Solitudini e contraddizioni dell’Estremo Oriente
«Sto preparando un tofu fritto, in fecola di patate. E poi una frittata, che noi chiamiamo tamago yaki e uno stufato di carne, nikujaga».
Fujita San, settantacinque anni, è una “nonna a noleggio”. Avete letto bene: in Giappone, per tremila e trecento yen, circa venti euro l’ora, puoi affittare una figura materna che cucina, dà consigli, media liti familiari o semplicemente fa compagnia. Il “cliente” della signora Fujita – che ha una vera nipotina di 4 anni – questa volta è un impiegato cinquantenne, single. Lui, Kikuta San, confida: «È proprio come quello che cucinava la mia mamma, che è mancata tre anni fa. Ho contattato l’agenzia con questa esplicita richiesta: poter gustare di nuovo i sapori della mia mamma. È molto emozionante». Un dialogo di sguardi, quasi una complicità, si instaura tra nonna e finto nipote: «Come è andata la giornata?», chiede la signora Fujita. È la prima volta che si incontrano, ma sembrano conoscersi da sempre. Siamo nel centro di Osaka, tra i grattacieli di questa città proiettata al futuro come tante in Giappone. Paese di contraddizioni, dove l’ipertecnologia avveniristica, avanzatissima da queste parti, si applica a una società sempre più anziana. Giappone, Paese che invecchia e si isola. Le persone sole over sessantacinque sono più di trentasei milioni, i centenari quasi centomila. Una famiglia su cinque, nel 2050, sarà composta da un anziano solo. Il 39% dei cittadini ammette di provare spesso solitudine, e uno su quattro continua a lavorare dopo la pensione. Le “nonne a noleggio” servono allora anche a questo: colmare un vuoto affettivo, restituire un ruolo sociale, monetizzare la cura; anche il calore umano diventa un servizio a ore.
Il nome del servizio Ok Obaachan vuol dire letteralmente «ok nonna!». «Abbiamo lanciato l’idea una ventina di anni fa», spiega Ruri Kanazava, responsabile di Client Partners, un’agenzia di servizi. «Ci rivolgiamo a chi si sente solo, offrendo compagnia e supporto emotivo, ma vogliamo anche creare opportunità lavorative alle donne over sessantacinque. In effetti è già attivo un piccolo esercito di un centinaio di “nonne in affitto” prenotabili on line. Come leggere questo fenomeno? Siamo davanti a uno scenario che offre possibilità relazionali insperate dinanzi “all’epidemia di solitudine” che ha intaccato le società avanzate asiatiche? Oppure si tratta di una (infida) metamorfosi del principio del “fine-lavoro mai”. Di un lavoro, cioè, che tende a diventare coestensivo all’intera esistenza? Secondo Kaori Okano, professoressa di Studi asiatici e giapponesi alla La Trobe University, «queste organizzazioni offrono un senso di autorealizzazione a donne che prima erano disoccupate, grazie al fatto di poter essere utili e apprezzate dagli altri». Di sicuro l’iniziativa prova a fronteggiare il mix di contraddizioni che lacera la società giapponese.
In totale si stima che saranno 10,8 milioni i nuclei familiari formati da un anziano che vive in solitudine. Come sottolinea il «Japan Times», si tratta di un aumento rispetto al 2020, quando 7,37 milioni di anziani, ovvero il 13,2% di tutte le famiglie, vivevano senza compagnia.
Il Giappone sta diventando sempre più un “arcipelago” di solitudine? I sintomi ci sono tutti. Ma c’è un altro aspetto del “prisma” Giappone. In molti casi le pensioni non sono sufficienti a garantire un livello di vita dignitoso. Costringendo molti anziani a cercare una nuova occupazione. Secondo l’Ufficio di statistica, in Giappone ci sono circa 9,3 milioni di persone che lavorano oltre i 65 anni. Un anziano su quattro, insomma, rimane nel mondo del lavoro dopo l’età pensionabile. L’età questa volta, però, non è un limite, ma sembra diventare una risorsa: scalda il cuore e riempie i vuoti lasciati dalla solitudine. Così, almeno, ci confida la signora Fujita: «Ho lavorato per una vita, sono in pensione da un anno e finalmente faccio un lavoro che mi piace».
Solitudine, società anziane, calo demografico e marginalizzazione femminile. L’altra faccia del continente asiatico, proiettato al futuro. Lo sperimentiamo anche in Corea del Sud. Viaggio nel paese che ha stupito il mondo: l’onda coreana, potenza culturale oltre che economica. Musica, moda e chirurgia estetica. Film e serie tv. Società ipercompetitiva e ipertecnologica. Hardware e soft power. Paese sempre più ricco, ma dove nascono sempre meno bambini. A Seul la vita gira a mille all’ora. E se cadi si innesta il senso di sconfitta, come insegna Squid Game (il gioco del calamaro), una serie tv sudcoreana che usa giochi infantili mortali come metafora della società capitalista superselettiva. Qui si impara a competere fin da piccoli: durante il Sunneung, il durissimo esame di maturità di nove ore, viene deviato il traffico attorno alle scuole. Immaginate lo stress per i ragazzi.
I sudcoreani lavorano in media 1915 ore all’anno, ben oltre la media dei paesi OCSE, che è di 1716 ore. Ma le case costano sempre di più, i salari non bastano. Difficile mettere su famiglia: ci si sposa sempre di meno e si fanno sempre meno figli. Il tasso di natalità è il più basso del mondo, 0.78 per donna. Tallonati dalla vicina Taiwan.
Altro tema complesso e altro record negativo: nella modernissima Corea del Sud le donne guadagnano ancora un terzo rispetto agli uomini, quasi tre volte in meno della media OCSE. Un dato che non è frutto di una mera eredità culturale, ma di un sistema del lavoro rigido, strutturalmente diseguale, che ha ignorato per decenni le esigenze e i diritti delle lavoratrici.
«Siamo tra i primi dieci Paesi del mondo per indice di sviluppo, ma al centesimo posto per quello di disuguaglianza», ci racconta Jungsook Park, direttrice della Seul Foundation of Women and Family, dove la incontriamo. Giornalista e attrice, Park da vent’anni si batte per fare di Seul la città della parità di genere. La Fondazione vuole essere una piattaforma per sostenere il lavoro, l’assistenza e la sicurezza delle donne e delle famiglie. «Il nostro obiettivo è formare donne adatte alla quarta rivoluzione industriale, quella digitale», spiega. «In passato si pensava alla violenza come a qualcosa di fisico o legata solo a disuguaglianze familiari. Oggi, invece, anche se la vita sembra più comoda, molte donne diventano vittime di violenze nel mondo digitale, come nel caso del deepfake o di crimini sessuali digitali. Ci battiamo per leggi che puniscano il digital crime e ci impegniamo per l’educazione digitale delle donne, le prime vittime digitali, e per congedi parentali fino a tre anni». Le donne in Corea non sono rimaste ferme.
Hanno reagito scegliendo un’altra strada: rinunciare alla maternità per conquistare autonomia economica e dignità professionale. I dati più recenti di Statistics Korea mostrano un’impennata nell’occupazione femminile tra i trenta e i trentanove anni: dal 61,3% nel 2021 al 71,3% nel 2024, con una tendenza ancora in crescita nei primi mesi del 2025. Ma solo perché si sposano sempre di meno e fanno sempre meno figli. Il calo dei matrimoni e della natalità ha favorito la permanenza femminile nel mercato del lavoro. Nel 2014, il 37,3% delle donne trentenni aveva interrotto la carriera per motivi familiari. Nel 2024 questa percentuale è scesa al 23,9%. Una società anziana, come quella sudcoreana, è la diretta conseguenza di questo trend.
Manca ancora una vera volontà politica di cambiamento. Lo stesso presidente Lee Jae Myung, in campagna elettorale si era rifiutato di trattare la parità come una priorità. Emblematica la sua risposta a una domanda sulle sue politiche di genere: «Perché continuare a dividere uomini e donne? Sono tutti coreani». Il Paese rischia di restare prigioniero di un modello superato. E la sua democrazia incompleta.
E poi c’è il Dragone Cinese. Si Le Ma?, «Sei morto?». Il nome è brutale. E infatti già c’è chi suggerisce di rinominarla «Sei vivo?». Parliamo della nuova app, che ha fatto tanto discutere in Cina. Ma comunque la si chiami, piace. E molto. Non a caso è la più scaricata.
«Serve, appunto, a segnalare di essere vivi. Per farlo basta un click», ci spiega Chao, tattoo e capelli ossigenati, che incontriamo in una tea house di Pechino. «Se invece per 48 ore tutto tace, la app manda un allarme al tuo contatto d’emergenza». Sembra strano ma non lo è in un Paese con trecento milioni di abitanti over sessanta e almeno centoventi milioni che vivono da soli e che diventeranno duecento entro pochi anni. Con un tasso di natalità in caduta libera.
Il conto è presto fatto. Centinaia di milioni di persone sole. Studenti, lavoratori, pensionati. Anziani, ma anche sempre più giovani, che scelgono di vivere da single in megalopoli dove la frenesia collettiva distrae e rende insensibili.
Così succede che qualcuno se ne vada nel silenzio, dimenticato da tutti. Nel proprio appartamento. Notizie diffuse anche dai tabloid governativi, non solo sui social mandarini. Che alimentano la paura di quella che si chiama la “morte in solitudine”. E con essa il dibattito pubblico in una società che ha di fronte un’enorme sfida demografica. Un paradosso, nella Cina dei grandi numeri.
1.0, ricordate questa cifra. È l’indice di fecondità delle donne cinesi crollato oltre ogni più cupa previsione. E ora un altro dato, 13%: è l’Iva su profilattici e pillola anticoncezionale, abolita nel 1993, che le autorità del dragone hanno deciso di reintrodurre dal 1° gennaio 2026. Obiettivo: rendere più difficile l’acquisto di questi “strumenti antisociali”, si legge nella direttiva governativa. Insomma, fare più bambini.
Quasi una legge del contrappasso per la Cina dove fino al 2016 vigeva la “politica del figlio unico”. Introdotta da Deng Xiao Ping, il successore di Mao, preoccupato per una popolazione di un miliardo e quattrocento milioni di abitanti. Ma nella Cina uscita in meno di quarant’anni dalla povertà, con una classe media di seicento milioni di abitanti, sono tanti a preferire la vita comoda ai sacrifici per i figli. Troppi i costi per mantenerli e troppa la pressione sociale.
Intanto rallenta l’economia cinese. Pesa la crisi immobiliare, mentre continua la stagnazione dei consumi interni. Cina sempre più dipendente dal proprio export. Il crollo verso gli Stati Uniti provocato dai dazi di Trump (-20%, in calo da 9 mesi) è abbondantemente compensato dalla crescita delle esportazioni verso l’Unione europea e Paesi dell’ASEAN. Che le vale il surplus record di 1200 miliardi nel 2025. Ma c’è l’altra faccia della medaglia.
I cinesi non spendono – colpa anche di un mercato del lavoro debole che mina la fiducia dei consumatori – e fanno sempre meno figli.
La Cina ha festeggiato il Capodanno lunare: è l’anno del “cavallo di fuoco”, simbolo di energia e dinamismo. Ma senza misure efficaci, il Dragone cinese corre il rischio di ritrovarsi in una società di vecchi ronzini.

