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Rapporti internazionali convergenti descrivono una democrazia globale in arretramento: quasi tre quarti della popolazione vive sotto regimi autocratici. Tra la fine del 2026 e il 2027, oltre cinquanta paesi voteranno in elezioni decisive, in una congiuntura che richiama, per rischio, gli anni Venti del secolo scorso.
A livello globale, la democrazia è in pieno arretramento. I principali rapporti internazionali pubblicati nel 2026 convergono su questo punto, anche se con accenti diversi. Gli istituti che monitorano la governance nazionale di 193 paesi descrivono un panorama inquietante: democrazie svuotate, regimi ibridi, istituzioni indebolite e spazi civici sempre più ristretti. Il V-Dem Institute dell’Università di Göteborg parla ormai di una «terza ondata di autocratizzazione» globale, simultanea e in accelerazione1. Questa ondata coinvolge non solo un numero crescente di paesi, ma anche Stati economicamente più forti rispetto a quelli colpiti dalle precedenti svolte autoritarie degli ultimi 120 anni. Lo stesso rapporto segnala inoltre che cinque paesi europei – Croazia, Italia, Regno Unito, Slovacchia e Slovenia – rientrano
tra quelli in fase di autocratizzazione2.
Mappe elettorali ridisegnate per convenienza politica, controllo giuridico indebolito, disinformazione mirata, propaganda tronfia, polarizzazione tossica e autoritarismo praticato prima ancora che dichiarato si rafforzano a vicenda. Il risultato è un circolo vizioso che indebolisce tanto le democrazie quanto i regimi autoritari. In alcuni paesi si propone con nonchalance di mantenere le elezioni, ma di svuotarle eliminando le preferenze; in altri, come negli Stati Uniti, si assiste alla crescente pressione del potere politico sul potere giudiziario, mentre i distretti elettorali vengono ridisegnati per favorire la maggioranza; il voto per posta dei residenti all’estero diventa più difficile e la partecipazione viene scoraggiata attraverso doppi sistemi di identificazione degli elettori. Sono freni introdotti a piccole dosi, e proprio per questo più insidiosi: producono assuefazione prima ancora che indignazione. Così i livelli medi misurabili di democrazia reale – rappresentanza, partecipazione, Stato di diritto, separazione tra Stato e religioni – sono tornati ai valori del 1978, cancellando di fatto gran parte dei progressi compiuti dalla fine del XX secolo. A inizio 2026, il 74% della popolazione mondiale, circa 6 miliardi di persone, vive sotto regimi autocratici. Solo il 7% vive in democrazie liberali. Le autocrazie chiuse ospitano oggi più persone, il 28%, rispetto alla somma delle democrazie elettorali e liberali, ferme al 26%. Il rapporto rileva esplicitamente che l’Europa occidentale e gli Stati Uniti d’America si trovano ai livelli di democrazia più bassi degli ultimi cinquant’anni. L’Economist Intelligence Unit (EIU)3 offre una lettura appena meno cupa: dopo otto anni consecutivi di declino globale segnala una timida pausa. Il numero di democrazie, complete o imperfette, è salito leggermente da 77 a 80, ma il quadro resta appesantito da 87 paesi classificati come regimi ibridi o autoritari. L’EIU si chiede se questa pausa sia l’inizio di una svolta o soltanto una parentesi: non offre, però, una risposta certa. I ricercatori parlano di «insolita ansia democratica» e osservano che, pur essendosi rafforzati alcuni canali locali e diretti di partecipazione, come i referendum e le iniziative popolari, il decadimento istituzionale e la fragilità dello Stato continuano a minacciare le strutture democratiche formali. A sostenere questo arretramento contribuisce anche la contrazione dello spazio informativo libero. Come mostra il rapporto 2025 di Freedom House4, la libertà di espressione resta la dimensione più compromessa della democrazia globale: da oltre vent’anni, senza interruzioni, aumentano le restrizioni legali contro le agenzie di stampa indipendenti, la censura digitale e il controllo sulla libertà accademica, sia nelle autocrazie chiuse che nei regimi ibridi.
Per più di cinquanta democrazie nel mondo, i prossimi nove mesi saranno una prova politica ad altissima tensione. Tra la fine del 2026 e il 2027 si terranno elezioni nazionali decisive in una dozzina di paesi per ogni continente. Secondo sondaggi e analisi politologiche, si apriranno diverse opportunità per i partiti populisti, sovranisti e nazionalisti di destra di conquistare il potere o di accrescerlo in modo sostanziale. In ottobre 2026 saranno chiamate alle urne Bosnia Erzegovina, Lettonia e Israele. In novembre, le elezioni parlamentari in Brasile e quelle di mid-term negli Stati Uniti, a metà della seconda presidenza Trump, dipenderanno in larga misura dalle ansie legate a occupazione, sicurezza urbana, inflazione e immigrazione: paure reali, che i partiti nazionalisti tendono a ingigantire e semplificare per trasformarle in consenso. Nel 2027 sarà poi la volta, tra gli altri, di Francia, Spagna, Argentina, Polonia e Italia, tutti grandi paesi in alcuni dei quali i sondaggi indicano possibili avanzate delle destre populiste. A favorirle saranno la preoccupazione per il rischio economico, l’immigrazione e la stanchezza istituzionale, fattori che continuano a ridurre la distanza tra la destra liberale tradizionale, detta di centro-destra, e l’estrema destra. In Spagna, le elezioni generali sono previste entro agosto 2027. Dopo vari spostamenti a destra nelle elezioni regionali e locali, il paese si avvia verso una possibile transizione conservatrice a livello nazionale. I sondaggi aggregati danno un netto vantaggio al Partito Popolare, insieme a Vox e ad altre componenti di destra anti-sistema; le proiezioni sui seggi indicano che una coalizione di destra potrebbe superare agevolmente la soglia della maggioranza assoluta. In Polonia, lo stallo tra il governo liberale e il presidente conservatore Karol Nawrocki, sostenuto da Diritto e Giustizia (PiS), continua a offrire terreno al consolidamento del fronte nazional-conservatore I sondaggi mostrano che le fazioni nazionaliste e conservatrici restano ben posizionate per riconquistare il pieno controllo legislativo nel prossimo confronto parlamentare, facendo leva sulle tensioni economiche e sulle politiche identitarie. Nelle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027 peseranno anche temi socio-economici come sanità pubblica, potere d’acquisto dei salari medio-bassi e scuola. Sono questioni complesse, che rendono più facili le promesse semplicistiche dei populisti e più difficile la costruzione e comprensione popolare di programmi riformisti di lungo periodo. In Italia, una novità pesante dell’offerta politica è la forte crescita nei sondaggi di un partito estremista favorevole alla purezza della razza italiana e alla deportazione degli stranieri5.
In estrema sintesi, la democrazia corre rischi reali e ravvicinati nella giuntura tra il 2026 e il 2027. La storia non si ripete mai in modo identico, ma offre segnali che conviene non liquidare troppo in fretta. Solo un secolo fa, nel 1926, Hitler raccoglieva appena il 2% dei voti in Germania e dettava il secondo volume del Mein Kampf (La mia lotta), dedicato al nazionalsocialismo e alla presunta superiorità “naturale” della razza ariana; nel 1927 Stalin diventava il dittatore dell’Unione Sovietica. Allora molti rischi non furono riconosciuti per tempo. Sappiamo come andò a finire.
1 Cfr. M. Nord, D. Altman, T. Fernandes, A. Good God, S.I. Lindberg, Democracy Report 2026: Unraveling The Democratic Era?, University of Gothenburg, V-Dem Institute, 2026, https://www.v-dem.net/documents/75/V-Dem_Institute_Democracy_Report_2026_lowres.pdf
2 Cfr. Ivi, p. 21.
3 Cfr. The Economist Group, Democracy Index 2025: Democracy stabilises after eight years of decline, https://www.eiu.com/n/campaigns/democracy-index-2025/
4 Cfr. Freedom House, Freedom in the world 2026: The growing shadow of autocracy, https://freedomhouse.org/report/freedom-world/2026/growing-shadow-autocracy
5 L’analisi della democrazia italiana non è il focus di questo articolo: il tema è approfondito in altri articoli della rivista.

