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L’8 dicembre 1965, solennità dell’Immacolata, Paolo VI chiudeva, in San Pietro, il Concilio Ecumenico Vaticano II. Giuseppe Lazzati avrebbe concluso la propria vicenda terrena il 18 maggio 1986. Fra le
due date intercorsero vent’anni. In tutto quel periodo, il Professore, eletto rettore dell’Università Cattolica nel luglio 1968, in piena contestazione studentesca, dedicò molte energie per far conoscere gli esiti del magistero conciliare, soffermandosi specialmente sulla visione ecclesiologica, con specifica attenzione alla figura del laico cristiano.
Sarà bene ricordare che, professionalmente, l’incarico rettorale, confermato per cinque mandati triennali consecutivi, costituì il culmine di una vita generosamente spesa in numerose diaconie ecclesiali, nel temporaneo servizio politico, nell’insegnamento universitario e attraversata da una prova d’indicibile durezza. In breve: dopo la laurea in Lettere nell’Università Cattolica (1931), Lazzati mosse i primi passi da ricercatore nel settore della letteratura cristiana antica; intanto, maturata la scelta vocazionale del celibato «per il regno», aderì (1931) ai Missionari della regalità di Cristo, sodalizio fondato da padre Gemelli, per poi promuovere (1938), con il sostegno dell’arcivescovo di Milano, card. Schuster, un nuovo sodalizio laicale (Milites Christi, in seguito Istituto secolare Cristo re); presidente della Gioventù Cattolica ambrosiana dal 1934, fu costretto a separarsi dai “suoi” giovani dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, allorché, come ufficiale degli alpini, con il rifiuto di passare dalla parte dell’esercito tedesco e della costituenda formazione fascista, la Repubblica Sociale Italiana, venne deportato in Germania nei campi di concentramento per militari; appena di ritorno a casa (31 agosto ’45), su pressante invito soprattutto dell’amico Giuseppe Dossetti accettò di rendersi disponibile in ambito politico (fu eletto nelle file della Democrazia Cristiana all’Assemblea Costituente, poi come parlamentare nella legislatura 1948-1953); la ripresa dell’attività universitaria (conseguì la cattedra nel 1958) risultò sempre contrappuntata da molteplici servizi extra-accademici (fra questi, su specifica scelta dell’arcivescovo Montini, la direzione del quotidiano cattolico «L’Italia», 1961-1964)1.
Ciò detto, giusto per tenere sullo sfondo un pur esile tracciato biografico, torniamo al profilo di Lazzati qui prescelto. Egli fu un autentico “cantore” del Concilio, convinto che quell’evento di grazia costituisse una sorta di “nuova primavera” per l’intera Chiesa, in grado di ridare slancio a comunità e singoli fedeli, troppo gravati da pesi del passato, inidonei ormai a sostenere una fede viva, consapevole delle sempre più urgenti sfide della vita moderna.
Un ventennio di grandi tensioni...
...oltremodo difficile, fuori e dentro la realtà ecclesiale. Quanto al contesto civile e socio-politico, basti ricordare alcuni eventi che concorsero a cambiare profondamente il volto del Paese: la contestazione degli studenti, dilatatasi all’intero mondo giovanile, si configurò come protesta generazionale verso “il sistema”, nelle sue varie componenti (istituzionali, socio-politiche, religiose, educative, familiari) e i suoi valori (borghesi); nel 1969, il cosiddetto “autunno caldo” segnava l’avvio delle grandi mobilitazioni di piazza del movimento operaio; di seguito, a incupire la scena, lo sviluppo del terrorismo, con gli attentati di matrice neo-fascista e le derive eversive di frange della sinistra rivoluzionaria, culminate (1978) nell’assassinio di Aldo Moro (una vicenda che colpì profondamente Lazzati, amico dello statista sin dagli anni dell’Assemblea Costituente); si aggiunga la crescita del femminismo radical-libertario, da collegarsi con le battaglie politico-legislative per il divorzio (Legge 898, 1970) e l’aborto (Legge 194, 1978). Su queste due ultime vicende, il Professore intervenne: nel primo caso, pur accedendo, per motivi obbedienziali, alla linea referendario-abrogativa della Cei, ricordava che solo in un’ottica di fede si trovano giustificazioni davvero convincenti circa l’indissolubilità matrimoniale; nel secondo, invece, ravvisava, anche in termini di mera ragione, moralmente inaccettabile l’interruzione volontaria della gravidanza.
Ma le turbolenze del periodo si manifestarono pure nella Chiesa. In essa, da un lato, vennero allo scoperto minoranze conservatrici (emblematico il caso Lefebvre), avverse al Concilio, posto sotto accusa per (presunti) cedimenti teologico-istituzionali e liturgici di tipo “modernistico”, a scapito della fedeltà alla tradizione, dall’altro, prosperarono iniziative (Comunità di base, gruppi del dissenso) che, in contrasto con i vertici ecclesiastici, reputati troppo tiepidi sul piano socio-politico, optarono per scelte d’ispirazione marxista. Sempre in campo ecclesiale, l’adesione chiara o meno alla linea conciliare costituì motivo di differenziazione a livello associativo. L’Azione Cattolica accolse con slancio il magistero del Vaticano II, ravvisando nell’ecclesiologia comunionale, nella promozione del laicato, nel rapporto dialogico con il mondo segnavia vincolanti per un rinnovato cammino. Fu in quest’ottica che l’associazione, con presidente Vittorio Bachelet (1964-1973), giunse a proporre la «scelta religiosa» come nota distintiva del proprio essere e operare. Molto si è detto su questa opzione. In sintesi, essa stava a significare un duplice, ma convergente, intento: da un lato, emendarsi da posizioni preconciliari non esenti dal rischio di logiche di potere mondano, dall’altro, orientare l’intera attività associativa secondo il Vangelo e la figura di Chiesa popolo di Dio, pellegrina nel mondo, partecipe delle «gioie», delle «speranze», delle «tristezze» e delle «angosce» degli uomini, delineata dal Concilio (Gaudium et spes, 1). Dunque, non evasione dalla storia, ma inserimento in essa, a modo di lievito nella pasta.
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Un’impostazione teologica e pastorale, questa, di diverso tenore rispetto a quella di Comunione e Liberazione, il movimento di don Luigi Giussani sorto nel 1968 come sviluppo di Gioventù Studentesca e orientato piuttosto a forme visibili di presenza pubblica comunitaria, sfidanti il contesto socio-culturale (ed ecclesiale) d’inserimento. Specialmente in alcune realtà diocesane (Milano, in primis) il contrasto fu acceso e duraturo. Lo stesso Lazzati, in quanto strenuo assertore della linea conciliare e, pertanto, sintonico con il rinnovamento dell’Ac, non fu risparmiato dalla polemica.
“Catecheta” del Concilio, per una “nuova maturità” laicale
Forse nessuno ha gioito nell’intimo quanto il Professore dinanzi al tratteggio di Lumen gentium sulla figura del laico cristiano: un fedele incorporato a Cristo con il battesimo, membro a pieno titolo del popolo di Dio, partecipe del triplice munus (sacerdotale, profetico, regale) del Signore Gesù, nonché titolare di una «propria e peculiare» caratteristica, l’«indole secolare», che lo qualifica con una specifica vocazione: «Cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio» (Lumen gentium, 31). Pertanto, il fedele laico risulta segnato a un titolo speciale proprio dalla secolarità, cioè dalle realtà del saeculum (famiglia, lavoro, società, cultura, politica, tempo libero, ecc.), nelle quali abitualmente si dipana la sua esistenza. Realtà che rappresentano “luogo” non solo “sociologico”, ma anche “teologico” di un itinerario feriale verso la santità. Lazzati ebbe motivo di compiacersi per la sostanziale sintonia della posizione conciliare con la precedente teologia del laicato, che trovò in padre Congar un illustre esponente. Il Vaticano II, portando a pieno sviluppo le intuizioni principali di quella ricerca teologica, suggellava la tesi di un protagonismo laicale qualificato, in senso vocazionale, dalla dedizione appassionata e competente ai negotia saecularia, entro il quadro della missione di una Chiesa nel e per il mondo.
Era perciò naturale che il Professore salutasse con particolare trasporto anche gli interventi del magistero post-conciliare a conferma degli indirizzi di Lumen gentium. Fu il caso, per esempio, dell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI (1975), il cui n. 70 recitava: «compito primario e immediato» dei laici «è la messa in atto di tutte le possibilità cristiane ed evangeliche nascoste, ma già presenti e operanti nelle realtà del mondo».
Alla luce di simili convincimenti, fra anni Settanta e Ottanta, Lazzati registrò con disagio prospettive ecclesiologiche, che sembravano intaccare impostazioni (e “conquiste”) conciliari riguardo al fedele laico, rischiando di depotenziarne il profilo “estroverso”, ossia il suo prioritario impegno nelle realtà terrene.
Esegeta attento dell’insegnamento del Vaticano II sui laici, egli se ne fece anche “catecheta”, cioè diligente commentatore attraverso gli scritti e gli incontri intra-ecclesiali, rispondendo, sino a che le forze fisiche glielo consentirono, ai numerosi inviti di parrocchie, associazioni, seminari, diocesi, gruppi giovanili, provenienti da tutta Italia. D’altra parte, era convinto che quel patrimonio magisteriale, senza adeguata conoscenza, avrebbe ben presto conosciuto l’oblio, con grave nocumento per la crescita in autoconsapevolezza del laicato circa la propria vocazione e missione.
La disponibilità di Lazzati si accendeva di entusiasmo speciale quando aveva come diretti interlocutori i giovani. A tale proposito, dai primi anni Settanta l’eremo San Salvatore sopra Erba (Como) divenne il luogo da lui privilegiato per incontri a essi destinati. Si trattò di una vera e propria “cattedra” di educazione cristiana (e conciliare), con varie iniziative, diversamente modulate. Gli incontri di orientamento vocazionale, già in atto prima di quel decennio, andarono via via precisandosi sul piano organizzativo. Proposti, sotto la regia di Lazzati, in media di un paio all’anno, costituirono per decine e decine di ragazzi, importante occasione di aiuto al discernimento personale.
Dal 1974 al 1986 San Salvatore ospitò un’altra iniziativa di formazione giovanile da lui condotta: gli incontri di spiritualità della prima domenica del mese, in programma da settembre a giugno. Preoccupato delle derive socio-culturali e politiche del decennio Settanta, gravide di ricadute negative sulla gioventù, il Professore, tramite il sostegno dell’Azione Cattolica milanese, propose anche l’idea di una «Scuola della fede». Sotto il suo coordinamento, coadiuvato dal supporto di tre autorevoli studiosi (un biblista, un professore di Teologia fondamentale, un teologo morale) e da alcuni esperti di animazione di gruppo, dal settembre 1975 al luglio 1976, in un fine settimana di ogni mese, una quarantina di giovani si raccolsero, sempre all’eremo. S’intendeva sperimentare un plausibile modello formativo cristiano in grado, fra l’altro, di misurarsi con gli interrogativi e le sfide sempre più pressanti che le socio-culture dominanti ponevano alla coscienza credente. Considerata la buona riuscita dell’esperimento, Lazzati fu indotto a proporre, dall’autunno 1976, all’interno dei citati incontri della prima domenica del mese a San Salvatore, itinerari più compatti di riflessione trimestrali su alcuni temi forti della vita cristiana e particolarmente coinvolgenti per la sensibilità giovanile (corporeità, amore/sessualità, carità, verità, virtù cardinali, rapporto fra fede, ragione e prassi, ecc.).
Nel 1983, concluso il mandato rettorale, il Professore poté dedicarsi con più tranquillità a una sistemazione abbastanza organica del proprio pensiero sulla figura del laico cristiano alla luce del Concilio. Fu la trilogia: La città dell’uomo. Costruire, da cristiani, la città dell’uomo a misura d’uomo (Ave 1984); Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali (Ave 1985); Per una nuova maturità del laicato. Il fedele laico attivo e responsabile nella Chiesa e nel mondo (Ave 1986).

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Prima di arrendersi al male incurabile, Giuseppe Lazzati ebbe sufficienti energie per condurre a compimento un progetto forse da tempo coltivato. Nell’ottobre 1985, su sua proposta, prontamente accolta da un gruppo di amici, venne costituita l’associazione La città dell’uomo, intesa come servizio per lo sviluppo di una cultura civico-politica cattolico-democratica, ispirata a due “stelle polari”: la Costituzione repubblicana e il Concilio Vaticano II.
1 Per una traccia biografica un po’ più robusta cfr. Giuseppe Lazzati. Per la maturità del laicato, in «Dialoghi», 2 (2006), pp. 109-112. Ad oggi la biografia di maggior rilievo è quella di M. Malpensa, A. Parola, Lazzati. Una sentinella nella notte (1909-1986), il Mulino, Bologna 2005.
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Antologia
Mettersi «in stato di Concilio»
8 settembre 1962
Carissimi,
[...]
secondo la Costituzione apostolica Humanae salutis il Concilio vuol essere la risposta della Chiesa al mondo moderno che s’avvia a un’era nuova della sua storia. Uno sguardo al mondo per coglierne gli aspetti negativi e i positivi, soprattutto, al di sotto degli uni e degli altri, le esigenze di animazione di vita; uno sguardo alla Chiesa per coglierne la perenne indefettibile vitalità e nello stesso tempo il bisogno di adattamento che la facciano sempre più capace di rispondere alla sua divina missione e a quelle rilevate esigenze: ecco i due moventi da cui scaturisce il Concilio.
[...] Due bisogni la Chiesa sente [...]: essere sempre più se stessa, che è dire sempre più capace di riprodurre i lineamenti di Cristo di cui è continuazione nel tempo ed essere sempre più immersa nel mondo, capace di santificare quanto di buono è in esso senza cedere per nulla allo spirito del mondo che è il nemico dichiarato di Cristo.
[...] Oserei dire che il punto di arrivo del lavoro del Concilio [...] non può non mirare a edificare un popolo di fedeli più atti a vivere nel mondo nella presente situazione del suo sviluppo, con la capacità di animarlo cristianamente e di non lasciarsi travolgere da esso.
[...] Dal Concilio verranno richieste maggiori per un cristianesimo più lievitante e rinnovatore.
(G. Lazzati, Il Regno di Dio è in mezzo a voi, vol. II, 1952-1965, Istituto secolare Cristo re, Milano 1977, pp. 182, 183)
Le consegne del Concilio
Milano, 5 dicembre 1965
Carissimi,
quando fu annunciato il Concilio sentii il dovere di invitare tutti alla preghiera; ora che il Concilio si chiude non posso sottrarmi al bisogno di fare alcune riflessioni con voi sull’impegno che dal Concilio ci deriva e al quale non dobbiamo venir meno.
Il primo dovere è quello di conoscere e conoscere bene i documenti che sono frutto dell’immenso lavoro del Concilio.
[...] Ma la conoscenza è in funzione di vita: conoscere per vivere! Se importante è stato il Concilio, ancora più importante sarà per la Chiesa tutta e dunque per ciascuno che voglia esserle fedele, il periodo che ora si apre volto a tradurre negli atti e nel costume della vita ciò che in sede di Concilio è stato elaborato come dottrina e come direttiva. Mi pare che lo Spirito Santo che, con i Padri e per mezzo di loro, ha segnato le vie da percorrere ripeta ora alla Chiesa e a ciascuno di noi la parola di Cristo: Fa questo e vivrai!
(Id., Il Regno di Dio è in mezzo a voi, cit., p. 262)
I laici secondo la Costituzione De Ecclesia
I laici costituiscono l’argomento del IV capitolo della Costituzione dogmatica De Ecclesia, che è stata promulgata al termine della terza sessione del Concilio Vaticano II. Il capitolo è ovviamente parte di un tutto [...] mi limiterò a stabilirne le connessioni con il capitolo II, in cui la Chiesa è presente come «il popolo di Dio», e con il capitolo V, che tratta dell’universale vocazione alla santità nella Chiesa.
Con la Costituzione dogmatica De Ecclesia si dovrebbe dire teoricamente finito il tempo del clericalismo e del soprannaturalismo.
[...] Dal Concilio di Trento in qua [...] la Chiesa era veduta soprattutto come gerarchia al punto che qualcuno è giunto a dire che il trattato teologico De Ecclesia si riduceva ad essere un trattato di “gerarcologia” piuttosto che di ecclesiologia.
[...] Parlando della Chiesa come «popolo di Dio», si sottolinea l’indole sacerdotale e gli uffici profetico e regale di tutto il popolo, così che le parti che in essa si distinguono ‒ gerarchia e laicato ‒ appaiono meno distanziate e piuttosto in atto di continua collaborazione, essendo fatte l’una per l’altra e tutte e due parimenti ordinate a costituire la grande unità del popolo di Dio.
[...] La santità dei laici è quella che si consegue cercando il regno di Dio nelle cose temporali e ordinandole secondo Dio. Il che vuol dire far discendere il soprannaturale ‒ la ricchezza della Grazia che si manifesta nella verità e nella carità ‒ nell’ordine naturale, facendogli [...] raggiungere il massimo bene possibile, la sua massima pienezza, rendendolo al tempo stesso una manifestazione dei valori più alti, quali i valori di verità e di amore, che Cristo consegna agli uomini.
(Id., I laici secondo la Costituzione De Ecclesia, ora in Id.,
Laici cristiani nella città dell’uomo. Scritti ecclesiali e politici 1945-1986, a cura di G. Formigoni, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009, pp. 127, 128, 130, 134)
1 Per una traccia biografica un po’ più robusta cfr. Giuseppe Lazzati. Per la maturità del laicato, in «Dialoghi», 2 (2006), pp. 109-112. Ad oggi la biografia di maggior rilievo è quella di M. Malpensa, A. Parola, Lazzati. Una sentinella nella notte (1909-1986), il Mulino, Bologna 2005.

