Lo smart working in chiaroscuro

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In queste settimane si sta pianificando il ritorno a lavoro, in ufficio. Almeno per le persone e professionisti che hanno potuto lavorare da remoto, ossia, come si usa ormai dire in smart working. Sta crescendo infatti il numero delle imprese che vogliono mettere fine a questa esperienza. Secondo alcuni l’organizzazione del lavoro ha sofferto molto in questi mesi malgrado si sia diffusa la convinzione che la produttività è cresciuta. Anche se non è stato sempre così. E poi con quali costi? C’è chi sostiene che a far incrementare la produttività non sia stata tanto la tecnologia, piuttosto il fatto che abbiamo semplicemente lavorato di più. Molti se ne sono accorti accusando stanchezza, crescita di irritabilità e altre sintomatologie. Abbiamo vissuto in una condizione di iper-connessione, saltando senza sosta da un meeting a un altro. Si racconta che psichiatri e psicologi si dichiarino preoccupati per la salute mentale dei cittadini messa a dura prova dal lockdown.

Ma i chiaro scuri della grande sperimentazione sociale nella quale siamo stati coinvolti all’improvviso, una sorta di «telelavoro forzato» come qualcuno lo ha chiamato, non finiscono qui. Domandiamoci se le persone sarebbero contente di ritornare al lavoro. Quali preferenze esprimono? Anche in questo caso gli esiti delle ricerche, in verità frammentate, ci restituiscono un’immagine dai contorni sfuocati. Alcuni non vorrebbero più tornare, si sono organizzati e vogliono fare tesoro dei benefici che hanno tratto da questa esperienza, non vogliono ritornare in mezzo al traffico o stare assiepati come sardine la mattina e la sera dentro treni e metro strapieni. Magari hanno anche condizioni “logistiche” che li aiutano, come case spaziose e la disponibilità di una buona rete che consente loro e a tutta la famiglia di stare connessi senza problemi. Ci sono anche tante persone però che non vedono l’ora di ritornare in ufficio. Un recente sondaggio svolto per conto della Fondazione Consulenti del Lavoro racconta che c’è quasi un 40% di persone che vogliono lasciarsi alle spalle l’esperienza dello smart working. Hanno vissuto come un incubo questi mesi schiacciati dalle pressioni del lavoro e dei capi da una parte e quelle della didattica a distanza dei figli, che hanno richiesto di organizzare gli spazi non sempre adeguati alle nuove esigenze. Altri invece, oltre il 40%, non sarebbero contenti di ritornare in ufficio ma accetterebbero. C’è poi il gruppo di persone (quasi un 17% del campione) che non vorrebbe proprio tornare in ufficio. La realtà dunque è ben più articolata di quanto possa apparire a prima vista e non può essere liquidata con eccessive semplificazioni. Può essere utile domandarsi piuttosto se, a fronte di così tanta varietà, ci sia un sentire che accomuna tutti. In questi mesi, ascoltando e discutendo con tante persone che lavorano a distanza, l’idea che mi sono fatto è che c’è in realtà un sentimento che unisce. Tutti soffrono l’assenza di relazioni, il non potersi incontrare con i colleghi e scambiare due chiacchiere, prendere un caffè alla macchinetta, lavorare insieme a un progetto. Perché il lavoro è anche lavorare in prossimità, trarre idee o suggerimenti per migliorare un progetto dal racconto informale che se ne fa con il collega vicino. Tutti stiamo comprendendo che il lavoro insieme genera anche legami, reti di sicurezza e fiducia, idee. È questo capitale relazionale che manca di più, una dotazione che si ha paura di perdere irrimediabilmente.

Allora conviene far tesoro dei benefici sperimentati unendola a questa consapevolezza sul valore sociale e non sostituibile del lavoro. Immaginare di organizzare il lavoro ricorrendo a configurazioni flessibili e ibride è, forse, la soluzione migliore per l’impresa, per le persone, per le famiglie, per l’ambiente.