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Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno sorprendente nella sua estensione geografica e nella sua intensità sociale. Dal Sudest asiatico all’Himalaya, dalle isole dell’Oceano Indiano fino al Maghreb, la cosiddetta Generazione Z ha trasformato piazze, strade e campus universitari in luoghi di una protesta nuova. Non siamo davanti alle classiche rivolte organizzate da partiti o movimenti ideologici. È qualcosa di diverso: una ribellione senza leader, orizzontale, interconnessa, che fotografa la distanza crescente tra istituzioni logore e una gioventù che chiede servizi, giustizia sociale, dignità e soprattutto ascolto.
Le somiglianze tra Indonesia, Nepal, Filippine, Madagascar e Marocco sono così forti da suggerire che siamo davanti a un ciclo globale, non a fiammate isolate. Ogni Paese ha la sua miccia. Ma quasi sempre alla base troviamo fattori ricorrenti: corruzione, ostentazione del privilegio, servizi pubblici in rovina, disoccupazione giovanile, il ruolo dei social come spazio di identità e rivalsa.
Ma analizziamo le rivolte che stanno ridisegnando la mappa del malcontento globale.
Filippine: la corruzione come punto di non ritorno
Nelle Filippine, il 21 settembre, oltre 150.000 persone hanno riempito le piazze di Manila e delle principali città per denunciare la corruzione del governo di Ferdinand Marcos jr. È stata una delle più grandi manifestazioni del decennio nel Sudest asiatico, con studenti, famiglie, religiosi e attivisti uniti da un sentimento comune: la sensazione di essere stati traditi.
Il detonatore è arrivato dal presidente stesso, che ha ammesso pubblicamente che molti progetti contro le inondazioni erano diventati «fonti di tangenti» in un Paese in cui frane e tifoni uccidono ogni anno decine di persone. Una confessione che ha acceso la polvere della rabbia generazionale, alimentata anche dall’ostentazione online del lusso di chi beneficia della corruzione.
Il movimento filippino non è solo giovanile, ma la Gen Z ne è il motore culturale. Nei cortei sventolano cartelli che denunciano l’arroganza dei “figli di papà” che mostrano ricchezza sui social mentre milioni di giovani lottano per pagare gli studi. La protesta è fluida, non legata ai partiti, e chiede una cosa semplice: dignità istituzionale.
La risposta dello Stato oscilla tra aperture di facciata e repressione: lacrimogeni, idranti, arresti. Sullo sfondo resta il fantasma della storia: la figura del padre dell’attuale presidente, Marcos senior, spodestato nel 1986.
Le Filippine ci mostrano un dato chiave: la corruzione, nell’era digitale, non è più un vizio del potere. È una umiliazione pubblica.
Indonesia: la rabbia contro privilegi e disuguaglianze
In Indonesia le proteste sono esplose dopo la morte di un fattorino motociclista travolto da un blindato della polizia durante una manifestazione. Le immagini del corpo sull’asfalto sono diventate virali, trasformando un episodio in simbolo di un malcontento molto più profondo.
Le cause sono molteplici: inflazione fuori controllo, tasse locali aumentate fino al 1.000%, licenziamenti di massa, salari stagnanti. Ma la scintilla è stata un’assegnazione scandalosa: un rimborso mensile di 3.000 dollari ai parlamentari per l’alloggio, in un Paese dove il salario minimo di Giacarta è dieci volte inferiore.
La Gen Z indonesiana, già esasperata dal costo della vita e dall’inerzia politica, ha occupato le strade. La repressione è stata dura, mentre il governo ha tentato di citare in giudizio TikTok e Meta, accusati di «diffondere odio».
Qui emerge un tratto comune: i social come spazio politico primario. Cercare di censurarli significa toccare l’unico luogo di rappresentanza reale per milioni di giovani.
L’Indonesia dimostra come la generazione digitale non sia disposta ad accettare privilegi senza merito in un contesto di precarietà crescente.
Nepal: la rivoluzione della connessione negata
Il Nepal ha vissuto una delle crisi più violente della sua storia recente. Quando il governo ha vietato Facebook, X e YouTube, accusandoli di diffondere fake news, i giovani hanno percepito la misura come un attacco diretto alla loro unica voce pubblica.
Da quel divieto è nato un movimento spontaneo, la Gen Z Nepal, che ha portato a scontri, incendi, 19 morti, coprifuoco e infine alle dimissioni del primo ministro KP Sharma Oli.
Il malessere andava oltre il tema dei social. Era contro il nepotismo, la povertà, la disoccupazione giovanile, e soprattutto contro la sfrontatezza dei Nepo Kids, i figli dei politici che sui social ostentano auto di lusso e feste esclusive.
Un capitolo particolare è quello del sindaco di Kathmandu, l’ex rapper Balendra Shah, divenuto simbolo di una nuova classe dirigente possibile. Un outsider capace di farsi largo contro i partiti tradizionali grazie a concretezza amministrativa e comunicazione diretta.
Il Nepal mostra il lato più radicale della rivolta: quando togli ai giovani la connessione, togli loro l’identità politica. E reagiscono.
Madagascar: una generazione contro un sistema ormai svuotato
In Madagascar, la protesta è partita da blackout e carenza d’acqua, ma si è trasformata in un terremoto politico. La Generazione Z malgascia, nata dopo il 2000, ha deciso che non vuole più vivere
in un Paese dove il 75% delle persone è sotto la soglia di povertà, dove i blackout durano 12 ore e l’acqua è razionata.
Il movimento è esploso contro il presidente Andry Rajoelina, accusato di corruzione, familismo e di inseguire progetti faraonici inutili mentre i servizi crollano. La risposta dello Stato è stata violentissima: almeno 22 morti, centinaia di feriti, coprifuoco. I giovani hanno trovato un simbolo potente: una bandiera pirata ispirata al manga One Piece, rivisitata con un cappello tradizionale betsileo. Un linguaggio pop, globale, immediatamente riconoscibile. Il movimento non ha leader, non ha partiti dietro. È una generazione che rivendica acqua, luce, scuole, trasparenza.
La crisi ha portato infine all’ascesa del colonnello Michael Randrianirina alla presidenza, in circostanze che somigliano a un colpo di Stato de facto, sebbene lui neghi.
Il Madagascar mostra il punto limite: quando lo Stato non garantisce neppure la sopravvivenza materiale, la rivolta diventa inevitabile.
Marocco: contro gli stadi del futuro e le rovine del presente
In Marocco le proteste della Gen Z partono da un paradosso doloroso. Il Paese si prepara a investire miliardi per i Mondiali 2030, mentre ospedali e scuole pubbliche cadono a pezzi.
La miccia è stata la morte sospetta di otto donne in un ospedale di Agadir. Da lì si è acceso un movimento online, Gen Z 212, con oltre 120.000 iscritti su Discord. Una protesta digitale che è diventata rapidamente protesta fisica.
Gli slogan sono chiari: «Meno stadi, più ospedali», «Prima la salute, poi i Mondiali».
La disoccupazione giovanile supera il 35%. Le università sono in crisi. E intanto il governo spende centinaia di milioni per rinnovare stadi che spesso non servono alla vita reale degli studenti che protestano. Anche qui: leader assenti, movimento fluido, rivolta post-ideologica. La monarchia ha reagito con ambiguità, alternando concessioni e repressione.
Il Marocco mostra il volto urbano della rivolta: il rifiuto di un futuro scintillante costruito sulle macerie del presente.
Un’unica onda globale
Guardando insieme questi Paesi, emergono costanti impressionanti:
a) L’intolleranza verso la corruzione e il privilegio.
In tutti i casi, la rivolta è alimentata dall’ostentazione del lusso da parte delle élite. Dalla funivia irraggiungibile di Antananarivo alle limousine dei figli dei politici nepalesi, dai rimborsi faraonici ai parlamentari indonesiani fino ai mega-stadi marocchini. È una frattura morale prima che politica.
b) I social come spazio di cittadinanza.
In Nepal è bastato chiudere Facebook per far esplodere il Paese. In Marocco il cuore della protesta è Discord. In Indonesia TikTok è diventato un archivio vivente delle disuguaglianze. La Generazione Z non usa i social: li abita.
c) La mancanza di rappresentanza politica.
In quasi tutti i casi, la politica tradizionale è percepita come un sistema chiuso. I giovani non chiedono leader, li rifiutano. E provano a costruire movimenti orizzontali, fluidi, che però rischiano di non avere voce nei processi istituzionali.
d) La richiesta di servizi essenziali.
Acqua, luce, sanità, istruzione, lavoro. La modernità non basta. Anzi, peggiora la frustrazione se arriva solo per pochi.
e) La creatività come linguaggio politico.
Bandane, meme, bandiere ispirate ai manga, slogan brevi e brutali. La protesta parla con il linguaggio della cultura globale.
Cosa ci dice davvero questa rivolta planetaria
La Generazione Z sta dicendo al mondo che non accetta più sistemi politici che funzionano solo per i loro custodi. Che non vuole essere parte del “domani” se oggi deve sopravvivere tra blackout, inflazione, corruzione e università che non formano più un futuro.
In tutti questi paesi, la Gen Z non chiede ideologie. Chiede funzionalità dello Stato. Chiede che la politica non sia un luogo dove nascondere privilegi, ma dove risolvere problemi reali.
Se questa generazione troverà una forma politica stabile, qualcosa cambierà in profondità.
Se invece verrà ignorata o repressa, il rischio è vedere nuove ondate, ancora più dure, ancora più globali.
Le rivolte della Generazione Z non sono il malessere di una stagione. Sono la prima grande battaglia sociale di una generazione nata con lo smartphone e cresciuta in società che promettevano tutto ma offrivano poco.
E il mondo farebbe bene ad ascoltarla.

