Le brutte notizie da Hong Kong non finiscono mai.
Dopo l’introduzione della Legge sulla sicurezza nazionale il 1° luglio 2020, è un continuo stillicidio di arresti e condanne. Lunedì 9 febbraio 2026 è stato l’ennesimo giorno nero. La sentenza a vent’anni di carcere a Jimmy Lai, il più noto tra gli esponenti democratici di Hong Kong, in prigione da cinque anni, corrisponde a un vero e proprio ergastolo, e più ancora a una virtuale condanna a morte. Jimmy Lai ha 78 anni ed è ammalato di diabete. In carcere è dimagrito molto e le condizioni di isolamento quasi totale a cui è sottoposto mettono a rischio la sua sopravvivenza.
Jimmy Lai è un ex imprenditore e editore con una storia che merita di essere conosciuta. Nato l’8 dicembre del 1948 in una povera famiglia di Guangzhou (ovvero Canton, Cina), a nove anni già lavorava alla stazione ferroviaria della sua città come fattorino. A soli 12 anni, nel 1960, Jimmy raggiunse Hong Kong nascondendosi nello scafo di una barca. Sono gli anni che seguono l’orribile carestia causata dalle dissensate politiche maoiste, che ha mietuto milioni di vittime in Cina.
Nella grande metropoli di Hong Kong, allora colonia inglese, lavorò come operaio in una fabbrica di guanti. Era certamente molto volenteroso e capace, e come altri ragazzi coraggiosi di quell’epoca fece fortuna, diventando – appena ventenne – dirigente della fabbrica. Passo dopo passo creò dal nulla Giordano, un noto brand tessile diffuso in tutta l’Asia orientale, che gli garantì molta ricchezza.
Come per molti cittadini cinesi, il massacro di Piazza Tiananmen del 4 giugno 1989 fu anche per lui una svolta emotiva e ideale. A Hong Kong più di un milione di persone scesero in strada per manifestare solidarietà ai ragazzi di Tiananmen. La violenta repressione contro giovani e civili di Pechino (e di altre città della Cina) aprì gli occhi a Jimmy, che aderì agli ideali di libertà e democrazia. Nello stesso periodo iniziò il suo cammino di avvicinamento alla fede cattolica, che conobbe grazie alla moglie Teresa.
Iniziarono, però, anche i guai politici: il boicottaggio da parte del regime cinese lo costrinse a vendere la sua azienda. Lai non si arrese: nel 1995 fondò l’«Apple Daily», divenuto il più importante quotidiano democratico a Hong Kong, oggi soppresso e con l’intera redazione esiliata o imprigionata.
Nel 2014 con la Rivoluzione degli ombrelli e nel 2019 con le grandi dimostrazioni democratiche, i ragazzi e la gente di Hong Kong chiesero maggiore libertà e democrazia, come era stato promesso dalla Legge base entrata in vigore nel 1997. Jimmy Lai sostenne il movimento democratico partecipando alle manifestazioni, sollecitando il sostegno internazionale al processo democratico e facendo di «Apple Daily» la voce della democrazia. Nei giorni più intensi delle manifestazioni del 2019, fino a due milioni di persone scesero in piazza. In una città di sette milioni di abitanti, si trattava di un numero enorme: la maggior parte della gente voleva una Hong Kong libera e democratica.
Jimmy Lai aveva il passaporto britannico e avrebbe potuto facilmente riparare all’estero. Scelse invece di rimanere a Hong Kong e affrontare con ammirevole consapevolezza la repressione che si abbatteva su di lui come un bersaglio esemplare. Fu arrestato una prima volta il 28 febbraio 2020 per assemblea illegale durante le proteste a Hong Kong del 2019-2020 e rilasciato alcune ore dopo su cauzione. Il 18 aprile dello stesso anno Lai fu nuovamente arrestato – e successivamente rilasciato – insieme ad altri quattordici attivisti democratici con la stessa accusa di assemblea illegale.
Deciso a non lasciare Hong Kong, il 10 agosto 2020, dopo l’introduzione della legge liberticida sulla sicurezza nazionale, Lai fu arrestato con molti collaboratori e persino con i due suoi figli. Anche in questo caso venne poi rimesso provvisoriamente in libertà, ma il 2 dicembre 2020 fu arrestato per la quarta volta e venne rilasciato solo su cauzione: l’accusa fu di cospirazione e collusione con forze straniere per mettere in pericolo la sicurezza nazionale.
Le “prove” furono i messaggi sui social e le interviste in cui Lai chiedeva appoggio internazionale per la libertà e la democrazia a Hong Kong e in Cina. Il 31 dicembre 2020 Lai tornò in carcere per la quinta volta e il 16 febbraio 2021 fu raggiunto da un nuovo mandato d’arresto mentre si trovava già in prigione. Da allora Lai non è mai più uscito dal carcere, mentre si sono moltiplicati gli speciosi capi di accusa nei suoi confronti.
Il 17 giugno 2021 il giro di vite si strinse sul giornale «Apple Daily». I dirigenti della testata giornalistica furono arrestati nel corso di un blitz in redazione, compiuto da ben cinquecento poliziotti. Un episodio che suscitò indignazione nel mondo: mai a Hong Kong si era visto un attacco alla libertà di stampa talmente brutale. Anche i conti bancari furono bloccati, impedendo così al giornale di continuare le pubblicazioni. Il quotidiano aveva una tiratura media di 80 mila copie: nel giorno del blitz ne furono stampate mezzo milione.
L’«Apple Daily», creatura di Jimmy Lai, era l’unico giornale veramente libero e indipendente. Tutti gli altri giornali avevano proprietà riconducibili a gruppi finanziari filo-Pechino. Un organo di stampa popolare non solo perché era il quotidiano in lingua cinese espressione del movimento democratico, ma perché era l’unico giornale che usava gli ideogrammi della lingua cantonese, il dialetto parlato dalla gente di Hong Kong. Esso intercettava più di qualsiasi altro giornale il genuino sentimento delle persone comuni. Il 24 giugno 2021 fu l’ennesima data fatale di non ritorno: la forzata chiusura dell’«Apple Daily». Per ventisei anni era stato la prova che Hong Kong era davvero una città libera. Nell’ultimo giorno di vita del giornale fu stampato un milione di copie, tutte vendute prima delle 8.30 del mattino. L’ennesima e ultima testimonianza che la gente di Hong Kong amava la libertà e la democrazia, dimostrando una sorprendente capacità di resilienza. Da quando Pechino ha represso le libertà democratiche più di trecentomila persone hanno lasciato Hong Kong: una porzione molto alta è costituita da famiglie cattoliche con figli in età scolare. Genitori che non vogliono sottoporre i loro figli all’educazione “patriottica” progressivamente imposta nelle scuole della città, anche quelle religiose. Trecentomila persone sono tante, pari al 10% dei residenti di Hong Kong in possesso del passaporto britannico d’oltremare che consente loro, a certe condizioni, di essere accolti nel Regno Unito.
Lai è stato accusato di crimini che sembrano terribili; in realtà ha semplicemente investito la sua ricchezza non a proprio vantaggio, ma per fare del buon giornalismo. Il suo “crimine” è stato quello di usare la sua piattaforma mediatica per sostenere la libertà politica a Hong Kong e in Cina e per sollecitare il sostegno internazionale. Chiunque ha il diritto di chiedere un cambiamento politico nel proprio Paese: si chiama democrazia e libertà umana. Sono diritti umani basilari protetti dal diritto internazionale. Secondo la logica che ha portato alla condanna, tutte le attività legittime delle organizzazioni della società civile e dei giornalisti che criticano i loro governi con azioni non violente sono da considerarsi atti criminali.
Il cardinale Joseph Zen, 93 anni, vescovo emerito di Hong Kong, ha partecipato a numerose udienze del processo contro Jimmy Lai. In entrambe le tristi e difficili circostanze del giorno del verdetto (15 dicembre 2025) e della sentenza (9 febbraio 2026) l’anziano cardinale, sostenendosi con il bastone, ha accompagnato in tribunale la moglie Teresa e il loro figlio. Il cardinal Zen, noto per essere la «coscienza di Hong Kong», ha potuto mostrare quello che la maggior parte degli abitanti di questa «regione amministrativa speciale» non ha potuto fare: il turbamento per la dura condanna e la solidarietà a Lai per gli anni di sofferenza in carcere. La gente di Hong Kong, infatti, non può esprimere apertamente questa vicinanza nelle attuali condizioni politiche.
Jimmy Lai è stato fedele ai suoi principi e alla sua fede. La fede che è fondamentale per la sua resistenza in carcere. La prigione, che include per lui lunghe ore in isolamento, non è facile per un uomo abituato a una vita agiata e piena di incontri e attivismo. In carcere gli è permesso di ricevere visite quattro volte al mese.
Quando andava in tribunale per il processo poteva vedere delle persone anche se era, come ha raccontato il figlio Sebastien, un’esperienza molto disumanizzante. Prima di andare in aula doveva spogliarsi perché si accertasse che non avesse nulla addosso. Ma almeno lì la gente poteva vederlo.
Tra i pochi che hanno potuto visitarlo c’è stato il cardinale Zen. Il rapporto tra i due è molto forte: nel 1997, l’anno altamente simbolico del passaggio di Hong Kong sotto l’autorità della Repubblica popolare cinese, Joseph Zen, allora vescovo coadiutore, aveva battezzato Jimmy Lai. Come menzionato sopra, la moglie Teresa ebbe pure un’influenza molto importante per la fede di Jimmy: l’ha dichiarato lui stesso numerose volte nel corso delle interviste che ha rilasciato prima dei suoi arresti. Teresa e i figli hanno incontrato, brevemente, Leone XIV a latere di una udienza generale, lo scorso 15 ottobre 2025 in Vaticano.
Nell’isolamento della sua cella Jimmy Lai è sorretto dalla fede. In carcere può pregare e lo fa. Legge la Bibbia e libri cristiani, anche di carattere teologico. Secondo le testimonianze dei figli, confermate al presente autore dal cardinal Zen, Jimmy ha riletto la Summa Theologica di san Tommaso d’Aquino, le opere di san John Henry Newman, scritti di sant’Agostino e santa Teresa di Lisieux e le biografie di papa Benedetto scritta da Peter Seewald e di san Giovanni Paolo II scritta da George Weigel. Ci sembra importante sottolineare l’interesse Jimmy Lai per Dietrich Bonhoeffer, il pastore luterano che resistette al regime nazista durante la Seconda guerra mondiale e fu ucciso in un campo di sterminio.
Non può però partecipare alla messa, perché si trova in isolamento. E fino ad alcuni mesi fa non gli era nemmeno consentito ricevere l’Eucaristia. Sono provvedimenti che mirano a fiaccarne lo spirito. Ma la sua fede è molto forte e gli ha dato la calma per resistere: «Anche se ricominciassi la mia vita – ha affermato –, percorrerei la stessa strada. Questo è il mio destino, un dono di Dio. Lo accetterò».
Nelle cartoline di Natale che negli anni scorsi ha inviato dal carcere alla famiglia e ad alcuni amici, Jimmy ha disegnato scene della vita di Gesù, in particolare la crocifissione, e altre figure sacre. Impressiona specialmente il disegno in cui rappresenta il sì della Vergine Maria. In una cartolina del 2022 scrisse: «Sono così grato che il Signore mi abbia dato una nuova vita. Prima ero cieco: ora invece ho una vita di vera pace, gioia, concretezza spirituale e significato. Ora sono libero perché posso vedere».
I disegni religiosi realizzati in prigione sono qualcosa di straordinario se si considera che gli è stata fornita della semplice carta a righe e matite economiche. La polizia di Hong Kong ne ha vietato la distribuzione in città, temendo che siano un modo per attirare l’attenzione su di lui.
Oltre a Jimmy Lai, molti leader del movimento democratico di Hong Kong hanno la fede cattolica; tra loro il sindacalista Lee Cheuk-Yan e il parlamentare Albert Ho, che insieme all’avvocato Chow Hang-tung, sono ora in prigione e sotto processo.
Hong Kong è come una città a due volti: quella delle persone incarcerate per la libertà e la popolazione che deve trovare il modo di andare avanti nella quotidianità. Come la maggior parte dei cinesi, la gente di Hong Kong è molto coraggiosa nell’adattarsi a tutte le situazioni difficili della vita. Deve sostenere i propri figli e nipoti, e prendersi cura dei suoi anziani. La gente si alza ancora la mattina, va al lavoro, a scuola e la domenica i cristiani vanno in chiesa. Ma la libertà politica a Hong Kong è morta.
Jimmy Lai, Lee Cheuk-Yan, Albert Ho e – ahimè – numerosi altri non sono in prigione in quanto cattolici ma in quanto attivisti democratici. Ma sono democratici perché sono cattolici. Hanno preso sul serio il Vangelo annunciato loro dai missionari, primi fra tutti quelli del PIME, presenti a Hong Kong dal 1858. Questi fedeli laici, cattolici e democratici, sono cresciuti nelle nostre parrocchie, scuole e associazioni e hanno messo in pratica la vocazione sociale, ovvero alla libertà, alla giustizia e al bene comune, della fede. Il loro impegno deriva dall’insegnamento sociale della Chiesa sulla dignità umana e la libertà come doni di Dio. La libertà è ciò che rende uomini e donne figli di Dio. Non si può togliere la libertà alle persone senza disumanizzarle.
I cattolici democratici imprigionati a Hong Kong sono, secondo me, confessori della fede: di certo la loro testimonianza meriterebbe più riconoscimento. Ben pochi chiedono la loro liberazione. Viviamo infatti in un tempo e in un mondo che non amano quanto dovrebbero la libertà, né chi per essa dona la propria stessa vita.
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Antologia
C’è un detto cinese che recita: «Se sei un uccello preferisci morire cantando piuttosto che vivere una vita silenziosa».
Non ho una sensazione di paura, soprattutto quando so di fare la cosa giusta.
Sono nato nel ’48. Siamo stati una famiglia sfortunata, perché eravamo ricchi ma mia madre fu mandata in un campo di lavoro. Noi figli avevamo cinque o sei anni e ci arrangiavamo da soli, senza un adulto in casa. Per un bambino era un tempo confuso. Non capivo cosa stesse succedendo. Dovevamo solo sopravvivere. Lottare, da bambini.
A otto o nove anni lavoravo alla stazione ferroviaria, portando i bagagli della gente. Lavorare mi dava il privilegio di incontrare persone che venivano da fuori. Come si vestivano, come parlavano, come ci trattavano. Un giorno portai i bagagli a un uomo. Mi diede una mancia e poi, frugando in tasca, mi diede una barretta di cioccolato. Avevo tanta fame. Morsi quel cioccolato. Era così buono! Incredibile! Mi voltai e gli chiesi: «Da dove vieni?». Disse: «Hong Kong». E io: «Hong Kong deve essere il paradiso, perché non ho mai assaggiato niente del genere».
Fu quello a far nascere in me la determinazione di scappare a Hong Kong. Mi misero nel fondo di una barca da pesca, insieme a ottanta, forse cento persone, non ricordo. La stessa notte fui portato in una fabbrica a lavorare come tuttofare. Ricordo il primo giorno a colazione. Non avevo mai visto così tante cose da mangiare. Ero così commosso che piangevo.
Dormivamo e mangiavamo in fabbrica. Ci svegliavamo prima delle sette e lavoravamo fino alle dieci di sera. Ma era un tempo felice. Era il tempo in cui sapevo di avere un futuro.
Un avvocato ebreo in pensione mi invitò a cena. Prese un libro dallo scaffale e mi disse: «Leggi questo». Si intitolava La via della schiavitù. Quel libro mi cambiò la vita. Accese in me la luce. Mi fece capire che è la reazione spontanea delle persone, lo scambio di informazioni, la ricerca dei propri fini a creare il meglio nel mondo.
Alla fine dell’anno ricevetti un bonus. Dissi: provo a speculare in borsa. Se sono fortunato, guadagno qualcosa e avvio la mia attività. Prima ancora di rendermene conto, avevo guadagnato un quarto di milione. Aprii una piccola fabbrica. E alla fine diventammo uno dei più grandi produttori di maglioni di Hong Kong.
Il rischio è una parte fondamentale dell’essere imprenditore e credo che per me sia stato naturale, dopo essere scappato dalla Cina. Non c’è rischio più grande che iniziare una nuova vita.
Mi sentivo però limitato come produttore. Dopo un po’ persi interesse a quel lavoro. Pensai: forse dovrei provare con il commercio al dettaglio. Entrai nel retail e nacque un fenomeno: Giordano. Presi il nome da un tovagliolo di una pizzeria. Pensai che un nome italiano suonasse meglio. Ero convinto che la Cina si sarebbe aperta, sarebbe cambiata, sarebbe diventata come l’Occidente. Ero entusiasta. Ero troppo ottimista.
Quando vidi cosa stava accadendo a Tiananmen, fui profondamente colpito. Volevo essere parte di quella lotta. Donai soldi, stampai magliette con gli eroi di Tiananmen, esposi striscioni nei miei negozi chiedendo le dimissioni di Deng Xiaoping. Marciai nella prima grande manifestazione di un milione di persone a Hong Kong nel 1989. In realtà, prima di Tiananmen non avevo fatto nulla per la Cina. Ma lì qualcosa si aprì nel mio cuore.
Gli inglesi non ci hanno dato la democrazia. Ma ci hanno dato lo Stato di diritto, i diritti umani, la libertà di parola, il libero mercato. Avevamo istituzioni che proteggevano la nostra libertà e lasciavano fiorire la nostra mente e la nostra intraprendenza.
Questa città, questa libertà, mi ha dato tutto. Poi, dopo il distacco dal Regno Unito, si parlò di «un Paese, due sistemi», che cioè la Repubblica popolare cinese avrebbe rispettato il sistema autonomo di Hong Kong. Sappiamo com’è andata.
Se perdiamo la libertà, perdiamo tutto. Io devo alla libertà la mia vita. Mi dissi: ho già fatto abbastanza soldi, continuare a farne non significa nulla per me; ma se entro nel mondo dei media, consegno informazione. E l’informazione è scelta. E la scelta è libertà.
Scrissi una lettera aperta a Li Peng [primo ministro cinese dal 1987 al 1998, nda]. Usai parole molto dure. Mi minacciarono, mi dissero che se avessi continuato, avrebbero chiuso le mie attività in Cina.
Mia moglie è una cattolica molto devota. Andai a messa per anni. Con l’incertezza del futuro, decisi di farmi battezzare. Quando sono in crisi, la fede mi sostiene e sento che andrà tutto bene.
Vivo nella grazia. Questo è ciò che la fede mi ha dato.
Se combatti per il libero mercato, se combatti per la libertà, preparati a essere solo. Molti imprenditori si autocensurano per non offendere il Partito. Io no. Se faccio la cosa giusta, la forza arriverà. Lo ripeto: se perdiamo la libertà, perdiamo tutto. Dobbiamo lottare. Ma in modo pacifico. Dobbiamo mostrare al mondo che Hong Kong merita di più.
Potrei andarmene. Ma non posso creare problemi e poi scappare. Non lo farò.
Come uomo dei media, con la legge sulla sicurezza nazionale, è impossibile sopravvivere. Qualsiasi cosa dici può essere sedizione, sovversione. Basta che loro la definiscano così.
Ho deciso da tempo di non lasciarmi dominare dalla paura, di non pensare alle conseguenze. Fai ciò che è giusto.
Mi metteranno in prigione. È quasi certo. Sarebbe stato noioso restare solo un uomo d’affari. Volevo una vita più significativa.
E, in verità, sono felice delle conseguenze. Se soffro per la causa giusta, questo definisce la persona che sto diventando. Se mi trasformano in un simbolo di resistenza, la mia sofferenza sarà un messaggio per il mondo. Più pressione subisco, più forte deve essere la mia voce.
Sono arrivato qui a Hong Kong senza niente. Tutto ciò che ho viene da questa città. La sua libertà mi ha dato la vita. Io devo alla libertà la mia vita.
(Dal docufilm The Hong Konger: Jimmy Lai’s Extraordinary Struggle for Freedom, Acton Institute, Grand Rapids, Michigan – USA 2023)

