La civiltà che vogliamo

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Siamo spettatori della «guerra mondiale a pezzi» tante volte evocata da papa Francesco. Ma non possiamo rassegnarci alla logica delle armi. Il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, nell’intervista a «Dialoghi» rilancia l’appello di Leone XIV affinché tutte le comunità cristiane diano voce alla pace, si oppongano alla follia bellica, sostengano i più poveri, elaborino proposte culturali che favoriscano l’affermarsi di sistemi improntati al rispetto umano e all’equità sociale e non alla forza bruta e all’idolatria del denaro. Mentre crolla il multilateralismo, mentre le istituzioni internazionali sono derise e messe in discussione, mentre la diplomazia viene considerata quasi una perdita di tempo, c’è una chiamata di responsabilità personale a cui è doveroso rispondere.

Cosa possiamo fare? Intanto, prendere coscienza che la pace non è assenza di guerra, né semplice mancanza di tensioni. «Non sono venuto a portare la pace ma la spada» (Mt 10,34). Per costruire la «civiltà dell’amore» dobbiamo mettere a ferro e fuoco la nostra coscienza. Quante decisioni difficili da prendere ogni giorno, quanti compromessi da evitare, quante rinunce da fare in famiglia, a scuola, sul lavoro! Sono questi gesti quotidiani che possono contribuire a comporre un mondo pacificato.

Impossibile redigere una classifica delle cose più o meno importanti per la pace, ma dovendo scegliere un gesto, uno solo, direi: il perdono. L’ultima volta che intervistai frère Roger di Taizé gli chiesi cos’è necessario per superare le divisioni tra gli uomini e le religioni. Ebbene, quel piccolo, anziano, candido monaco mi rispose: «perdonare». Perdonarsi a vicenda, perdonare i propri nemici, perdonare settanta volte sette. Difficilissimo comandamento, eppure non c’è altra strada per far prevalere la concordia sulla divisione, la fiducia sulla diffidenza, la speranza sulla disperazione. E così imprimere la direzione giusta al cambiamento, tema che sta accompagnando quest’anno i lettori della nostra rivista. Nel Dossier si parla del “sogno” che ha portato a creare un sistema pieno di risorse e opportunità, ma che adesso rischia di trasformarsi in un incubo, perché siamo al volante di una macchina incontrollabile, che non risponde più ai nostri comandi e avanza a velocità folle in una direzione ignota. Ecco, allora, la necessità di recuperare una bussola, che per noi è l’ἀγάπη, l’agape ovvero quell’amore incondizionato, disinteressato, alimentato dal soffio dello Spirito, capace di riempire un vuoto che altrimenti ci disorienta e stordisce.

Alla fine dello scorso millennio un giornale provò a rappresentare lo scenario dell’anno 2999 e descriverne la presenza cristiana. L’articolista immaginò persone in grado di vivere fino a 200 anni in città marziane, ma affetti da un male sottile: la solitudine. Ognuno era rintanato nel proprio sito-abitazione, circondato da esseri virtuali creati a sua misura ma alienanti fino al suicidio. I cristiani erano tra i pochi che continuavano a praticare la vita in comune e insegnavano agli uomini endofili, cioè chiusi in se stessi, a divenire exterofili, aprendosi all’esterno e agli altri. La ricetta era quella di tremila anni prima: l’amore. Amare se stessi, innanzi tutto, perché chi ama e rispetta se stesso si apre naturalmente all’amore verso il prossimo.

La metafora è chiara: l’evoluzione tecnologica, se non dominata, rischia di farci regredire. Non vogliamo ridurci a pesci in un acquario o a piante che crescono in serre. Dov’è l’altro? Chi è l’altro? Un fratello? Impossibile, l’altro è una e-mail, un codice a barre, una scheda elettronica, ecc. Vano, diceva Raoul Follereau, è il progresso che lascia l’uomo nella solitudine. Una civiltà senza amore è un cimitero. La civiltà non è né la potenza militare, né il controllo dei mercati, né il dominio su paesi e regioni; la civiltà è amarsi. Il primo segno dell’amore è la giustizia, il frutto della giustizia è la pace.