Le sfide di Biden in un’America divisa

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Covid, razzismo, sicurezza, clima, migrazioni: sono alcuni dei temi del disaccordo interno alla popolazione americana, polarizzata nel voto come nei valori. 
Al nuovo presidente eletto, spetta il compito di provare a ricucire le fratture interne e di restituire credibilità all’America sulla scena internazionale.

Le elezioni presidenziali del 3 novembre hanno visto una partecipazione da record. Più di 158 milioni di americani hanno espresso il loro voto (di persona o per posta), facendo registrare l’affluenza più alta dal 1900. Il candidato democratico, l’ex vicepresidente Joe Biden, e il presidente uscente, il repubblicano Donald Trump, hanno raccolto rispettivamente 81,3 milioni e 74,2 milioni di preferenze, diventando i candidati più votati (per numero assoluto di voti) nella storia degli Stati Uniti. Biden è stato dichiarato vincitore da tutti i principali media il 7 novembre, dopo quattro giorni in cui gli americani e il mondo intero sono stati con il fiato sospeso a seguire lo spoglio dei voti per corrispondenza – un’opzione scelta da molti per evitare rischi in era Covid. A settimane di distanza, Trump e gran parte del partito repubblicano si rifiutano di riconoscere la vittoria di Biden, denunciando brogli inesistenti e diffondendo grottesche teorie del complotto, in un tentativo di delegittimare l’esito del voto senza precedenti nella storia americana.
Ciò nonostante, il processo di transizione è formalmente iniziato e Biden entrerà in carica il 20 gennaio 2021.

Trend elettorali
I risultati elettorali confermano un paese fortemente diviso. L’affermazione di Biden è stata meno netta di quanto previsto dai sondaggi pre-elettorali, i democratici hanno perso seggi alla Camera, pur mantenendo la maggioranza, e non sono riusciti, almeno per ora, ad ottenere il controllo del Senato – decisivi sono in questo senso i ballottaggi per i due seggi della Georgia, previsti ad inizio gennaio. Quarantacinque dei cinquanta Stati e una larghissima maggioranza degli americani hanno votato per lo stesso partito per cui hanno votato nel 2016, nonostante quattro anni tormentati e la pesante crisi sanitaria ed economica. Dalle prime analisi dei flussi elettorali Biden sembra aver guadagnato terreno tra gli elettori bianchi più istruiti e, in misura minore, tra quelli meno istruiti. Il margine di vantaggio dei democratici tra gli elettori ispanici, da sempre molto ampio, sembra essersi invece leggermente ridotto, in particolare in Florida (dove è presente una grande comunità di immigrati cubani) e in Texas. La performance di Biden tra gli elettori afroamericani sembra essere stata in linea con quella di Hillary Clinton (85-90% hanno votato democratico), ma la maggiore partecipazione al voto di questo gruppo di elettori ha probabilmente giocato un ruolo fondamentale nella vittoria (risicata) in Georgia, tradizionalmente a salda maggioranza repubblicana. Un dato interessante è quello della “polarizzazione geografica” confermata anche in queste elezioni. Gli Stati Uniti sono sempre più divisi tra aree “fortemente” democratiche (tipicamente grandi e medi centri urbani), dove il partito democratico arriva a raccogliere il 60-70% dei voti, e aree fortemente repubblicane (tipicamente zone rurali e piccole città), dove i repubblicani hanno un margine di 30-40 punti percentuali.
 
Un’America divisa
Nel discorso pronunciato dopo essere stato proclamato vincitore, Joe Biden ha dichiarato di voler essere un presidente che unisce invece di creare divisioni, ha esortato ad abbandonare la retorica violenta e a smettere di considerare l’avversario politico un nemico, tornando a dialogare. Non sarà facile. Gli elettori democratici e repubblicani, così come i loro rappresentanti a Washington, sono profondamente in disaccordo non solo sulle politiche e i piani da attuare, ma anche sull’analisi dei problemi stessi del paese. Esemplari a tal proposito sono le divergenze sulla gravità e la gestione della pandemia da Covid-19, che pure ha colpito molto duramente gli Stati Uniti, uccidendo più di 300.000 persone e facendo registrare quasi 17 milioni di casi. Secondo un sondaggio del Pew Research Center svolto in ottobre, per l’82% degli elettori democratici il Covid è stato una questione molto importante per le proprie scelte di voto. Solo il 24% degli elettori repubblicani la pensa allo stesso modo. Una maggioranza schiacciante (94%) dei democratici pensa che il modo più efficace per far ripartire l’economia americana sia tenere sotto controllo i contagi, mentre il 50% dei repubblicani ritiene che si debba riaprire tutto anche senza una riduzione significativa nella diffusione del virus.
Il Covid è solo uno dei tanti oggetti di disaccordo. I sostenitori di Biden e Trump hanno posizioni molto diverse, ad esempio, anche su discriminazioni razziali e gestione delle forze dell’ordine, due questioni da sempre molto rilevanti negli USA e tornate in primo piano con l’uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto durante un arresto a Minneapolis a maggio e le successive proteste in tutto il paese. Il 76% degli elettori di Biden ha dichiarato che il problema delle discriminazioni razziali ha giocato un ruolo molto importante nelle proprie scelte di voto, contro solo il 24% dei supporter di Trump. Sul problema del razzismo più in generale, in un sondaggio di quest’estate sempre del Pew Research Center, il 74% degli elettori di Biden si è detto d’accordo con l’affermazione che negli Stati Uniti «è molto più difficile essere una persona di colore che essere bianco», una posizione condivisa solo dal 9% dei supporter di Trump. Le divergenze si estendono, ovviamente, alla questione dei cambiamenti climatici, considerata un problema molto serio dal 68% dei democratici e messa sistematicamente in fondo alla lista delle priorità dagli elettori repubblicani.
Negli ultimi venti anni non è tanto la divergenza di opinioni su temi specifici ad essere aumentata, ma quanto queste siano allineate con la posizione del partito. In altre parole, è più raro trovare un elettore repubblicano con opinioni di sinistra su alcune questioni e un elettore democratico con opinioni di destra su altre. Sempre di più l’appartenenza politica predice quello che gli elettori pensano quasi a 360 gradi.
L’elettorato americano sembra percepire in maniera diversa anche informazioni ed elementi fattuali chiaramente verificabili, su cui non dovrebbe esserci disaccordo, un fenomeno forse più allarmante. Ad esempio, gli elettori repubblicani pensano che gli immigrati negli USA siano meno educati, più culturalmente distanti e che beneficino dello stato sociale più di quanto credono gli elettori democratici. Rispetto ai democratici, gli elettori repubblicani sono meno inclini a ritenere che le disuguaglianze di reddito siano aumentate negli ultimi decenni e sovrastimano la mobilità sociale. Per non parlare delle divergenze sull’utilità e l’uso delle mascherine, fortemente sostenute dai democratici, spesso ridicolizzate da Trump. Entrambe le fazioni hanno delle percezioni distanti dalla realtà su molti temi, ma in direzioni opposte, con una chiara connotazione ideologica.
Non è chiaro cosa porti a queste divergenze. Da un lato potrebbe essere che gli elettori sostengano un partito sulla base della propria percezione della realtà. Dall’altra, l’affiliazione politica ha un impatto sulle informazioni che si ricevono e sui media a cui si è esposti, che influenzano le proprie percezioni. Probabilmente le due direzioni interagiscono, creando un circolo vizioso che finisce per rafforzare percezioni distorte e ideologicamente connotate.
 
Uno studio del Pew Research Center dell’ottobre 2019 dimostra proprio come repubblicani e democratici abbiano media di riferimento molto diversi. Su trenta fonti d’informazione prese in considerazione (giornali, come il «New York Times», canali tv, come Cnn e Fox News, e siti Internet), gli elettori democratici ne ritengono ventidue affidabili, mentre i repubblicani si fidano solo di otto fonti, prima tra tutte Fox News, che invece è considerata inaffidabile dal 77% dei democratici.
Dietro alle divergenze di opinioni e percezioni degli elettori di Trump e Biden c’è un più profondo sentimento di sfiducia reciproca, che renderà certamente più difficile la ricomposizione del paese. Secondo un sondaggio svolto dal Pew Research Center in ottobre, circa l’80% degli elettori in entrambi gli schieramenti ritiene che gli avversari politici non condividano gli stessi valori fondamentali, e circa il 90% dei repubblicani e dei democratici ritiene che una vittoria della fazione opposta avrebbe creato «danni permanenti» agli Stati Uniti. Questa tendenza a demonizzare l’avversario politico e i suoi sostenitori viene chiamata dagli studiosi «affective polarization». Negli ultimi decenni questa propensione si è diffusa negli USA più che in altre nazioni occidentali. Sempre di più sia democratici che repubblicani considerano i supporter dell’altro partito ipocriti, ignoranti, egoisti o mossi da oscuri complotti, invece che normali cittadini ben intenzionati che hanno semplicemente opinioni e obiettivi diversi.
Certamente gli Stati Uniti non sono l’unico paese attraversato da profonde divisioni politiche. Tuttavia, a differenza di altre nazioni, hanno un sistema elettorale bipartitico e fortemente maggioritario relativamente rigido, che finisce per comprimere un ampio spettro di questioni sociali e politiche in una singola scelta tra due fazioni. Inoltre, nel tempo l’identità politica si è sovrapposta a quella religiosa ed etnica, rendendo le divisioni più profonde e permeanti.
 
Sfide aperte
Oltre a ricucire un’America divisa, sono tante le sfide che attendono il futuro presidente. Prima di tutto la crisi Covid e le sue disastrose conseguenze economiche. Il primo atto della nuova amministrazione in pectore è stato creare una task force di esperti (medici e accademici) per studiare la situazione e dare consigli sulle politiche da attuare, un approccio molto diverso da quello di Trump, che ha sempre avuto un rapporto conflittuale con la comunità scientifica. Biden cercherà di dare un indirizzo chiaro a livello federale, armonizzando gli approcci finora disparati dei diversi Stati, ai quali Trump ha di fatto delegato gran parte della gestione della crisi e le decisioni su misure chiave, come lockdown e obbligatorietà delle mascherine.
Biden avrà anche il compito di ridare centralità al ruolo degli Stati Uniti nella comunità internazionale. Negli ultimi quattro anni Trump ha adottato una politica isolazionista («America first»), caratterizzata da mosse unilaterali e controverse quali il ritiro dagli accordi di Parigi sul clima, la trade war con Cina e Unione europea o il ritiro delle truppe americane dalla Siria, con l’abbandono degli storici alleati curdi. Questo ha minato l’immagine degli Stati Uniti come leader mondiali e partner affidabili. Biden ha già annunciato di voler sottoscrivere nuovamente gli accordi di Parigi e ha scelto come futuro segretario di Stato Antony Blinken, un diplomatico di lungo corso che ha subito sottolineato l’importanza della collaborazione internazionale per affrontare le grandi sfide mondiali.
Un’altra priorità è sicuramente quella di far tornare gli Stati Uniti a essere un paese aperto e accogliente verso gli immigrati. Il mandato di Trump è stato segnato da una gestione molto dura e restrittiva nei confronti di rifugiati e migranti, senza risparmiare studenti e lavoratori altamente qualificati. Biden ha dichiarato che nei primi cento giorni di governo revocherà le politiche anti-immigrazione di Trump come il Muslim ban o l’abolizione del programma Daca, che proteggeva dall’espulsione gli immigrati irregolari entrati nel paese da minori, dando così loro la possibilità di studiare e lavorare.
Infine, l’ultima grande sfida è quella di affrontare le disuguaglianze e le discriminazioni che sono da sempre radicate nella storia degli Stati Uniti. La pandemia ha accentuato ulteriormente queste dinamiche, colpendo in modo più severo minoranze e fasce di reddito più basse. Tuttavia, negli ultimi anni la società americana ha acquisito una maggiore consapevolezza di questi problemi e ad oggi una buona parte della popolazione considera una priorità combattere il razzismo sistemico e creare una società più inclusiva e capace di offrire a tutti le stesse opportunità, indipendentemente da razza, genere e orientamento sessuale. Biden si è fatto carico di queste istanze, a partire dalla diversità delle nomine per il suo governo. Come ha detto la vicepresidente Kamala Harris, prima donna, afroamericana e di origini asiatiche, a ricoprire questo incarico, «Joe si è impegnato a formare un governo che assomigli all’America, che rispecchi il meglio della nostra nazione».
 
Articolo consegnato il 15 dicembre 2020