Raccontare la vita: la proliferazione delle narrazioni sui social media

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Il racconto fa parte dell’uomo perché narrare significa oggettivare l’esistenza, i sentimenti che in essa emergono, le emozioni che suscita attraverso l’incessante scorrere degli eventi e delle storie.
Questa tensione narrativa sembra oggi rafforzarsi, non sempre con esiti positivi, grazie anche alla diffusione dei social.
Nell’ultimo anno e mezzo, caratterizzato dall’emergenza sanitaria causata dalla pandemia da Covid-19, si è amplificato il già massiccio utilizzo di strumenti e ambienti digitali nella comunicazione tra le persone, ma soprattutto si è vista emergere una diffusione esponenziale di storie e racconti su pagine e profili social, che sta contribuendo a costruire una sorta di narrazione universale in cui ognuno rappresenta se stesso e i cambiamenti del proprio vivere, ma allo stesso tempo descrive i tratti culturali di un mondo globale nel quale siamo sempre di più tutti connessi.
È importante allora chiedersi perché le persone decidono di utilizzare le nuove tecnologie comunicative per soddisfare questa tensione innata a raccontare e raccontarsi.
Una prima motivazione potrebbe essere ritrovata nel desiderio di superare la condizione di solitudine dell’uomo contemporaneo. Una crescente solitudine che appartiene al nostro tempo e che attanaglia gli individui intrappolati in uno scenario di desertificazione sociale, dove si assiste continuamente a tentativi subdoli e pervasivi di recintare qualsiasi cosa.
Eppure, nonostante questa tensione incessante a innalzare confini e favorire separazioni e divisioni, gli spazi della rete e dei social media si sono riempiti di persone che cercano comunque di incontrare l’altro, di rinsaldare legami esistenti e/o crearne di nuovi. Accanto a questo desiderio di relazione, il binomio narrazione – social media può trovare un suo fondamento anche nella cultura del narcisismo, che mette al centro l’individuo e la condivisione indiscriminata di ogni aspetto della propria esistenza.
In una cultura caratterizzata dall’ossessione per il marketing del sé, il racconto delle proprie esperienze rischia di diventare semplicemente uno strumento di validazione della propria identità, un metodo per gestire la propria emotività, perdendo di vista la dimensione relazionale della narrazione.
Si osserva, inoltre, anche la volontà di tessere, attraverso le piattaforme comunicative della rete, storie e trame finalizzate a riflettere e discutere di volta in volta su aspetti o temi di una certa rilevanza sociale. Questa tensione partecipativa è particolarmente preziosa quando ha il merito di tenere acceso l’interesse per la comunità ed è in grado di sfociare nello spazio fisico, dando concretezza a quel capitale sociale che ha manifestato solo astrattamente le proprie potenzialità. C’è però anche un lato oscuro del racconto finalizzato alla partecipazione.
Talvolta, infatti, il desiderio di intervenire e manifestare a tutti i costi la propria idea genera narrazioni chiuse, condivise esclusivamente all’interno di gruppi molto polarizzati e omogenei. Si rifiuta il punto di vista dell’altro, si tende a creare contrapposizione e non dialettica, scontro e non confronto, cadendo nella banale retorica populista che tende a semplificare la realtà piuttosto che a ricercare il senso profondo degli eventi. Il desiderio di partecipazione attraverso i social network rischia di tramutarsi in questo modo in un banale chiacchiericcio pericolosamente individualista.
 
Le false storie
Le tante narrazioni presenti nei social network stanno ridefinendo anche il modo di fare informazione: ciascuno ha la possibilità di descrivere la realtà e di esprimere la propria opinione su ciò che accade, attraverso profili di utenti comuni e pagine non professionali.
Nella maggior parte dei casi, peraltro, i contenuti informativi a carattere giornalistico e quelli generati dagli utenti assumono la stessa rilevanza, dal momento che la selezione e prioritizzazione delle
informazioni avviene con meccanismi di aggiornamento automatici, che tengono conto delle abitudini comportamentali degli individui e non della “reputazione” di colui che fornisce la notizia, amplificando e rilanciando anche argomentazioni non attendibili per condizionare in maniera distorta il pensiero comune.
La costruzione di fake news risponde a forti logiche ideologiche ed economiche tese a creare disordine, confondere, screditare, instillare false convinzioni su temi di profonda rilevanza per la vita dei cittadini, mettendo in pericolo seriamente il principio del pluralismo informativo. La semplice presenza, infatti, all’interno del sistema dell’informazione di molteplici contenuti, espressione di differenti orientamenti culturali e politici, non è oggi sufficiente alla tutela del principio costituzionale. In un contesto in cui esiste una quantità infinita di informazioni e dati di qualsiasi genere, il problema centrale del pluralismo non è più tanto garantire uno spazio a tutti, ma fare in modo che ciascun soggetto venga concretamente a contatto con una pluralità di opinioni diverse.
Il problema, insomma, non è tanto la presenza della disinformazione, quanto il fatto che essa si diffonde senza trovare controargomentazioni qualificate.
Di fronte a tale scenario non è possibile accettare con rassegnazione l’affermarsi sempre più consistente di un mood culturale caratterizzato dalla “postverità”, ma bisogna recuperare la dignità del racconto che conduce alla ricerca del vero, per controbattere gli eccessi e il disordine dei flussi comunicativi contemporanei.
Appare indispensabile, in questa prospettiva, perseguire una dimensione di responsabilità ecologica da parte di tutte le componenti che operano a vario livello nel mondo dei media, per lanciare una sfida etica che sancisca in maniera incontrovertibile la ricerca della verità e la degna rappresentazione dell’altro all’interno della Mediapolis contemporanea.
 
I racconti d’odio
Molteplici sui social media sono anche le forme espressive che incitano apertamente all’intolleranza e alla violenza nei confronti di persone che manifestano pensieri e opinioni giudicate diverse e che possono condurre anche a reazioni aggressive contro le vittime. Queste tipologie di racconto, definite hate speech, diffondono idee e messaggi che rivendicano la superiorità di un gruppo o di una persona rispetto ad altri, la divisione rispetto all’unità, l’odio e il disprezzo rispetto all’accoglienza.
Quando le narrazioni, e in generale la comunicazione, abbandonano l’obiettivo di creare condivisione di esperienze, favorendo l’affermarsi di logiche di dominio e aggressività, perdono la loro profonda essenza, che è quella di edificare un legame di assoluta reciprocità. Raccontare invece con prepotenza, generare flames e amplificare l’odio conduce a vedere nell’interlocutore un nemico a cui contrapporsi e da abbattere.
La violenza e la menzogna divengono, in definitiva, gli elementi principali di un racconto che determina l’affermazione di una spirale di conflitti e di scontri in cui lo scopo principale è sgretolare quel senso del noi, che dovrebbe sorreggere e rafforzare una comunità.
A seguito della crescente diffusione di queste forme di narrazione, si è originato un notevole dibattito mediatico e politico, che ha condotto a importanti interventi normativi per provare a contrastare una comunicazione non rispettosa e prepotente.
Allo stesso tempo, anche le grandi società che gestiscono le piattaforme social iniziano a interrogarsi seriamente su come affrontare tali distorsioni comunicative al di là del loro convinto rifiuto nel vedersi riconosciuta una responsabilità editoriale sui contenuti proposti dagli utenti. Emergono, inoltre, diverse iniziative, realizzate da cittadini e associazioni, per sensibilizzare contro gli usi scorretti delle piattaforme, a cui si ricorre per dividere e creare contrapposizioni.
Spetta, infatti, soprattutto alle singole persone provare a elaborare una contronarrativa che sappia raccontare la realtà non secondo la logica del rifiuto dell’altro, ma secondo quella dell’accoglienza, del porsi accanto, per valorizzare sempre la bellezza dello stare insieme a partire dalla semplicità delle esperienze che si affrontano e dalla condivisione delle fragilità di ciascuno.
 
Le buone narrazioni
Nei social non troviamo solo forme di narrazione false, violente, fortemente individualistiche, ma anche positive potenzialità da valorizzare per la costruzione di racconti significativi. Un primo elemento da recuperare è certamente restituire centralità ai contenuti, sfuggendo alla tentazione di privilegiare i comportamenti, le performance, le strategie di autorappresentazione proprie della logica culturale delle celebrities
Ciò che sui social media dovrebbe essere rafforzato è la costruzione di un discorso narrativo che non si limiti a trascinare il lettore dentro il proprio orizzonte, ma sappia recuperare quella dinamicità che, attraverso la forza dei contenuti elaborati, conceda all’altro di muoversi verso una prospettiva di partecipazione, comprensione e condivisione. È necessario, insomma, accogliere la tensione generativa del testo nella quale l’“io” e il “tu” si costituiscono reciprocamente all’interno di uno spazio comune, di un luogo del “noi”, che non appartiene a nessuno.
Un ulteriore aspetto da prendere in considerazione è quello del potere delle piattaforme, che si esercita attraverso il controllo degli utenti, dei loro pensieri, idee, stili di consumo, delle micronarrazioni che costruiscono, delle informazioni che producono su se stessi. Proprio su tali elementi si fonda questo potere silenzioso, che sfrutta il racconto di ciascuno e lo rende funzionale alla sopravvivenza dell’automatismo algoritmico che moltiplica le “verità” garantendo a tutte il medesimo valore.
Quando si narra sui social media, bisogna essere consapevoli di tali dinamiche per prendere le distanze dalla polverizzazione dei valori e delle opinioni, dalla ricerca del consenso a tutti i costi, dalla bramosia del successo e dell’approvazione, da una storia che si chiude nel punto di vista del narratore e non è aperta all’interpretazione del lettore.
Per queste ragioni è determinante anche restituire valore all’identità di colui che racconta. Talvolta, infatti, in Internet si assiste a una tendenza all’anonimato o all’identificazione solo parziale di chi elabora un messaggio che sceglie di restare chiuso all’interno del suo universo narrativo, senza la preoccupazione di trasformarlo e renderlo accessibile. Si rischia, in tal modo, di anteporre ancora una volta il medium al suo contenuto e abdicare a un contesto comunicativo in cui i nomi e le identità di coloro che scrivono e leggono divengono non rilevanti ed esposti a forti rischi di strumentalizzazione e violenza.
Alla luce di tali considerazioni, avanza sempre più forte la consapevolezza che per creare buone storie è essenziale avviare processi educativi che possano aiutare soprattutto le giovani generazioni a gestire in piena autonomia e con competenza il proprio pensiero narrativo all’interno degli ambienti digitali.
Si potrà, in tale direzione, recuperare il senso di un’immaginazione condivisa, di una narrazione che non rinunci mai ad anteporre al rispetto di ogni persona la logica della superficialità e della banalizzazione, alla ricerca della verità la liceità di ogni punto di vista, alla costruzione di legami autentici e responsabili il profitto e la visibilità. Si potrà provare a realizzare, inoltre, quella mediazione necessaria tra l’astratto e il concreto, tra l’esigenza di lavorare sui simboli e con i simboli e l’altra, non meno urgente, di ricollocarli nella sfera dei rapporti umani e degli spazi del quotidiano.