Scuola e futuro

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Due ricorrenze toccano la scuola e l’istruzione in questo periodo: il 27 maggio si sono festeggiati i trent’anni dalla ratifica italiana della Carta ONU sui Diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, tra i quali spicca l’art.28 che tutela il diritto del fanciullo all’educazione; tra qualche mese poi celebreremo i sessant’anni dalla riforma che ha portato il primo governo del centro-sinistra a istituire la “scuola media unificata”. Queste due ricorrenze pongono una serie di riflessioni sulla scuola oggi, pre e post pandemia.
Quando nel 1962 è stata approvata la legge n. 1859, applicando il dettato costituzionale che prevedeva otto anni di scuola gratuita e obbligatoria per tutti, improvvisamente dall’anno successivo le nuove scuole medie hanno aperto le porte a ben 600mila ragazzi e ragazze, figli di operai, contadini, artigiani, braccianti, che fino ad allora non erano andati oltre la quinta elementare o l’«avviamento professionale», secondo le norme che risalivano ancora al 1928.
È stata una riforma epocale, che ha cercato di rispondere al classismo dell’istruzione, a una divisione sociale già determinata nei primi anni della formazione e che non lasciava grandi speranze di ascesa sociale; bloccava la società nello status quo della diseguaglianza.
La riforma del ’62 non solo ha toccato il mondo della scuola, ma ha dato impulso all’economia, alle competenze, alle trasformazioni della produzione agricola e industriale. Decine di migliaia di giovani sono entrati nei licei, ma soprattutto nelle scuole tecniche e professionali con una più forte cultura di base, e le università si sono aperte a tanti nuovi studenti diventando così “di massa”.
Sappiamo che la trasformazione ha presentato comunque zone d’ombra, basti pensare a Lettera a una professoressa, in cui i ragazzi di Barbiana hanno denunciato, nel 1967, con vigore: «il principale difetto della scuola italiana sono i ragazzi che ancora perde».
Forse è proprio questo il punto di aggancio con l’oggi, ciò che ci può fare riflettere a sessant’anni di distanza: la scuola oggi è capace di non perdere i ragazzi? Non sembra essere così né prima della pandemia, in cui il tasso di abbandono scolastico era alto, né durante la pandemia. Come spesso accade per gli eventi tragici e inaspettati, essa ha portato alla luce una serie di fragilità del sistema scolastico, già fortemente presenti, ma oggi maggiormente evidenti.
La dispersione scolastica dovuta alla Dad e al distanziamento sociale è un fenomeno ampiamente diffuso, ulteriormente aggravato dal gap tecnologico tra famiglie, tra scuole, tra zone d’Italia che ha permesso ad alcuni di continuare a seguire e ad altri di disperdersi.
Un altro elemento già presente nella scuola pre-pandemia è ciò su cui la legge del 1962 voleva intervenire: le diseguaglianze. In quella legge c’era un presupposto: l’ascesa sociale si costruisce con il sapere. Quanto oggi questa sia una convinzione condivisa, non solo in chi ha la responsabilità della decisione politica, ma anche nell’opinione comune, non saprei dirlo.
Oggi la scuola è ancora un luogo in cui anche chi parte con meno possibilità culturali ed economiche può sperare di poter fare un salto in meglio? È ancora un luogo di innalzamento nella cultura, nella futura professione, è un luogo in cui le diseguaglianze possono sperare di essere colmate? I dati che emergono dalle ricerche e l’esperienza diretta di chi lavora nella scuola sembrano offrire una risposta negativa.
Chi arriva a scuola con una buona base culturale la mantiene, chi invece questa base non ce l’ha non trova nella scuola il luogo in cui vedere rimossi – come recita l’art. 3 della nostra Costituzione – «gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
La pandemia ha riportato al centro del dibattito pubblico la scuola. A mio parere quello che manca è una riflessione sul valore della formazione e dell’educazione oggi, una riflessione capace di mostrare come la scuola possa diventare il motore della società. Nella scuola occorre investire tanto e bene. Questa è la sfida ma non può essere vinta a tavolino, senza un pensiero che parta dall’ascolto di chi a scuola c’è e ogni anno vede i consigli di classe completarsi solo ad autunno inoltrato, studenti che avrebbero bisogno di insegnanti di sostegno che non arrivano mai, etc. etc. Servirebbero più tempo e risorse per prendersi cura di quegli studenti in difficoltà a cui nessuno ha spiegato e fatto sentire che la scuola è l’unica porta onesta per un futuro più eguale.