Paradossi del cambiamento

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Ogni epoca della storia umana è stata percepita, da chi ha vissuto in essa, come un’epoca di grandi cambiamenti. Ed è certamente vero, in effetti, che non vi sia stata mai una fase della storia che non sia stata anche epoca di passaggio, di trasformazioni profonde e, in ogni tempo, ci si è dovuti misurare con la necessità di accettare, interpretare e governare grandi mutamenti sociali, culturali, politici, economici, e anche naturali. Anche l’ambiente in cui viviamo, infatti, è sempre mutato attorno a noi e, in buona parte, a causa nostra.
Se guardiamo alla realtà del nostro tempo, tuttavia, ci sembra legittimo ritenere che i cambiamenti dentro cui siamo immersi nell’attuale momento storico siano di una portata e di una profondità assolutamente rilevanti e, soprattutto, siano caratterizzati da un’accelerazione particolarmente accentuata, che parrebbe avere pochi paragoni in passato. Non a caso papa Francesco sosteneva in questo senso che fosse necessario, per leggere in profondità la realtà di cui siamo parte e poterci così orientare dentro di essa, parlare «non di epoca di cambiamenti, ma di cambiamento d’epoca».
Per quanto profondi e accelerati, peraltro, i cambiamenti cui assistiamo
non sono tuttavia affatto lineari, né uniformi. Producono spinte frammentarie e contraddittorie, e non si sviluppano con la stessa velocità e profondità nelle diverse parti del mondo, né nei diversi contesti sociali e territoriali all’interno dell’Occidente. Anche questa “non contemporaneità” costituisce una sfida da fronteggiare, poiché potrebbe concorrere a generare o acuire divisioni e contrapposizioni.
Il dossier che presentiamo in questo primo numero dell’annata intende confrontarsi proprio con le sollecitazioni che i cambiamenti in atto nel nostro tempo pongono all’esistenza delle persone e della società. Nostro intento non è però tanto quello di analizzare i connotati dei cambiamenti cui assistiamo, quanto indagare il modo con cui ci rapportiamo a essi. Vorremmo cioè tentare di individuare almeno qualche premessa possibile per cercare di capire come abitare tali processi assumendoli criticamente. Senza sperare di sottrarci a essi o pensare di poter semplicemente far retromarcia e tornare indietro, quindi senza rifiutare irrealisticamente i processi in atto, ma anche senza lasciarci semplicemente trascinare da essi.
Qui emerge il nodo fondamentale che prendiamo in considerazione attraverso il dossier: è possibile affrontare questa accelerazione senza sentirsi semplicemente travolti da essa, sapendo di non poterla completamente dominare ma senza per questo rinunciare del tutto a governarla? Il modo di reagire delle persone, dei gruppi e delle istituzioni di fronte alle trasformazioni in atto, in effetti, varia sensibilmente. E ciò comporta, inevitabilmente, che si creino non pochi attriti all’interno della società. I contributi del dossier ci aiutano a fare i conti con la paradossalità del cambiamento, le sue insidie ma anche le sue opportunità, muovendo dall’interrogativo su come affrontare da credenti le novità che il cambiamento comporta. L’articolo di Emilio Salvatore in tal senso indica la via profetica di Geremia (antitetica rispetto all’atteggiamento di don Ferrante del Manzoni e di Tancredi de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) come possibile «postura del credente» capace di aprire vie inedite, trasformando la complessità in vantaggio e imparando così a stare dentro l’ambiguità della realtà. Il dossier individua, in tale direzione, alcuni ambiti rilevanti e urgenti di riflessione e di impegno. «I nuovi mondi che emergono» sono l’oggetto dell’articolo di Michele Filippo Fontefrancesco, che spinge a prendere coscienza sempre più del nesso tra crisi occidentale e illusione etnocentrica, sottolineando l’urgenza di un ascolto radicale di mondi nuovi, di un pluriverso a cui non si può imporre un unico modello (basti pensare all’emergere dei BRICS e alle aspirazioni del Sud globale). «Le vite accelerate» sono il tema del contributo di Ignazio Punzi. L’accelerazione
del tempo incide sulle nostre vite generando spesso ansia, incertezza e depressione. Il tempo perde la sua forma, così anche i legami diventano più fragili. Siamo provocati a riscoprire una nuova pedagogia del tempo, così come siamo spinti nuovamente a «imparare dalla natura» il significato di resistenza e adattamento e, dunque, di cambiamento, riscoprendo, come suggerisce il contributo di Carlo Cirotto, una dinamica creativa come dimensione unitaria e prospettica della vita. Il percorso disegnato è arricchito ulteriormente dal Forum con Elena Giannini, Gabriele Gabrielli e Alessandra Trotta su «abitare il cambiamento» con particolare riferimento alla vita dei giovani e alle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro e nelle comunità dei credenti.
Nel momento in cui ci domandiamo quale atteggiamento assumere per abitare il «cambiamento d’epoca» in cui ci troviamo immersi senza subirne passivamente ogni aspetto, ma anche senza sperare di passare indenni attraverso di esso semplicemente chiudendo gli occhi di fronte alla realtà, non può allora che tornare in mente la lezione che ci è stata consegnata da un uomo di fede e intelligenza profonda come Vittorio Bachelet, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario della nascita, che seppe guardare al proprio tempo con sguardo profetico. Parole note, ma che non perdono significato: «Nel momento in cui l’aratro della storia scavava a fondo rivoltando profondamente le zolle della realtà sociale italiana, che cosa era importante? Era importante gettare seme buono, seme valido».