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Gentile Direttore,
desidero far pervenire alla rivista «Dialoghi» saluto e apprezzamento per i suoi venticinque anni di attività.
In questo lungo cammino, caratterizzato da enormi cambiamenti sul piano sociale, ecclesiale e internazionale, la rivista ha saputo essere punto di riferimento per i cattolici italiani e, inoltre, spazio di confronto aperto per l’intera società, offrendo a tutti strumenti di riflessione e dialogo, aiutando a leggere i segni dei tempi.
L’augurio più sentito che rivolgo alla redazione e alla comunità dei lettori è che «Dialoghi» continui a essere centro e motore di ascolto, di partecipazione, di impulso nella ricerca del bene comune, secondo principi espressi e tutelati dalla nostra Costituzione.
Sergio Mattarella
Sono passati più di sessant’anni da quando Paolo VI, nell’Enciclica Ecclesiam suam, scriveva che «la Chiesa deve venire a dialogo col mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Quell’invito resta valido ancora oggi, anzi continua a risuonare in questo che sembra essere il tempo della forza, della sopraffazione, della paura dell’altro, dove vince chi urla di più, chi si impone prima. È proprio mentre sembra vincere la logica della polarizzazione, della chiusura, dell’aggressività che vale la pena riscoprire invece l’arte del dialogo, l’unica arma capace di portare la pace e la riconciliazione, l’unica strada per interrompere l’escalation della violenza, per impedire che ci siano ancora morti e distruzioni, per far tacere il frastuono delle armi e arrivare a una composizione diplomatica dei conflitti. Non è un caso che, incontrando per la prima volta i vescovi italiani lo scorso 17 giugno, papa Leone XIV abbia chiesto di «coltivare la cultura del dialogo», raccomandando che «tutte le realtà ecclesiali – parrocchie, associazioni e movimenti – siano spazi di ascolto intergenerazionale, di confronto con mondi diversi, di cura delle parole e delle relazioni». Del resto, essere una Chiesa profetica vuol dire essere una Chiesa che parla, comunica, ascolta, interroga e risponde. Ovvero dialoga. Con tutti, senza preclusioni, con disponibilità, fiducia, accoglienza.
È la specialità di questa rivista, che significativamente si chiama «Dialoghi». Al plurale, a sottolineare la necessità di allargare lo sguardo, di includere, di farsi attraversare dalle parole altrui anziché lasciare che scivolino via veloci, indifferenti, senza toccarci. E quanto è vero che un dialogo in realtà ne apre tanti altri, ci aiuta a vivere al plurale! Il dialogo, o meglio i dialoghi, se sono autentici e profondi dischiudono sguardi, aprono prospettive, sono fautori di cambiamento. E questo non deve mai spaventare.
Nella sua etimologia, il cambiamento richiama il movimento. È una bella immagine per descrivere l’atteggiamento dei cristiani che non devono – e non possono – stare fermi, arroccati, rinchiusi nella propria fortezza di convinzioni e abitudini. Il Vangelo è quel vento che apre le porte, che ci spinge fuori, che ci fa andare per le strade. E questo anche oggi, in una società in cui la fede non è più data per scontata. Forse la cristianità è finita, ma non lo è il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo. Per questo, siamo chiamati a essere testimoni gioiosi del Risorto. Non dobbiamo diventare mediocri, paurosi nell’assumerci responsabilità, ma più evangelici e cristiani. Di questo hanno bisogno il mondo, la nostra Italia, le nostre chiese. E questo è anche l’augurio per questo nuovo anno, per la vostra Associazione e per questa rivista che cambia per dialogare, sempre di più e sempre meglio.
Matteo Card. Zuppi
Arcivescovo di Bologna,
Presidente della Cei

