E se lo sguardo delle donne sulla guerra fosse una promessa di pace?

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Nella loro storia le donne hanno sviluppato uno sguardo, un pensiero e dei modelli di lotta originali e alternativi per la costruzione di una pace positiva. Ciò che è richiesto per il superamento di una conflittualità endemica e pervasiva è un cambio di paradigma di cui uomini e donne insieme siano vettori e soggetti indispensabili.

Esistono una virtù e una potenzialità femminili nel costruire un mondo di pace? È nostra convinzione che l’humus della guerra sia costituito, tanto nelle società tradizionali quanto in quelle moderne, dalla egemonia delle “mascolinità”, ossia di valori, attributi, attitudini, pratiche e rappresentazioni associate all’essere maschio. Principi come la forza, la competitività, la performance e addirittura la violenza (che viene giustificata sul piano dell’etica, della strategia, dell’onore, della sopravvivenza) pervadono gli spazi sociali e i sistemi normativi e dominano i campi dell’economia, della politica, della sicurezza e dei conflitti. Le mascolinità sono fortemente condizionanti sul piano dei rapporti tra generi e all’interno dello stesso genere maschile e dei ruoli sociali in generale. Non si tratta allora di sostenere l’idea di una capacità intrinsecamente femminile di mobilitarsi contro la guerra, per la pace e la soluzione non violenta dei conflitti. Quanto piuttosto di riconoscere che le donne, come categoria sociale, hanno sviluppato risorse per la costruzione di una società di pace nel quadro dei ruoli sociali loro assegnati di cura e sostegno dei membri più deboli e per via dell’esperienza differenziata di vulnerabilità, emarginazione e violenza, che sperimentano in tempi di guerra e di non guerra. Uno sguardo, un pensiero e dei modelli di lotta originali e alternativi che creano le condizioni di una pace positiva. Un approccio alla questione dei conflitti che connette sfera privata e pubblica, temporalità di guerra e di non guerra, violenza domestica e conflitto armato, nella convinzione che l’esistenza di strutture sociali, normative e cognitive patriarcali, tali da mantenere le donne in una situazione di emarginazione, di vulnerabilità e di violenza è direttamente correlata alla persistenza sistemica della guerra dentro e tra le società. Sosteniamo pertanto che soltanto la squalifica delle mascolinità come insieme di valori e rappresentazioni, ruoli e comportamenti socialmente costruiti, permetterebbe di raggiungere una pace positiva sradicando la guerra e la violenza. Ciò che si richiede è un cambio di paradigma cognitivo, relazionale ed etico, che esige l’inclusione di tutti i membri della società e di cui uomini e donne insieme siano vettori e soggetti indispensabili.

 
Donne e pacifismo nel Novecento
Le risorse e le potenzialità dello sguardo e delle mobilitazioni femministe per la costruzione della pace positiva emergono chiaramente nella storia del Novecento. La mobilitazione delle donne nel XX secolo non si è concentrata solo su questioni legate all’emancipazione femminile, al raggiungimento di una situazione di uguaglianza all’interno delle società, ma ha riguardato anche il piano dell’eradicazione della guerra e della costruzione di una pace positiva, intesa non solo come assenza di ostilità armate, ma come insieme di rapporti sociali caratterizzati da non violenza e inclusione, ossia «integrazione della società umana». Nel 1915 a Berna, in piena union sacrée all’interno degli Stati belligeranti, l’Internazionale delle donne socialiste organizza un congresso delle donne per la pace e dichiara la «guerra alla guerra». Lo stesso anno, a L’Aia, il Congresso delle donne per la pace rappresenta uno step fondamentale nella strutturazione organizzativa internazionale delle donne impegnate per la pace. Due partecipanti a quell’assise riceveranno anche il Premio Nobel per la pace: Jane Addams (1931) ed Emily Greene Balch (1946). Da questo comitato nasce, nel 1919, la Lega internazionale per la pace e la libertà, che si è progressivamente ramificata a livello mondiale. Essa è storicamente attiva nelle lotte per il disarmo e per la denuclearizzazione, la mediazione e il dialogo come approccio risolutivo delle tensioni internazionali e nelle lotte contro discriminazioni e disuguaglianze socio-economiche.
Con il processo di decolonizzazione, i conflitti derivanti dalla Guerra fredda, la proliferazione delle guerre civili, si moltiplicano movimenti femminili pacifisti nel Sud del mondo. Ancorché ancorate a contesti nazionali e conflitti specifici, queste realtà collaborarono con la rete del pacifismo e del femminismo transnazionale. Tali movimenti sono spesso impegnati nella non-violenza come quadro programmatico e di azione, nello sviluppo di approcci mediativi del conflitto, di dialogo con la parte avversa, per creare legami sociali ed economici con il “nemico”. Operano in controtendenza con la polarizzazione politica o etnica/nazionale sul campo. Tra tutte possiamo citare Winpeace (Women’s initiative for peace), che riunisce donne cipriote, turche e greche.
Dalla fine del XX secolo si sono sviluppati inoltre movimenti femminili pacifisti di nuova tendenza, denominati “nuovi movimenti sociali”. La loro espressione è principalmente simbolica e portata avanti da gruppi poco strutturati. La sfida è quella di rendere la protesta visibile nello spazio pubblico, tramite una messa in scena che invita il cittadino a interpretare in modo diverso le esperienze individuali e collettive. A tale riguardo possiamo citare le “Donne in nero” di Gerusalemme, un movimento informale di cittadine israeliane nato nel 1988 durante la prima intifada.
Per anni, ogni venerdì, donne ebree e arabe vestite di nero si sono riunite in vari luoghi pubblici in Israele per denunciare la guerra, l’occupazione, promuovere la convivenza e la nascita di due Stati pacificati. La regolarità di questi incontri e la loro ritualità hanno contribuito alla visibilità del movimento e del suo messaggio nella regione e hanno ispirato altri movimenti nel resto del mondo.
Nel 2000, nel contesto della seconda intifada, le Donne in nero si uniscono ad altre organizzazioni di donne per la pace per creare la Coalizione delle donne per una pace giusta. Viene aggiunta la rivendicazione centrale della partecipazione delle donne ai negoziati di pace.
 
Uomini e donne di fronte alla guerra
L’esperienza profondamente diversificata di donne e uomini durante una guerra e nel dopoguerra può aiutare a comprendere una maggiore propensione femminile a impegnarsi per una pace positiva. Certo, non tutte le donne sperimentano le stesse difficoltà e violenze di genere durante un conflitto. Altri parametri come il livello socio-economico ed educativo, la connessione al potere politico, l’appartenenza etnica, religiosa e nazionale, la possibilità di emigrare determinano esperienze spesso molto differenti tra donne.
Inoltre, la categoria di genere è attraversata da notevoli fratture e disuguaglianze, nonché da fenomeni di violenza intragenere, che limitano una spontanea convergenza o solidarietà femminile e alimentano convergenze di tipo etnico o di classe. Bisogna poi riconoscere che in molte guerre, anche se rimane un fenomeno marginale, le donne combattono o sostengono proattivamente i combattimenti.
Nonostante ciò, studi accademici e rapporti istituzionali dimostrano che l’esperienza femminile della guerra è caratterizzata da una maggiore precarietà e vulnerabilità e da forme più pesanti di violenza subita rispetto agli uomini. L’irruzione della guerra amplifica situazioni di emarginazione e di violenza di genere preesistenti (fisica, psicologica, economica), anche nella sfera domestica. Altre forme di violenza di genere si sistematizzano, divenendo costitutive delle tattiche di guerra e dei processi di genocidio.
Stupri, sterilizzazioni, gravidanze ed aborti forzati sono abbondantemente documentati. Tali pratiche rappresentano, sul corpo della donna, un ulteriore segno di dominazione che, nel contesto della guerra e dell’annientamento, fisico e simbolico, dell’altro, rispecchiano comunque schemi mentali tipici di una società patriarcale, che vede la donna come oggetto e depositaria dell’onore della comunità di appartenenza. Sul piano socio-economico, la precarietà delle donne viene molto aggravata in tempi di guerra. Le abituali modalità di sussistenza vengono sconvolte e le risorse disponibili per la popolazione iniziano a scarseggiare. Le donne si ritrovano spesso senza il sostegno economico del marito e sono meno in grado di fuggire, dovendosi prendere cura della famiglia e potendo socializzare meno fuori dal contesto concesso dalle norme sociali locali. Il matrimonio precoce e forzato delle adolescenti diventa la norma. L’esperienza all’interno dei campi profughi – quando esistono – è caratterizzata anche lì dall’emarginazione delle donne e da violenze di genere, incluse quelle inflitte dallo stesso personale umanitario o di peace keeping.
La fine delle ostilità non dà maggiore spazio alle donne nell’economia e nella ricostruzione del paese, anche nei contesti in cui queste hanno dimostrato durante la guerra capacità di sviluppare modelli di resilienza e produttività socio-economica. La situazione dei diritti delle donne dopo la fine delle ostilità è generalmente peggiore rispetto a quella precedente allo scoppio della guerra. Peraltro, la crisi socio-economica post-conflitto è accompagnata da politiche quasi esclusivamente orientate a favore degli uomini (programmi di smobilitazione e inserimento socio-economico).
 
Agenda di genere e sicurezza internazionale
Sul piano della politica internazionale, la prospettiva di genere ha progressivamente influenzato discorsi e quadri normativi, principalmente all’interno delle istituzioni della global governance, in particolare a partire dal 1979, con la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di violenza contro le donne e con una nuova spinta nel 1995, grazie alla Piattaforma d’azione di Pechino.
Tuttavia quest’influenza resta molto concentrata nelle aree dedicate alle politiche di sviluppo, in particolare sociale ed economico, della protezione delle donne e dei loro diritti. L’influenza dell’agenda di genere resta invece molto limitata nei campi della sicurezza internazionale e della risoluzione dei conflitti, che rimangono inseriti in un paradigma di mascolinità.
Certo, non si può non sottolineare il ruolo fondamentale che hanno avuto le organizzazioni al femminile negli anni Novanta per la riforma del diritto internazionale umanitario, cioè l’insieme di regole e diritti che si applicano in tempo di guerra e che obbligano i belligeranti. In reazione alle violenze sessuali di massa durante il genocidio in Ruanda e durante la guerra nella ex Jugoslavia, le femministe hanno fortemente contribuito all’aggiustamento di tale diritto, per far riconoscere pienamente lo stupro come crimine di guerra e contro l’umanità. È anche in parte grazie alla militanza delle donne su queste questioni che nasce la Corte penale internazionale (istituita con lo Statuto di Roma nel 1998, entrato in vigore nel 2002), abilitata a perseguire i criminali di guerra e contro l’umanità. Nel 2000, derivante dalle stesse mobilitazioni,viene adottata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, con la risoluzione 1325, un’agenda relativa a Donne, pace e sicurezza. È il primo documento del genere emesso da quest’organo, che impone alle parti di un conflitto di rispettare i diritti delle donne, e che invita gli Stati a coinvolgere le donne nei negoziati di pace e nella ricostruzione postbellica.
Tuttavia l’impegno nelle politiche di genere, relativamente a conflitti e processi di pace, sembra aver più un valore simbolico e di dichiarazione di intenti che una reale portata sostanziale. I negoziati continuano a essere appannaggio delle forze politico-militari belligeranti, essenzialmente maschili, e le mascolinità enfatizzate durante il tempo di guerra sono le stesse che orientano la ricostruzione post-conflitto. Consideriamo, ad esempio, che nel 2018 soltanto il 30% dei negoziatori e il 4% dei firmatari nei più importanti processi di pace erano donne. Tra il 1990 e il 2018 solo il 20% degli accordi di pace includeva disposizioni relative al genere e, nel 2017, nessun accordo di pace firmato sotto l’egida dell’Onu includeva disposizioni relative alla partecipazione delle donne.
Nel 2008 i programmi connessi all’agenda Donna, pace e sicurezza hanno ricevuto solo il 2% dei finanziamenti internazionali. Inoltre, il riconoscimento dello stupro come problematica di sicurezza internazionale ha paradossalmente rafforzato il solito approccio di regolazione dei conflitti attuato dal Consiglio di sicurezza, creando un’ulteriore giustificazione per intervenire militarmente.
Appare pertanto che sia il cambio di paradigma nello studio della guerra ad essere la chiave per pensare e costruire la pace positiva. Da una ventina di anni, ancorché la ricerca accademica sulla guerra continui ad essere concepita come materia prevalentemente “androcentrica”, stanno emergendo nuovi approcci di genere grazie all’impegno di intellettuali femministe. Esse stanno rimettendo radicalmente in questione i quadri fino ad ora dominanti nei campi degli war and security studies, caratterizzati da un’impronta nettamente influenzata dalle mascolinità. La guerra viene di rado radicalmente screditata come realtà sociale e politica: viene invece spesso interpretata e spiegata come un fenomeno facente parte dell’ordine delle cose, al più suscettibile di regolamentazione; e viene connessa soprattutto all’esistenza di tensioni e competizioni, coinvolgendo le macrostrutture di potere dentro o tra i paesi.
È l’assenza stessa di uno sguardo attento alle dinamiche di genere, alla connessione tra sfera domestica e pubblica e tra tempi di guerra e di non guerra, che contribuisce alla perpetuazione dei conflitti armati. Cambiare paradigma analitico ed esplicativo offrirebbe strumenti cognitivi e politici adeguati per prevenire le guerre e costruire una pace positiva.