chiusa, le orecchie e gli occhi chiusi; un metodo che poi è anche il modo per tenere addormentata e tranquilla la nostra coscienza. In fondo, se si tengono le braci sotto le ceneri, si mantiene il fuoco acceso senza che si veda e senza che provochi fiamme e incendi.
La forza bruciante, dirompente e appassionata di Fratelli tutti, che lascerà un segno per i tempi a venire nella cristianità e in tutta l’umanità, è proprio questa: l’averci ricordato che viviamo davvero in un mondo senza frontiere e che in questa situazione possiamo vivere bene solo se comprendiamo che la vera fratellanza è ineludibile.
O stiamo con il Buon Samaritano o stiamo con chi fa finta di non vedere le sfide sociali. A tutti i cattolici del mondo papa Francesco chiede di fare un discernimento spirituale esigente ma in fondo abbastanza facile: «Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (FT, 69). E ancora: «Con quali persone ti identifichi? [...] A quale di questi personaggi somigli? Ci troviamo di fronte a una scelta fondamentale. Qui cadono tutte le nostre distinzioni, etichette e maschere: è il momento della verità. Ci chineremo per toccare e guarire le ferite degli altri?» (FT, 70).
 
Nell’enciclica il Papa fa ai suoi lettori, soprattutto ai cattolici, cinquanta domande, e sono tutte su questo stesso discernimento. Così ognuno può sapere se il suo battesimo lo ha cambiato o no. Così sarà evidente se si avvererà il cambio di paradigma della fratellanza umana e se l’umanesimo cristiano senza frontiere, espressamente voluto da Gesù Cristo come priorità di vita e conversione dei suoi seguaci, si realizzerà o avrà fallito.
Papa Francesco non vuole rinfrescarci la memoria su tanti sogni, utopie e speranze di fratellanza vissute nella storia umana, da riscoprire oggi come aspirazioni o buoni propositi; chiede invece a tutta l’umanità – cristiani o no – di riconoscere un’urgenza ineludibile di cambiare vita e di riconoscerci davvero tutti fratelli.