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Filippo Grandi con papa Leone XIV (Archivio personale)
Filippo Grandi pianta un albero insieme a rifugiati afghani durante una visita ufficiale in Pakistan (©️ UNHCR/Asif Shahzad)
Da Ceuta a Gaza, dall’Afghanistan al Sudan: a conclusione dei dieci anni da Alto commissario Onu per i rifugiati, Filippo Grandi denuncia la perdita di umanità nelle crisi migratorie e la deriva sovranista che indebolisce il multilateralismo. «Non dobbiamo avere paura di chi ha paura», il suo appello ai giovani a restare internazionalisti.
«La cosa che mi colpisce di più è la mancanza di umanità verso chi è stato sfruttato e verso chi è morto». Filippo Grandi ha ancora negli occhi le immagini di Ceuta, l’arrivo incontrollato di migranti nell’enclave spagnola in Marocco, uno dei fatti che ha segnato la politica internazionale di questa estate. Grandi è abituato a emergenze del genere. Milanese, 69 anni, gli studi alla Gregoriana, una vita spesa nei principali teatri di crisi: la prima esperienza da volontario dopo la laurea in Storia tra i rifugiati cambogiani, poi un percorso ininterrotto nell’ambito delle Nazioni Unite: il Sudan, il Congo dopo il genocidio in Rwanda, il Medio Oriente e l’Iraq durante e dopo la Prima guerra del Golfo e l’esodo dei curdi iracheni. E ancora, l’Afghanistan dove arriva l’11 settembre del 2001 come rappresentante dell’Onu, e la Palestina come commissario generale dell’agenzia per i rifugiati Unrwa. Infine, Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati dal 2016 al 31 dicembre 2025.
Che cosa dice a una persona come lei la crisi di Ceuta?
Direi tre cose. La prima è che è stato un episodio chiaramente manipolato per fare pressione sulla Spagna. C’è un quadro politico in cui pesano i rapporti col Marocco e con gli Stati Uniti. I social hanno avuto un ruolo centrale con masse indotte a muoversi sulla base di aspettative per nulla realistiche. Il secondo dato è la reazione dell’Europa, a mio avviso deludente e scomposta. Da anni ci diciamo che l’Unione europea dovrebbe rispondere in modo unanime al fenomeno migratorio. E invece, ancora una volta abbiamo visto Paesi in ordine sparso, con reazioni – come quella dell’Italia – dettate non da preoccupazioni reali, ma da logiche politiche interne. Anche i governi di destra hanno a che fare con forze politiche che stanno più a destra di loro. Da qui, la logica delle chiusure, degli slogan, di misure come la sospensione del trattato di Schengen. Il terzo punto, per me il più grave, è davvero la perdita di umanità.
Il silenzio su quei 140 morti, in gran parte annegati…
Sì, non una parola da parte dei governi, non una parola da chi deve prendere decisioni. È lo specchio di un problema più generale: la manipolazione della questione migratoria si ritorce su se stessa, perché diventa un tema politico, invece che un fenomeno che riguarda persone, situazioni di crisi, fattori economici e sociali. Lo dico chiaramente: sul terreno della manipolazione non si troveranno mai le soluzioni che servono davvero, né a chi si muove, né a chi accoglie, né agli Stati che giustamente hanno a cuore la propria sicurezza.
Come si è arrivati a questo punto? Mancano le idee oppure si è perso di vista l’orizzonte ideale?
La politica europea persegue la logica di un “qui e ora”, spesso alimentato da fatti distorti. Io resto europeista e credo che un’Europa davvero unita sia l’unica strada da percorrere. In questi anni di sovranismo però abbiamo visto che le istituzioni comunitarie devono fare i conti continuamente con la paura degli Stati membri di vedere “erosa” la propria sovranità. In realtà, il tema non è quello dell’erosione ma di una sovranità comune più larga che può davvero rafforzare tutti. Il sovranismo dà l’illusione che da soli si possa essere più forti, mentre è vero il contrario. Sta di fatto che un’Europa in balìa di queste tensioni non ha l’impatto che potrebbe avere. Lo vediamo in tanti scenari di crisi, a cominciare dal Medio Oriente. L’orizzonte ideale andrebbe spiegato di più ai giovani. Dovremmo dire con più passione che l’Europa è importante e decisiva per il loro futuro, per affrontare le sfide del clima, della pace, della povertà. Ma anche che abbiamo a che fare con forze che hanno molto meno a cuore questi valori.
Vede un rischio per la democrazia?
Continuo a pensare che la democrazia di stampo occidentale, largamente imperfetta, resti lo spazio migliore per dare all’individuo una propria sfera di decisione. In un’autocrazia, molto teoricamente, ci sono meno preoccupazioni perché si deve decidere di meno. Ma non credo che le persone vogliano davvero questo. Così il sovranismo, che in apparenza mette al centro la rivendicazione dell’individuo e la pretesa di non dipendere da nulla, nemmeno da un sistema di regole sovranazionali. Una situazione che per paradosso porta a un sistema che limita la capacità dell’individuo di decidere. La democrazia ha meccanismi da migliorare, ma oggi la reazione a ciò che non funziona va nella direzione opposta. Il Novecento ci insegna che quando succede questo, le cose finiscono malissimo.

Filippo Grandi durante una visita a una comunità di sfollati interni a Soacha, in Colombia (© UNHCR/Santiago Escobar-Jaramillo)
La presidenza Trump negli Stati Uniti come ha cambiato l’ordine delle cose?
È l’espressione forse più avanzata ed estrema di questa visione sovranista e la più pericolosa visto il ruolo che gli Stati Uniti ricoprono a livello internazionale: risorse economiche, armi, potere politico. L’America è un Paese strutturalmente molto individualista, ma quell’individualismo era sempre stato bilanciato da un sistema sofisticato di “pesi e contrappesi”. Trump lo sta attaccando. Non credo sia riuscito a scardinarlo del tutto, ma la situazione è davvero delicata.
È cambiato anche il ruolo nelle organizzazioni internazionali. L’amministrazione Trump ha ridotto il finanziamento del budget dell’Onu e smantellato Usaid, la principale agenzia statunitense di cooperazione internazionale…
E questo ha avuto un impatto enorme in campo umanitario. Gli Stati Uniti non hanno eliminato gli aiuti internazionali, ma cancellato i criteri utilizzati finora nella gestione. Quei fondi oggi vengono usati secondo logiche puramente politiche. L’aiuto arriva solo per ottenere qualcosa in cambio. So, per esempio, di accordi sulle cure anti-aids in Africa condizionati all’accesso a dati sanitari sensibili, contro le norme basilari che regolano i diritti dei pazienti. Sono derive molto pericolose che passano inosservate e che mirano a smantellare un sistema internazionale sostenuto dagli americani, ma che non era “americano”. Era un sistema internazionale.
È l’ennesimo attacco al multilateralismo?
Una volta mi hanno detto di non usare mai, in un’intervista, la parola “multilaterale”, perché nessuno la capisce. Forse è vero: diciamo allora che c’è tanta politica oggi che non vuole che gli Stati lavorino insieme, sia in Europa sia su scala internazionale. Ma quegli stessi Stati che remano contro la cooperazione, quando hanno un interesse, ci tornano: pensiamo all’Iran, dopo la guerra scatenata da israeliani e americani, finita subito in una situazione di stallo pericolosissima. Minare la cooperazione internazionale, alla lunga, si ritorce contro gli stessi sovranisti, che ragionano poco più in là della prossima scadenza elettorale.

La Cina come si sta muovendo in questo scenario?
La Cina non ha mai avuto un grande ruolo umanitario, mentre ha avuto e ha un ruolo enorme sul piano economico e politico. È uno Stato che ha sempre agito in modo abbastanza bilaterale, anche se in teoria si professa grande difensore del multilateralismo. Anzi, oggi arriva a dire di essere l’unica a difendere le istituzioni internazionali. La Cina ha una pulsione di potenza, come tutte le grandi potenze, ma è anche uno Stato che aborre l’instabilità: vede la guerra come un ostacolo alla sua prosperità basata sull’influenza globale, e per questo è generalmente prudente.
L’Onu che ruolo può svolgere oggi? Di fatto è un sistema bloccato, tra l’altro con un membro del consiglio di sicurezza – la Russia – responsabile di violazioni palesi del diritto internazionale con l’aggressione all’Ucraina…
È vero. Spesso si crede un po’ ingenuamente che sia un sistema con una forza propria, sovrastatale in senso assoluto. In realtà, le Nazioni Unite esistono per volontà degli Stati. Se gli Stati si ritirano, il sistema crolla, tanto più se a ritirarsi sono Stati portanti e potenti. Detto questo, l’Onu, con tutti i limiti, rimane uno spazio vuoto dove puoi entrare e sai di poter parlare con l’altro, magari liberandoti di un po’ del tuo bagaglio. Uno spazio dove esperti come me sono a disposizione come “arredo” e garanzia ai contendenti. Uno spazio che almeno teoricamente dà legittimità al negoziato. Oggi è usato meno in campo politico, di più in campo tecnico come nel commercio. Ma sarebbe un peccato buttarlo via. Non dimentichiamo che è nato dopo i disastri e le tragedie della Seconda guerra mondiale.
Eppure, negli ultimi anni ce ne siamo dimenticati. Non si contano le violazioni del diritto internazionale e umanitario. Parlando di Gaza, una volta lei ha detto che si è perso anche il “pudore”…
Il caso di Israele è emblematico, ma il discorso vale anche per altre situazioni. Un tempo, brandire l’argomento del rispetto del Diritto umanitario aveva un effetto: non tutti lo rispettavano, ma non volevano che si dicesse pubblicamente. Oggi quella barriera è scomparsa: la violazione viene quasi rivendicata. È come se si fosse gettata la maschera, ma è pericolosissimo, perché quella “maschera” era anche una barriera: permetteva almeno un dibattito legalmente logico, la possibilità di dire «hai violato, hai commesso una violazione». Se non posso più dirlo, crolla un bastione del Diritto e si apre il campo libero ai soprusi, alla legge del più forte.
E trovare una via di uscita diventa un’impresa titanica. Come vede il futuro di Israele e Palestina?
So che è impopolare dirlo, ma non vedo alternativa alla soluzione dei due Stati. L’idea di uno Stato solo non funzionerà mai, perché la minoranza araba non sarebbe mai accettata come possibile maggioranza dagli israeliani. Certo, negli ultimi trent’anni, dagli accordi di Oslo in poi, l’erosione di quell’idea è stata pazzesca: ne è rimasto un moncherino. Ma bisogna aggrapparsi a quel moncherino e rimetterlo al centro.
Soprattutto, chi si farà carico di tutto il dolore e il sangue versato?
È un nodo centrale. Lo dico sempre: la pace è un grande valore, è una causa per cui dobbiamo lottare, ma la pace è anche un lavoro certosino di negoziato, di studio, di analisi, di proposte e controproposte, di giustizia. In Medio Oriente ci sono stati errori di lungo corso. Quando sono arrivato in Palestina, nel 2005, proprio mentre Israele ritirava i coloni da Gaza, c’erano piani straordinari di sviluppo per l’area. Se si fossero realizzati davvero, forse Hamas avrebbe avuto più difficoltà a controllare Gaza. Invece è arrivato quasi subito il blocco, il soffocamento cominciato ben prima delle guerre, e questo ha dato spazio ad Hamas e ha indebolito la soluzione a due Stati. Oggi tutti gli accordi di cui si sente parlare riguardano il controllo di Gaza, ma nessuno si pone il problema delle opportunità da dare ai palestinesi. E in Cisgiordania, intanto, da parte israeliana si consumano soprusi che passano quasi sotto silenzio: uccisioni, occupazioni, espansione delle colonie, una violazione chiara del Diritto internazionale di cui però quasi nessuno parla più in questi termini.
Il rischio poi, almeno per l’Occidente, è anche quello di perdere credibilità. Le immagini di cinque anni fa della fuga da Kabul e il ritorno dei talebani in Afghanistan sono ancora una ferita. Un popolo a cui si è tentato di portare democrazia, ripiombato nella violazione sistematica di diritti, soprattutto di donne e bambini…
Come premessa, bisogna dire che l’Afghanistan era ed è un Paese complicato. Io arrivai proprio l’11 settembre del 2001. La guerra che seguì all’attentato alle Twin Towers fu avallata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il regime dei talebani crollò e iniziò un processo di ricostruzione enorme, a cui anche io ho dato il mio contributo. Ci furono però degli errori. Ne cito uno in particolare. Per esempio, furono investiti molti soldi nella ricostruzione dell’esercito afghano, visto anche come garanzia internazionale contro il terrorismo, e molto meno nella polizia, che era invece ciò di cui la popolazione aveva davvero bisogno: sicurezza quotidiana, punti di riferimento. Questa assenza ha minato la credibilità del processo dall’interno, fino a quando i talebani, riorganizzati, hanno occupato senza troppa resistenza
lo spazio lasciato libero dal ritiro internazionale. Oggi sappiamo come è finita. C’è più sicurezza, nel senso che erano i talebani stessi a generare l’insicurezza precedente. Ma a causa delle loro politiche in tema di diritti e dei veti incrociati dell’assistenza internazionale, l’Afghanistan resta un Paese ai margini, dimenticato. Questo è un vulnus enorme. Non si possono lasciare pezzi di mondo così. Penso anche al Myanmar e in parte al Sudan. Situazioni così instabili diventano un cancro che poi esplode e si propaga ovunque.
Instabilità che si riflette anche sul fenomeno dei rifugiati a cui ha dedicato la vita. I numeri parlano chiaro e smontano anche tante strumentalizzazioni…
Sì, parliamo di 117 milioni di persone in fuga nel mondo nell’ultimo anno: 68 milioni di sfollati interni, 41 milioni di rifugiati. Le crisi più gravi restano concentrate in Paesi poverissimi: il Sudan, forse la crisi umanitaria più grave in questo momento, con 14 milioni di persone in fuga; la Siria con 13 milioni e mezzo, anche se di recente si registra un fenomeno di ritorno; l’Afghanistan con 10 milioni; l’Ucraina con quasi 9 milioni. E c’è un terzo dato, quello sulla distribuzione: più del 70% dei rifugiati resta in Paesi a basso o medio reddito, il 19% in Paesi poverissimi. Sono statistiche che smentiscono completamente l’idea di un’invasione. Quasi tutti quelli che fuggono vanno in Paesi dalle risorse scarsissime. Pensiamo al Libano o alla Giordania, piccoli e fragili, che si trovano a gestire da soli crisi enormi. È come se, in
proporzione, in Italia arrivassero all’improvviso cinque o dieci milioni di persone. Ed è per questo che il taglio drastico degli aiuti internazionali degli ultimi anni è così preoccupante: quegli aiuti sostengono proprio i Paesi a basso e medio reddito nel farsi carico di queste crisi. Se si tagliano i fondi, la pressione aumenta e le persone per sopravvivere sono spinte a muoversi ancora, finendo spesso in balìa dei trafficanti.
La contraddizione è anche nei numeri. Nel 2025 sono stati spesi in armamenti quasi 3 mila miliardi di dollari. Secondo l’Onu, per eradicare la fame nel mondo entro il 2030 sarebbero serviti 267 miliardi di dollari all’anno, meno del 10% di quelle spese. Non è uno scandalo?
È un tema enorme. Non si tratta di contrapporre i due capitoli di spesa. Per fare un esempio, io credo che sia giusto che l’Europa investa di più in una difesa comune, meno dipendente dagli Stati Uniti. Ma questo deve essere fatto senza penalizzare la cooperazione allo sviluppo o gli aiuti umanitari. La verità è che i Paesi ricchi stanno abdicando alla responsabilità di aiutare chi ha bisogno. Con molta miopia, perché gli aiuti allo sviluppo non sono vitali solo per miliardi di persone, ma servono anche come elemento di stabilizzazione. Parlavamo prima del Sudan. Io ho visto nelle regioni confinanti arrivare masse enormi, inaudite, di milioni di persone, in Etiopia, in Chad, nella Repubblica Centrafricana, nel Sud Sudan. Paesi fragilissimi che con l’arrivo di queste persone diventano ancora più fragili. Questa fragilità immediatamente si traduce in instabilità politica. Paesi che stanno in piedi per miracolo, con questa pressione umanitaria si vedono pure tagliare gli aiuti. È insensato. Quindi non è soltanto sbagliato, immorale, disastroso, mettere milioni di vite in pericolo, ma è anche controproducente dal punto di vista politico, della stabilità. Quella stabilità che si pretende di conservare investendo sempre più soldi nelle armi. Sono contraddizioni evidenti.

Lei insiste molto su un punto: non dovremmo avere paura di chi ha paura…
È il cuore di tutto. I rifugiati fuggono perché hanno paura: delle bombe, del poliziotto che viene a portarli in prigione, di un conflitto tra comunità. Ci sono tante varianti di questa paura, ma sono loro ad averla. Non dovremmo avere paura di chi ha paura, ma dovremmo aiutarli a non averne più. È tutto qui il senso della protezione internazionale. Una volta che quella paura è affrontata o almeno stabilizzata, vengono i bisogni elementari, ma anche quelli più complessi, che spesso sottovalutiamo. Racconto sempre un episodio a cui sono molto legato. La prima volta che sono andato in Grecia, nel 2016, durante l’esodo dei siriani attraverso l’isola di Lesbo, ho chiesto a una famiglia appena sbarcata di raccontarmi la loro storia: i combattimenti ad Aleppo, la fuga in Turchia, il cammino attraverso le montagne, la traversata sui barconi. A un certo punto ho chiesto: qual è stato il momento in cui avete avuto più paura?
E cosa le hanno risposto?
Non mi hanno parlato dei bombardamenti, né delle minacce, né dei soldi che gli portavano via. Mi hanno detto che il momento più difficile è stato quando erano a metà del braccio di mare tra Turchia e Grecia, perché il cellulare aveva perso il segnale. È lì che si sono sentiti davvero abbandonati a loro stessi. Non fame, non bombe, ma connessione. È un paradosso che ci fa capire che cosa sia il massimo della solitudine. Per questo è così importante che chi gestisce gli aiuti lo faccia con professionalità, con esperienza, con una vera capacità di comprendere i bisogni delle persone e con sensibilità. Essere presenti, riscoprire quell’umanità che tra l’altro è la chiave di volta in ogni crisi.
In che senso?
In tutta la mia carriera non ho mai visto, per esempio, un villaggio africano incapace di manifestare solidarietà verso chi arrivava in fuga dal Paese vicino. Sono gesti semplici, diretti, per nulla sofisticati, ma sono la realtà, per milioni di persone. In Ucraina, al di là degli aiuti internazionali, è la società civile che ha tenuto insieme un Paese invaso, bombardato, colpito dall’invasione russa. Finché esiste questo germoglio di umanità da persona a persona, abbiamo il dovere di non perdere la speranza.
È anche per questo che ama definirsi un “umanitario” e non un diplomatico?
Non sono un diplomatico, non lo sono mai stato, anche se capita che mi presentino così. Sono due mestieri diversi. Il mio è stato amministrare e gestire la cooperazione, gli aiuti, le emergenze. Nel mio caso specifico, i rifugiati. «Umanitario» è anche un termine legale usato nel diritto di guerra. Ma fondamentalmente vuol dire quello che dice: occuparsi di persone, non di massimi sistemi. Alla fine, tutto ruota attorno a un gesto gratuito, a quello che dai a chi è nel bisogno perché non abbia fame, perché non sia ucciso nel proprio Paese, perché possa sentirsi al sicuro. Quel gesto non risolve la situazione, ma è importante che esista, che il suo spazio resti difeso, perché senza di esso rischiamo di perdere l’elemento più forte della nostra umanità.
Lei si è trovato tante volte a difendere questo spazio. C’è stato un momento in cui si è sentito messo alla prova?
Tante volte, ma se devo indicarne uno, forse il più difficile del mio percorso è stato in Congo, negli anni Novanta. Prima l’epidemia di colera nei campi dei rifugiati ruandesi, poi un’operazione di soccorso, sempre di rifugiati ruandesi, durante la Prima guerra civile, nel ’96-’97. Quello che io e i miei colleghi abbiamo visto in quella guerra è indicibile. Sono convinto che nel mondo esista un sostrato di umanità forte, che tuttavia convive, in certe situazioni, con una ferocia inaudita, spesso non spontanea e pilotata da leader e politici. C’è stato un momento in particolare: avevamo la possibilità di raggiungere e soccorrere un grande gruppo di persone in pericolo: ottanta, novantamila. A causa della guerra siamo stati esclusi brutalmente e deliberatamente da questa possibilità, perché chi comandava voleva ucciderle e non voleva testimoni. In quel momento ho dubitato del senso di quello che facevamo. Chiamai Sadako Ogata, all’epoca Alto commissario all’Unhcr, e le chiesi cosa fare: restare a negoziare quell’accesso, denunciare pubblicamente, andarcene? Lei mi rispose così: «la scelta è tua, ma ricordati che non possiamo mai venire meno alla responsabilità verso le persone». Siamo rimasti. È stata durissima, non li abbiamo salvati tutti, ma ne abbiamo salvati tanti. Ecco, credo che alla fine sia sempre quella la scelta da fare: privilegiare l’umanità. Ne vale sempre la pena.
Perché?
È come tessere continuamente una tela, anche se magari di notte si disfa. L’umanità è questo valore costante che esiste ovunque, anche se è calpestato, deriso, marginalizzato, dimenticato, ignorato. Eppure, il fatto che nel fondo di ogni uomo ci sia questo anelito, questa spinta verso chi soffre, mi fa dire che dobbiamo fare tutto il possibile. Certo, in un mondo come il nostro può sembrare un’utopia, ma non lo è. La politica internazionale è una cosa, ma esistono anche le persone ordinarie. Nella mia esperienza ho capito che per chi soffre, questo battersi per i diritti, questo lottare contro le ingiustizie, questo tentativo di mobilitare risorse, aiuti, impegno… Ecco, tutto questo per loro è importante! Se noi abdichiamo a questo principio solo perché siamo scoraggiati dai potenti della terra o di fronte al male del mondo, priviamo le persone più indifese anche di un ultimo appiglio.
Cosa direbbe ai giovani che guardano a questo impegno e anche a questo mestiere?
Li inviterei a non farsi scoraggiare da chi dice che non serve, o peggio, da chi dice che è una cosa un po’ patetica, una faccenda da buonisti. Al tempo stesso direi di coltivare anche un sano timore e coscienza dei pericoli e dei rischi. L’esatto contrario della paura perché la paura ci fa arretrare, la coscienza dell’avversità invece ci fa avanzare, a testa bassa o anche alta, dipende dalle circostanze. Il mondo di oggi è complesso, ma siate “internazionalisti”: una parola forse un po’ desueta, ma è l’esatto contrario dell’essere “nazionalisti”. Io non ho smesso di crederci.

