Della vita e della morte

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Un filosofo-zoologo come Helmuth Plessner ha definito il Novecento come il secolo connotato dalla vita, considerando questa come la parola redentrice di quel secolo. Ma accanto a lui c’è anche chi lo ha pensato come un tempo oscuro e contrassegnato solo dai peggiori eventi che l’umanità abbia mai conosciuto e, quindi, un secolo di morte.
Vita e morte sono due termini incommensurabili che stanno in un’asimmetria irriducibile, pur definendo e delimitando il nostro vivere ed esistere temporale, e segnano due eventi essenziali: quello del nostro aprirci, ma anche quello del lasciare l’orizzonte in cui si dispiega la nostra vita temporale. A tratti sembra impossibile parlare di vita o di esseri viventi tralasciando di parlare della morte, non solo perché il nascere implica sempre necessariamente il morire, ma anche perché noi esseri umani, in particolare, sembriamo costantemente ossessionati dalla nostra morte, fino al limite di cercare di esercitare su di essa quel potere che altrimenti è lei ad arrogarsi precedendoci sulla linea del tempo.
Le profonde trasformazioni di questi ultimi anni, ad opera dell’accelerazione tecnologica, non devono farci dimenticare le paradossali condizioni nelle quali si trovano ancora oggi migliaia di esseri  umani, la cui vita è profondamente minacciata dall’incombere della morte. Da una parte, le ricerche scientifiche offrono la possibilità di vivere di più e di sconfiggere molte malattie (l’esperienza del Covid ci ha dimostrato che la scienza può salvarci quasi da tutto, ma ci ha confermati nel nostro essere segnati da una fragilità irriducibile); dall’altra, proprio l’impossibilità di cancellare alcune patologie, con il male di cui sono portatrici, ha spinto molti esseri umani a cercare di legiferare per legittimare un diritto  alla morte. Cercare di sfuggire alla morte o pensarla come la migliore soluzione possibile sono due fenomeni che convivono nel nostro tempo, creando non poche frantumazioni, anche di carattere interiore.
Letteratura, arte e filosofia dedicano, più di frequente, le loro riflessioni alla morte piuttosto che alla vita. Eppure non possiamo non rimanere estasiati dall’irrompere del vivente nel mondo, specie di quello umano. C’è un mistero che si rinnova in ogni nuova nascita, che suscita stupore e incanto. Basta sostare dinanzi a una creatura appena nata per rendersi conto che la vita ci supera e per ricordarci che ciascuno di noi è stato questo sconvolgente ed eccedente dono per altri. Eppure non tutti i nuovi nati sono destinati a ricevere una rassicurante e confortevole accoglienza.
Vi sono vite segnate, fin dal loro sorgere, da un destino di morte imminente, quasi la morte fosse un uccello rapace che si fionda a depredare il nido privo di protezione. Ci sono migliaia di vite che non riusciamo a proteggere e che ogni giorno lasciamo in consegna alla signora dal nero mantello che tutto rapisce e tutto sottrae. Se la vita è possibilità di dare inizio, la morte è privazione di ogni possibilità, è negazione, vittoria del negativo sul positivo. Nel suo potere di nichilizzazione, come dice Vladimir Jankélévitch, ella conquista ciò che non sappiamo custodire, e raramente arriva nel momento in cui tutto ciò che potevamo dispiegare si è dispiegato e quando abbiamo la certezza che era il tempo giusto per il suo avvenire.
Offensiva e impudente la morte cerca ovunque la sua vittoria, una vittoria che forse non ottiene perché in fondo rimaniamo sempre legati alla vita dell’altro che lei riesce a sottrarci solo fisicamente. Il rimanere dell’altro amato nel nostro ricordo, il suo rivivere nei gesti e nelle parole che scegliamo con cura, facendo memoria del nostro essere stati un tempo insieme, sottraggono alla morte un po’ del suo indiscusso potere di scuoterci dinanzi alla sua evenienza.
Come vi sono vite che non vengono accolte, ci sono morti che sembrano non essere degne di essere ricordate. Relitti umani dei quali dimentichiamo nomi e volti giacciono in fondo alle nostre coscienze addormentate dalla noia o dalla velocità con cui consumiamo i nostri rapporti fuori e dentro la rete digitale.
E, ancora, molti esseri umani, a prescindere ovviamente da certe condizioni patologiche, vivono tra due posizioni estreme: il vivere come morenti o essere sempre affamati di vita. I primi non riescono a vivere lo scorrere temporale in modo equilibrato e sembrano sempre sull’orlo della fine; sono costantemente malati, stanchi di vivere, sfiduciati e angosciati dalla morte. I secondi, al contrario, vivono come se ogni giorno fosse l’ultimo, spinti da un desiderio compulsivo di consumare ogni esperienza, come se per ogni giorno non vi fosse un domani; questo vivere nel desiderio di avere tutto o il più possibile, per non correre il rischio di lasciare qualcosa che poteva essere vissuto, li impegna a godere al massimo della vita e a sfidare la morte in modo temerario. Entrambe le posizioni, nei loro eccessi, rivelano che la morte è, oggi più che in passato, considerata non come il fine ma come la fine del nostro esistere temporale.

Il Dossier che proponiamo ha sullo sfondo l’esperienza drammatica della pandemia, che ha riproposto con forza ineludibile la questione della morte, del suo possibile significato e soprattutto del suo intrecciarsi alla vita. Morte e vita sono due imponderabili misteri – come recita il titolo dell’articolo di Armando Nugnes – di cui cogliere l’intreccio e la reciprocità. La morte ha molto da dire sulla vita, ha una «valenza rivelativa», dice la cifra di un’intera esistenza. Per questo la teologia cristiana la colloca tra i novissimi ossia le realtà che segnano una definitività. Ad essere resa definitiva è una storia di libertà nell’incontro con l’infinita e assoluta libertà di Dio. Pur nella sua non addomesticabile drammaticità, la morte si fa allora passaggio, pasqua verso la pienezza della vita se essa giunge a compimento di un’esistenza vissuta con l’altro e per l’altro, in quel “dare la vita” che costituisce la cifra interpretativa della morte come della vita del Cristo.
Ma che cos’è la vita umana? Come la si può definire? Zoè, bios o altro? Come nell’oscillazione di un pendolo, scrive Paola Ricci Sindoni, la vita umana è stata compresa nei secoli muovendosi fra due estremi: meccanicismo e vitalismo: l’uno più interessato al funzionamento della vita stessa, l’altro volto invece alla ricerca di un principio finalistico della vita. Nel Novecento, con l’affermarsi delle teorie evoluzionistiche, si pongono le sfide più grandi, mettendo in discussione le idee di coscienza, responsabilità e libertà.
Ma oltre all’antitesi tra riduzionismo e antiriduzionismo, ciò che consente di comprendere meglio le prerogative della condizione umana è la categoria di creaturalità, che ben esprime «il carattere paradossale ed esaltante della vita», libera eppure dipendente, aperta sull’orizzonte dell’eternità.
Se la morte possa intendersi o meno quale compimento e in che senso è la questione affrontata dal testo di Sergio Labate, che riflette sul tentativo incessante nella storia dell’umanità di far coincidere la morte con il fine, trasformandola in una questione di felicità compiuta e definitiva. La modernità, nota Labate, ha introdotto una frattura tra il fine e la fine. Prendere sul serio questa separazione vuol dire intraprendere la via lunga e ostinata dell’apertura al mistero dell’alterità. E in tal senso la morte può divenire grazia. Se il nostro potere è limitato, se non possiamo determinare la morte come fine, ciò che resta è affidarci al mistero dell’altro, trasformando il monologo in dialogo.
Anche il contributo di Francesco Stoppa si sofferma sulla pretesa di addomesticare tanto la morte quanto la vita. Ciò che la società neo-capitalistica e tecnocratica teme, ancor più che la morte, è la vita nella sua incalcolabilità, nella sua dimensione di mistero; dimenticando che il mistero è la cifra più intima dell’uomo. Il disagio provato da molti adolescenti nel tempo della pandemia ha fatto emergere quanto fosse fragile il sistema di garanzie e certezze costruito da un mondo adulto che preferisce blandire e rendere dipendenti piuttosto che responsabilizzare e rendere capaci di rapportarsi all’imprevedibilità delle cose. Per i giovani, come per gli adulti, l’uscita dal trauma pandemico richiede che si ritrovi il contatto con la vita reale, riconoscendone la non padroneggiabilità e imparando a esercitarsi in quell’«arte della trasformazione» che è personale ma soprattutto politica.
Sulla pretesa di determinazione di ciò che è imponderabile esercitando su di esso un controllo assoluto, torna anche il contributo di Antonio Da Re, che si sofferma sulla recente raccolta di firme per il referendum sull’eutanasia. Si è così riaperto il dibattito bioetico e biogiuridico sul fine vita, particolarmente intenso negli anni 2017- 2019, arrestatosi a inizio 2020, con lo scoppio della pandemia.
Chiude il Dossier un Forum in cui tre esperienze di impegno in contesti diversi – la corrispondenza giornalistica dall’epicentro della pandemia, lo studio sul campo del dramma dei migranti nel Mediterraneo, una missione ventennale al fianco dei piccoli pazienti di un ospedale pediatrico in Cisgiordania – raccontano il passaggio tra la morte e la vita che a volte, inaspettatamente, lascia spazio alla speranza. Perché per riflettere sul valore della vita e della morte è necessario partire dall’esperienza, da quel vissuto che, tra gioia e dolore, imprime nella carne di ogni persona il senso più profondo dell’esistenza; lì dove l’incrocio, a volte anche miracoloso, tra il primo e l’ultimo respiro si lascia cogliere con sorprendente intensità.