Jean-Louis Tauran, un messaggio di pace e la pace come messaggio

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Intellettuale, diplomatico e poi presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, il cardinale Jean-Louis Tauran ha fatto della sua vita una missione per promuovere lo scambio tra culture e fedi differenti, nel segno del dialogo e della libertà.

Nato a Bordeaux il 5 aprile 1943, Jean-Louis Tauran visse in una famiglia felice e armoniosa. Dai genitori ricevette il senso del dovere e del lavoro e fu testimone della loro generosità verso le persone in difficoltà. Spesso sua madre raccontava la favola del leone e del topo e spiegava che ci può accadere di aver bisogno di uno più piccolo di noi: «Ho imparato molto presto la cortesia e la bontà verso gli altri e a non giudicare!».

La vocazione
Dall’infanzia fu sempre attento alla testimonianza dei sacerdoti e al loro modo di celebrare la messa, che era per lui fonte d’ispirazione. La stima e l’ammirazione per i sacerdoti crebbero quando, nel settembre 1961, entrò nel seminario dei sulpiziani a Bordeaux, e poi a Roma fu allievo del seminario e all’Università Gregoriana era stupito dall’umiltà dei padri gesuiti, grandi studiosi che vivevano in condizioni molto modeste.
Nel 1965, nel bel mezzo degli studi a Roma, dovette partire per il servizio militare in Libano. Insegnò francese al collegio “San Giovanni Apostolo” a Beirut nel programma di cooperazione culturale. Ripresi gli studi, ottenne prima la licenza in filosofia e poi in teologia all’Università Gregoriana nel 1969.
Il 20 settembre 1969 fu ordinato sacerdote a Bordeaux dall’arcivescovo mons. Mario Maziers. Dal 1970 al 1973 fu viceparroco nella parrocchia di Sant’Eulalia di Bordeaux e nel frattempo studiava diritto canonico all’Istituto cattolico di Tolosa, conseguendo la licenza nel 1973.
 
Il diplomatico
Solo dopo la licenza mons. Maziers gli consentì di entrare, a Roma, alla Pontificia Accademia Ecclesiastica. Dopo due anni di studio e una tesi di dottorato in diritto canonico all’Università Gregoriana, nel 1975, come primo incarico diplomatico, fu inviato presso la nunziatura apostolica nella Repubblica Dominicana.
Poi, nel 1979, fu mandato a Beirut, sempre in nunziatura, fino alla metà di luglio 1983. Nei quattro anni a Beirut si rese conto della complessità religiosa e politica del Medio Oriente.
Giovanni Paolo II lo volle a Roma il 14 luglio 1983 alla Segreteria di Stato. Nel 1988 divenne sottosegretario e poi nel 1990 segretario del Consiglio per gli Affari pubblici, che oggi è la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. L’ordinazione episcopale gli fu conferita da san Giovanni Paolo II il 6 gennaio 1991. Quando il Papa lo chiamò per dargli lui stesso la notizia, gli disse: «Lei è troppo giovane per diventare vescovo, ma la giovinezza è una malattia da cui si guarisce presto!». E aveva ragione, perché la vita di Jean-Louis Tauran è davvero volata via in fretta.
 
Il cardinale
Il 21 ottobre 2003 Giovanni Paolo II lo creò cardinale e archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Nel 2007, un anno dopo il discorso di Ratisbona, Benedetto XVI lo scelse come presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, responsabilità che mantenne fino al giorno della morte, avvenuta negli Stati Uniti a Hartford (Connecticut) il 9 luglio 2018. Nel corso degli anni si era manifestata la malattia di Parkinson. Ma gli dava più fastidio l’artrosi che lo costringeva a stare curvo. E quando gli altri lo vedevano soffrire, sapeva sdrammatizzare la situazione con una battuta di spirito o con una barzelletta.
 
La Curia
Collaborare con Giovanni Paolo II fu una grazia. Ogni mercoledì sera il Papa si informava sulle relazioni tra la Chiesa e gli Stati. Il pontefice prendeva le decisioni più importanti in ginocchio nella cappella. Ma il card. Tauran fu unito in un’intensa comunione spirituale anche con papa Benedetto e con papa Francesco, uomo di Dio e amico dei poveri. Una volta – proprio agli inizi del pontificato – papa Francesco gli annunciò telefonicamente che voleva farsi rinnovare il passaporto argentino. Allora il cardinale dovette inviare con urgenza il suo responso a Casa Santa Marta: «Santità, nel mondo solo due personalità viaggiano senza passaporto: la regina d’Inghilterra e il Santo Padre. Vuole creare un precedente pericoloso?». E papa Francesco desistette dal suo proposito.
 
Il dialogo
Il suo impegno nel dialogo interreligioso risale a quando insegnava a Beirut. In Libano aveva condiviso con il gesuita p. Augustin Dupré Latour degli incontri per coppie miste di cristiani e musulmani. P. Latour era convinto che «noi, credenti di due religioni, non siamo dei sedentari soddisfatti di ciò che posseggono, ma nomadi che vivono sotto una tenda, itineranti guidati dallo Spirito di Dio. Ci siamo riconosciuti spontaneamente non come coloro che posseggono la verità divina, ma posseduti da questa verità che guida, coinvolge, libera ciascuno nella sua linea, più legato alla propria fede».
 
Condanna del terrorismo e dialogo
In tutto il mondo la violenza che sfocia nel terrorismo, ben oltre il Medio Oriente sempre più dilaniato da conflitti, mina la credibilità del dialogo. Ma quelli che uccidono non sono gli stessi che dialogano. Di fronte all’avanzata dell’Isis e all’inerzia generale, il 13 agosto 2014, dal Vaticano, il card. Tauran invitò tutti i responsabili religiosi, «soprattutto musulmani», affinché prendessero «una posizione chiara e coraggiosa» contro le brutalità compiute dai jihadisti dell’Isis: «Nessuna causa può giustificare tale barbarie e certamente non una religione» e «sostenere, finanziare e armare il terrorismo è moralmente riprovevole».
Era convinto che con un po’ di bontà si potesse cambiare il mondo: «Da Dio abbiamo ricevuto due doni: l’intelligenza per capire e il cuore per amare. Che cosa ne facciamo di questi due doni?
Nella Chiesa sento voci critiche sul dialogo, che sfocerebbe nel relativismo della fede e della dottrina. Per me il dialogo interreligioso è il miglior antidoto al relativismo. Negli scambi con un non cristiano, gli devo spiegare chi è Gesù per me, sono obbligato a confessare la mia fede perché non si può costruire un dialogo sull’ambiguità». Amava ripetere: «Sono prete sempre e dovunque, anche nel servizio diplomatico, e mi lascio guidare dal Vangelo delle Beatitudini. Anche un ricevimento può essere un’occasione per uno scambio di fede o una piccola catechesi. La persona umana è un mistero, e in essa vi è sempre nascosta un’attesa di Dio. Nel quotidiano mi lascio guidare da due massime, una di Giovanna d’Arco: “Dio mi costruisce la strada” e un’altra di san Francesco di Sales: “A ciascun giorno bastano la sua pena, la sua luce soffusa e il suo cantico”».
 
Oggi e domani
Spesso Tauran faceva riferimento alla libertà interiore che a noi cristiani permette di vivere e pensare diversamente, non in contrapposizione, ma proponendo il messaggio del Vangelo vissuto nella durezza del quotidiano. Due grandi testimoni di questa differenza cristiana e di questa libertà spirituale attinta al Cristo erano per lui sant’Agostino, che nella città assediata dai Vandali possedeva una tale libertà interiore da scrivere La città di Dio, prospettando un futuro per il Vangelo senza alcuna relazione con l’angoscia del presente. E poi Teilhard de Chardin, con la libertà spirituale e l’orizzonte di pensiero da lui inaugurato. La sua Messa sul mondo è un testo mistico e sacerdotale straordinario. La forza dell’amore è incredibile. Ci saranno sempre degli appassionati di Dio capaci di far germogliare l’amore dove non c’è!
 
Il viaggio a Riyad
Dal 13 al 20 aprile 2018 il card. Tauran si recò in Arabia Saudita per creare una rete di relazioni per il dialogo interreligioso.
Il suo stato di salute non era buono. Curvo a causa dell’artrosi, camminava a fatica. Gli restavano da vivere poco più di due mesi. Ma volle andare lo stesso alla corte del re Salman, che gli riservò un’accoglienza da Mille e una notte. Prima di lui, da Roma, solo il card. Sergio Pignedoli, presidente del Segretariato per i non cristiani dal 1973 al 1980, vi aveva messo piede. Nel discorso che Tauran tenne allo sceicco Muhammad Abdul Karim Al-Issa, segretario generale della Lega islamica mondiale, fece osservare che ciascuno deve essere libero di aderire alla religione che vuole.
Non è lo scontro delle civiltà la minaccia più grave, ma lo scontro dell’ignoranza e dei radicalismi. A minacciare il vivere insieme è innanzitutto l’ignoranza: incontrarsi, parlarsi, conoscersi, costruire insieme qualche cosa è dunque un invito all’incontro con l’altro e uno scoprire se stessi. Al suo ritorno, il cardinale dichiarò a Vatican News di aver percepito «un desiderio, da parte delle autorità, di mostrare che anche in Arabia Saudita c’è la possibilità di discutere, e quindi di cambiare l’immagine del paese» (24 aprile 2018). Nella notte tra il 5 e il 6 luglio 2018 finì i suoi giorni negli Stati Uniti, dove era in cura. Aveva compiuto 75 anni il 4 aprile.
 
 
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Antologia
Il futuro della pace nel Mediterraneo: confronto tra le religioni abramitiche
 
Abramo
Abramo è il nostro padre comune davanti a Dio, ma la sua eredità è oggetto di interpretazioni diverse.
Per gli ebrei è il modello del padre, la guida dinanzi alle sfide che il popolo errante deve affrontare; ha meritato le benedizioni di Dio perché non gli ha rifiutato Isacco. È il credente perfetto. È anche il primo missionario della fede in un Dio unico. Appartiene innanzitutto al popolo eletto, che precede gli altri.
Per i discepoli di Gesù Abramo è il modello del comportamento cristiano ante litteram per tutte le nazioni perché molti verranno da Oriente e da Occidente e siederanno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe (Mt 8,10).
Per i musulmani Abramo accompagna Ismaele alla Mecca e riceve da Dio l’ordine di costruire la Ka’aba. Abramo diventa così il precursore di Maometto. Il Corano definisce l’islam come “la” religione di Abramo, come un ritorno alle sorgenti, non come una nuova religione.
Malgrado questa diversità, si può scorgere un messaggio comune:
seguire Abramo non vuol dire guardare indietro ma avanti, verso il futuro. Con lui, testimoni della speranza; seguire Abramo significa essere attenti allo straniero, com’egli accolse i tre stranieri alle querce di Mamre; seguire Abramo significa non essere più un rifugio, ma vestire i panni del pellegrino.
Abramo ci fa capire che ogni religione è un invito a:
   - camminare senza idoli;
   - essere disponibili ad accogliere la novità;
   - essere capaci di solidarietà.
 
Che programma! Che ricchezza per tutti i popoli di questo mare che Giulio Cesare chiamava mare nostrum. In effetti il Mediterraneo è una porta che permette di incontrarsi ai tre continenti che esso bagna (Africa, Asia ed Europa). Si apre verso l’immenso oceano delle grandi scoperte.
Oggi tutti i problemi mondiali si riflettono in questo mare che non è stato mai calmo. [...] Negli ultimi anni le due rive del Mediterraneo si sono allontanate a causa della disuguaglianza delle condizioni di vita delle popolazioni costiere, dell’emigrazione di molte famiglie e degli scontri ideologici e religiosi.
Eppure quest’evoluzione non ha impedito al Mediterraneo di rimanere un crogiuolo di civiltà: tre continenti, tre monoteismi, numerose eredità: classica, araba, bizantina, ottomana, berbera... il Mediterraneo è sempre sinonimo di alterità. Il Mediterraneo resta una realtà che porta nei suoi geni il fattore religioso: sapienza greca, cultura romana, monoteismi! Mentre l’impero romano è in decadenza, i cristiani aprono il cristianesimo al pensiero greco, il diritto romano all’amore e alla libertà e Paolo ha saputo far scaturire una nuova esperienza di comunione e di solidarietà, abbattendo il muro dell’odio (Ef 2,14).
Si deve pure ricordare che dall’VIII al XIII secolo, e pure fino al XV secolo, la civiltà arabo-islamica era all’apice della modernità: matematica, geografia... c’è stato poi il declino, con la parentesi della Nahda (rinascimento) nel XIX secolo, con la partecipazione di arabi cristiani colti. Senza dimenticare le violenze e le incomprensioni del passato, né la logica della dhimmitudine, molti riconoscono che fino alla fine dell’impero ottomano è stata possibile una coabitazione tra le tre religioni. I residenti europei erano protetti dal trattato delle “capitolazioni”. Il sistema del miglio, col capo religioso come riferimento, contribuì a creare religioni- nazioni. I musulmani rispettavano le “genti del libro”, e i circa centomila ebrei erano accettati in modo pragmatico. Si viveva insieme a Gerusalemme, Alessandria o Istanbul!
Ma le grandi unità del passato sono poi andate in crisi:
   - il califfato crolla con l’impero ottomano;
   - l’ortodossia si sgretola;
   - il cristianesimo diviene minoritario;
   - gli ebrei trovano il loro Stato e la loro identità col sionismo [...].
 
Pensando al Mediterraneo di domani, credo che scopriremo che dobbiamo tutti cambiare prospettiva: la sorgente di comportamenti irrazionali sono spesso le paure e le umiliazioni. La sopravvalutazione del fattore economico provoca la presunzione degli uni e il senso di sfruttamento degli altri. Soltanto società aperte possono vivere in pace. Non si può costruire la propria prosperità alle spalle degli altri. Una società si apre quando ha vinto le sue paure. Per vincerle, ciascuno ha bisogno di sentirsi stimato per ciò che è nella sua storia, cultura, religione.
In realtà il Mediterraneo ha più di due rive. Certamente quelle del Vicino e del Medio Oriente, ma anche le rive dei Balcani e dei popoli segnati dall’ortodossia. In Oriente non si è mai in una relazione faccia a faccia, ma in una relazione complessa.
In ogni caso i cristiani sanno che solo mettendo al centro l’uomo e, tra gli uomini, la persona del più debole e fragile, si cresce in umanità. Il senso dell’altro è determinante per questo dialogo di pace. Dobbiamo dunque riconoscere i nostri errori e costruire il futuro di questa parte del mondo su valori etici che ci consentano di guardare l’altro nella sua specificità arricchendo reciprocamente le nostre identità.
Permettetemi in quanto cristiano di dire semplicemente che io credo nell’uomo. Benché sia capace delle più abiette derive, egli sa anche insegnare e curare [...]. L’uomo è la sola creatura che interroga e s’interroga. Solo lui cerca il senso del senso (Bergson). L’uomo scopre di essere un mistero e così si profila all’orizzonte la dimensione religiosa.
Ebrei, cristiani e musulmani crediamo che ciascuno di noi sia unico, che ciascuno sia sacro. Così ci si ascolta, s’impara a declinare le nostre identità non con i pugni, ma con argomenti ragionati e ragionevoli. Pensare il Mediterraneo per me vuol dire riconoscere l’alterità, fare memoria, accondiscendere all’arricchimento reciproco per ricominciare ogni giorno a imparare a vivere insieme!
Mi sembra che non sia impossibile sensibilizzare educatori e legislatori all’opportunità di proporre ai popoli che vivono intorno al “lago dei monoteismi” regole di condotta come le seguenti:
   - il rispetto delle persone che cercano di scrutare l’enigma della condizione umana;
   - il senso critico che permette di scegliere tra la vita e la morte, il vero e il falso;
   - la ricerca della libertà che suppone una coscienza retta e una fede illuminata;
   - l’accettazione della pluralità che ci spinge a considerarci diversi ma uguali in dignità, rifiutando ogni forma di esclusione, e in particolare quelle che per giustificarsi fanno leva su una religione o una convinzione.
Se possiamo sintetizzare tutto ciò, potremmo dire che è perché professiamo che ogni persona umana possiede una dignità inalienabile e ha diritto alla libertà, al rispetto delle proprie convinzioni e a una vita decente.
 
Ricordiamocene! Impariamo ad essere noi stessi! Non per imporre le nostre condizioni, ma per proporle. Pellegrini della verità in mezzo alle contraddizioni della storia, malgrado le nostre incoerenze,
come responsabili religiosi abbiamo il dovere di formare uomini e donne capaci con la loro generosità, dolcezza e perseveranza di purificare la propria memoria e il proprio cuore per far sì che la sapienza umana si incontri con la sapienza di Dio.
E se il Mediterraneo fosse questo? La storia del Mediterraneo ci darà sempre lezioni e insegnamenti per costruire il futuro con maggiore chiarezza e sicurezza.
 
Conclusione
Il Mediterraneo è l’alterità.
Il Mediterraneo è l’invito a conoscere.
Il Mediterraneo è fare memoria.
Quando Napoleone giunse a San Giovanni d’Acri, scorse degli ebrei che piangevano e chiese perché piangessero. Risposero: «Piangiamo la distruzione del tempio». «E quando è accaduto?».
«Tanto tempo fa, all’incirca duemila anni fa».
«Se un popolo si ricorda a tal punto del proprio passato – fece notare Napoleone – allora è un popolo che ha anche un futuro».