Dentro il nesso religione e politica

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Che cosa c’è all’origine della strumentalizzazione politica della religione che il nostro tempo registra in tante parti del mondo? Sicuramente la volontà di un certo potere politico di trovare scorciatoie per garantirsi il consenso, senza passare attraverso l’argomentazione e la giustificazione delle scelte. Sicuramente la crisi delle forme della democrazia e l’incertezza del contesto culturale, sociale, economico. Ma c’è anche una più originaria corrispondenza: il rapporto tra politica e religione con i significati rispettivamente messi in campo, gli intrecci che si danno nella ricerca di ciò che è essenziale alla vita e nella tessitura di quel che accomuna.
La strumentalizzazione è possibile perché l’esperienza religiosa ha a che fare con la dimensione politica dell’esistenza e perché la politica non è mai semplicemente un insieme di procedure di ordine tecnico per la soluzione di questioni, ma chiama in causa significati che orientano la vita comune e danno ad essa una forma in cui riconoscersi. Nella politica come nell’esperienza religiosa, la vita si sporge oltre se stessa nella tensione a quel che la rende degna di essere vissuta; e nella politica come nell’esperienza religiosa l’esistenza del singolo si scopre indissolubilmente legata ad altre esistenze, si avverte all’interno di una dimensione comunitaria che dà ad essa consistenza.

Il nesso tra religione e politica attiene all’esperienza religiosa, prima ancora che all’organizzazione e all’articolazione storico-culturale delle religioni, è un nesso che si dà all’interno dell’esperienza religiosa, prima ancora che negli eventi che segnano la storia di culture e di paesi diversi.

La ricerca del senso e il desiderio di pienezza

L’esperienza religiosa ha una ineliminabile dimensione comunitaria e un riverbero nella sfera pubblica che permane anche quando si tende a relegarla nello spazio del privato. L’esperienza religiosa genera relazioni, legami. Tiene insieme la comunità attraverso i significati e i sistemi simbolici che danno senso a ciò che si vive  rendendolo comune, consentendo che ci si riconosca non nel mero fatto, ma nel valore e nel significato che ad esso si attribuisce.

È nella sfera religiosa il luogo primario dell’elaborazione del senso, dell’intuizione di ciò che vale nel suo darsi. L’esperienza religiosa è quanto di più profondo vi sia. Investe radicalmente il soggetto, tocca le corde più profonde e più intime. Ha a che fare con il senso ultimo, con la domanda di salvezza che investe l’esistenza nella sua globalità, ma che affiora anche nelle situazioni più minute della vita, sebbene prenda nomi e forme diverse. E non è affatto vero che essa riguardi soltanto alcuni e non altri, non i molti che per differenti vie ricercano ciò che promette compiutezza al loro vivere. Nella ricerca di pienezza che non possiamo strapparci dal cuore  finché esistiamo, qualunque sia il nome che ad essa diamo, nel desiderio di felicità che ci fa insorgere intimamente dinanzi alla mortificazione della vita, ogni essere umano fa esperienza di un legame dentro cui si muove il proprio vivere, un legame sorgivo e profondo che può essere messo tra parentesi, o addirittura negato, ma non può  essere spezzato e che dall’interno spinge l’esistenza nella tensione che le è propria. Le religioni anche quando non ci si riconosce in esse, anche quando sono contestate, messe ai margini della vita comune, con il loro sistema simbolico di significati rimandano a questo legame anche in contesti fortemente secolarizzati. A prescindere  dal fatto che si viva o meno una consapevole esperienza di fede, contribuiscono a dare un linguaggio all’emergere di questa tensione che è propria dell’esistenza e del legame che ad essa sottende. Chi su di esse fa leva, chi usa i simboli delle religioni per guadagnare consenso sa di poter toccare così le emozioni, l’immaginario relativo alla più profonda ricerca del senso.

Per questo, accade spesso che quando il potere politico si impone come assoluto, svincolato cioè da ogni dovere di argomentazione o di confronto, utilizzi la religione come principio della sua legittimazione proponendosi a difesa di una identità comune; o si rivesta esso stesso di sacralità – come accade nei regimi totalitari – assumendo una forma religiosa fatta di riti e di simboli, sostenuta da narrazioni mitiche, nella celebrazione del proprio potere.

Proprio perché così intima e profonda, così legata ai livelli più radicali dell’identità personale e comune, l’esperienza religiosa è quanto di più delicato vi sia, ed è facilmente strumentalizzabile. Ma quando questo accade gli effetti possono essere devastanti, o addirittura disumanizzanti. Come è evidente lì dove diventa principio di  violenza e di aggressione. Ma anche quando è usata per manipolare le coscienze, creare dipendenze psicologiche o sostenere forme di colonizzazione culturale.

Allargare lo spazio

Diventa importante allora entrare nel nesso religione e politica, considerarne le ragioni, assumere consapevolezza del rischio di strumentalizzazione, esplorarne le declinazioni nei diversi contesti culturali, come cerchiamo di fare in questo numero di «Dialoghi». E questo perché la politica sia avveduta rispetto al pericolo delle derive di un fanatismo identitario su sfondo religioso, e ricerchi il proprio punto di consistenza democratica non in un vuoto laicismo che esclude come pericoloso ogni riferimento religioso, ma nel pensarsi come spazio pubblico che si fa accogliente rispetto a fedi diverse, luogo di dialogo fra differenti identità nella ricerca di convergenze di senso.

Non solo la politica però, ma anche le religioni hanno bisogno di prendere coscienza di questo nesso e delle sue possibili patologie. Le religioni non possono pensarsi in una asettica separazione rispetto a ciò che è politico, ma non possono neppure cedere con leggerezza a un abbraccio che facilmente diventa soffocante per loro.  La tentazione di assoggettarsi al potere politico per affermare sé stesse per salvaguardare l’apparato cultuale, la struttura organizzativa della comunità credente è altrettanto forte quanto quella dell’uso politico delle religioni.

Anche per la religione, per ogni religione, si tratta allora di allargare lo spazio, il proprio spazio. Lo spazio sacro separa, divide; è principio di identificazione, ambito di riconoscimento. La distinzione tra sacro e profano è propria di ogni religione e, se esasperata, porta all’esclusione e alla contrapposizione. Ma lo spazio sacro include  anche. È spazio che identifica, ma a partire da una relazione che ci è data e che ci supera, una relazione che ci viene incontro e che non è riducibile a noi.

Le religioni non sono mai semplicemente un dato culturale, storico e neppure un fatto antropologico se non nella misura in cui ci restituiscono il senso di un essere umano che è oltre se stesso, irriducibilmente proteso verso la trascendenza, tessuto di infinito, abitato dal mistero.

Ricondurre le religioni all’esperienza religiosa che ne è al cuore e questa al mistero di Dio da cui viene, consente di ritrovarne l’originaria apertura, la disposizione all’accoglienza. Le religioni possono diventare principio di ostilità se fanno coincidere sé stesse e il proprio apparato di credenze, con l’assoluto verso cui sono protese.  Possono essere invece generatrici di stili e di pratiche di ospitalità, se riconoscono alla loro radice l’eccedenza del divino, il Deus semper maior che nel suo comunicarsi attrae a sé, e questo Dio sanno incontrare nella ricerca e nell’esperienza dell’altro.

Il nesso religione e politica non chiede di essere negato, quanto piuttosto di essere correttamente articolato. Per questo è necessario aprire gli occhi sulle possibili confusioni e strumentalizzazioni. È quello che proviamo a fare in questo numero, con uno sguardo che spazia su scenari planetari. Un altro passo nella promozione, da credenti, di una cultura politica per il nostro tempo.