«Dialoghi» ha compiuto il giro di boa dei suoi primi 25 anni. Un traguardo importante, che per noi vuol essere anche una ripartenza. Ci incoraggiano i messaggi del presidente della Repubblica e del presidente della Cei: un grande stimolo ad andare avanti.
La redazione e stata rafforzata con la generosa disponibilità di alcuni collaboratori e il rinnovato slancio del Comitato scientifico e di direzione. Da questo numero troverete nella rivista alcune novità, pensate per offrire nuovi spunti di riflessione e approfondimento sulla realtà del mondo attuale, col quale desideriamo confrontarci con fraternita e apertura di spirito, secondo la nostra tradizione.
Il filo conduttore che abbiamo scelto per il 2026 e il cambiamento. Assistiamo a una rapidissima modificazione del quadro geopolitico: i fatti di Ucraina, di Israele e Palestina, del Venezuela, dell'Iran, le minacce di annessione della Groelandia segnalano che la forza bruta e di nuovo preferita alla diplomazia. Vediamo messo in discussione perfino il ruolo dell’Europa, che e stata modello di democrazia, convivenza civile e garanzia di pace per tanti decenni. Allo stesso tempo, e forse in maniera ancor più profonda, il mutamento riguarda i nostri modi di vita, rivoluzionati dai mirabolanti progressi scientifici (pensiamo all’uso crescente dell’Intelligenza Artificiale). Il sistema digitale ci rende iperconnessi e superinformati, ma non per questo meno soli. Siamo come il cavallino in copertina, che simboleggia il paradosso della giostra, dove il movimento perpetuo e in realtà una forma di immobilita e di resistenza al vero cambiamento: si gira continuamente per restare sempre nello stesso posto. Tutto ciò incide in profondità su ognuno di noi e arriva fino all’ambito religioso, portando a interrogarci su come declinare oggi la fede in Dio. I Dossier di quest’anno, a cominciare da quello curato da Franco Miano e Matteo Truffelli, saranno centrati intorno a queste grandi questioni.
Il cambiamento a volte fa paura, ma solo finche siamo in movimento possiamo restare in equilibrio. Lo sanno bene tutti coloro che vanno in moto o in bicicletta. Se ci fermiamo l’equilibrio si spezza e siamo costretti tra due alternative: cadere o mettere i piedi per terra. E una legge della fisica. Ma il movimento non basta a garantire il raggiungimento di una buona meta; occorrono punti di riferimento e degli sherpa ideali che guidino il cammino. Noi qui ne indichiamo due: Vittorio Bachelet (attraverso il ricordo “attualizzato” del figlio Giovanni) e Giuseppe Lazzati (col contributo “conciliare” di Luciano Caimi, che fu suo collaboratore). Del primo si celebrano i cento anni dalla nascita, del secondo il quarantennale della morte.
Crediamo che solo restando ancorati alle nostre radici potremo dare linfa ai rami che si dipanano giorno per giorno, facendo crescere alto e frondoso l’albero da cui scrutare l’orizzonte e scorgere le novità.

