MilanoCortina2026, un’eredità tutta da scoprire

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Cosa rimarrà dei giochi olimpici e paralimpici invernali MilanoCortina2026? Al di là dei risultati agonistici, che riempiranno gli albi d’oro delle federazioni e delle medaglie, non è facile misurare l’impatto economico e sociale di due eventi così importanti.
Bisogna tornare all’11 gennaio 2019, data di presentazione ufficiale del Dossier di candidatura per tentare di articolare qualche riflessione. Nei 132 punti del documento presentato al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) il termine più ricorrente è «sostenibilità», che compariva ben 90 volte nel testo presentato a Ginevra.
Diverse tra le ultime edizioni dei giochi olimpici avevano portato con sé parecchie criticità dal punto di vista ambientale ed economico, si pensi, in particolare, all’edizione estiva di Atene, dal punto di vista economico, e a quella invernale di Sochi (Federazione Russa), dal punto di vista ambientale. Per questo, nel 2018 il CIO ha deciso, con la cosiddetta New norm1, di integrare nelle sue linee guida per l’assegnazione delle future edizioni i  principi dell’Agenda 2030 dell’Onu, con l’intenzione di promuovere la sostenibilità dello sport e di ridurre l’impatto ambientale degli eventi.
La candidatura di MilanoCortina2026 è partita proprio da questi presupposti, con l’idea di rendere «i giochi olimpici e paralimpici un evento più sostenibile, flessibile ed efficiente, sia sotto il profilo operativo che finanziario, liberando al contempo più valore per le città ospitanti sull’orizzonte a lungo termine»2.
La sostenibilità dell’edizione che si è appena conclusa in Italia si è giocata su vari fronti. Il primo è certamente quello delle infrastrutture, che erano in gran parte già esistenti e non hanno richiesto interventi strutturali di grande impatto, se si fa eccezione per la contestatissima nuova pista per il bob e lo slittino di Cortina e per l’Arena dell’hockey su ghiaccio a Milano. Quest’ultima, peraltro, ha permesso, anche se con extra-costi significativi, di dare un contributo importante a un’opera di risanamento urbano che Milano si trascinava da parecchi anni. Quanto alla pista di bob, è realizzata all’insegna delle migliori tecnologie disponibili, ad esempio con l’utilizzo per
la prima volta al mondo di un fluido al glicole, che evita l’ammoniaca e che viene pompato lungo tutto il circuito, controllato con 77 zone di regolazione della temperatura e recupero del calore di scarto che viene convogliato nel teleriscaldamento degli edifici di servizio. Ciò non toglie che la costruzione della pista abbia comportato il taglio di circa 500 larici secolari.
Altro punto fondamentale è la possibilità di riutilizzare le strutture costruite per le olimpiadi, paradigmatico, in questo senso, è il Villaggio olimpico di Milano, che garantirà ora alla città 1700 nuovi alloggi per universitari.
Il Dossier di candidatura esplicitava anche l’obiettivo di «essere fonte di ispirazione per gli atleti e offrire nel contempo numerosi benefici a lungo termine per lo sport e la società»3. Sul fronte sportivo, al netto dei risultati ottenuti sulle piste, rimane qualche dubbio riguardo l’effettivo raggiungimento dell’obiettivo di promuovere una nuova sensibilità verso gli sport invernali, allargando la platea degli appassionati e favorendo la nascita di una nuova generazione di praticanti. La pandemia da Covid-19, che ha pesantemente influenzato il percorso preparatorio, è una parziale scusante, ma l’impressione è che il Comitato Olimpico Italiano abbia, almeno in parte, fallito questo obiettivo.
I benefici per la società saranno tutti da misurare, ma le stime preliminari sull’impatto turistico di MilanoCortina2026 sulle zone delle gare lasciano ben sperare riguardo il rilancio di territori montani che convivono da anni con il problema dello spopolamento e della carenza di servizi essenziali. Si poteva (e doveva) fare molto di più, invece, dal punto di vista delle infrastrutture di collegamento. Allargando lo sguardo al possibile impatto sociale delle olimpiadi, mi pare molto interessante quanto affermato dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, in una lettera agli sportivi intitolata Winners e pubblicata in data 24 ottobre 2025, quando mancavano poco più di 100 giorni alla cerimonia inaugurale. Il presule sottolinea come lo sport possa essere un bene per tutta la comunità perché «può favorire lo sviluppo armonico delle persone» e il loro benessere, diventa «occasione di incontro, di conoscenza, di apprezzamento, di amicizia»4 e perché è di sua natura inclusivo, accogliendo atleti di ogni parte del mondo senza alcuna discriminazione.
Ma allora – è la domanda al centro della riflessione – a quali condizioni si potrà dire di aver vinto le olimpiadi? La risposta di mons. Delpini è chiara: «la vittoria dovrà essere la dimostrazione che l’attività sportiva dei giochi olimpici e paralimpici è nei fatti, e non solo nelle dichiarazioni, un bene per tutta la comunità». C’è, in questo, anche un compito per la comunità cristiana, che si è sentita parte dell’entusiasmo per l’avventura olimpica, ma è chiamata, secondo l’arcivescovo, a sentire «la responsabilità di essere voce critica e lucida denuncia di quelle degenerazioni che rovinano lo sport nel culto idolatrico del successo, del denaro, dell’esibizionismo, della competizione esasperata»5.
C’è un altro aspetto che va sottolineato: lo scarso coinvolgimento dei territori e delle loro rappresentanze sociali nel cammino che ha portato ai giochi. Era un obiettivo evidenziato dal Dossier6, ma è stato raggiunto solo sulla carta. C’è stata un’enorme disponibilità di volontari, tanto che le richieste hanno quasi quintuplicato i 18.000 posti disponibili, ma questo non pare essersi tramutato anche in un progetto di possibile continuità dell’impegno di queste persone oltre l’evento olimpico.
La stessa cosa si può dire dell’associazionismo sportivo di base, una realtà tutta italiana che avrebbe potuto offrire una rete significativa di promozione sportiva e accoglienza diffusa per atleti e delegazioni straniere, ma non è stata attivata. Lo ha sottolineato, con un po’ di amarezza, anche Massimo Achini, presidente del Csi Milano e già membro, in passato, della Giunta esecutiva del Coni: «Lo diciamo in punta di piedi ma forse si poteva osare di più da parte di MilanoCortina arrivando a rendere protagoniste queste realtà del percorso di avvicinamento alle olimpiadi»7. Achini ha un altro rimpianto: «Sarebbe stato un gesto coraggioso e un po’ folle quello di invitare i presidenti di queste società sportive alla cerimonia di apertura delle olimpiadi. Certo, sarebbero andati bruciati biglietti che costano una fortuna. Ma l’investimento avrebbe prodotto nel medio periodo un ritorno immenso di passione educativa nel territorio della città»8.
MilanoCortina2026 è stato comunque un appuntamento dallo straordinario valore sportivo, sociale ed economico e certamente, ne è convinto lo stesso Achini, lascerà «un segno anche sul piano della cultura sportiva e dei valori della vita»9.
Ci sarà tempo per valutare l’impatto che MilanoCortina2026 ha avuto sui territori e sulle comunità che hanno ospitato i giochi olimpici, ma questo evento ha confermato che lo sport è un formidabile attivatore di relazioni sociali, che vanno difese da una logica meramente economicistica e trasformate in un’occasione di cura delle persone e del territorio.
 
2 Fondazione Milano Cortina 2026, «Dossier di Candidatura», 24 giugno 2019, p. 4.
3 Ivi, p. 4.
5 Ibidem.
6 Fondazione Milano Cortina 2026, «Dossier di Candidatura», cit., p. 127.
8 Ibidem.
9 Ibidem.