Differenze di genere e ddl Zan

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Una riflessione che nasce da un documento elaborato dal Coordinamento delle teologhe italiane e che analizza in maniera approfondita i nodi principali del disegno di legge Zan. Il testo si inserisce, in maniera originale e circostanziata, in un dibattito troppo spesso animato da preconcetti e luoghi comuni su temi che richiedono preparazione e capacità di discernimento.

Il disegno di legge Zan ha suscitato un grande dibattito nella comunità civile e nella Chiesa. Direi anzi che la Chiesa è stata particolarmente attiva nella discussione. Tralascio, perché non utili né condivisibili, tutti i toni offensivi in cui purtroppo sono caduti in molti: non solo non servono, ma sono l’opposto di quello che una comunità civile fa quando legifera. Proviamo allora a dare voce alle domande sensate e alle perplessità di molti, ma anche a dare credibilità reale alle sofferenze che sono implicate nel tema che il ddl Zan affronta. Sappiamo che si tratta di una norma penale che estende la tutela relativa ad alcune discriminazioni (fra le quali quella religiosa) alle discriminazioni fatte per motivi di genere o di orientamento sessuale. Fino a qui è difficile avere delle perplessità – mi sembra – perché il problema sociale esiste. Proprio come non basta la legge contro l’omicidio per combattere i femminicidi e come non è sufficiente una legge generica contro la violenza per tutelare quella compiuta per motivi religiosi e razziali, così si comprende senza particolari difficoltà il bisogno di una legge che tuteli dalle violenze legate al genere o all’orientamento sessuale.

È stato sollevato anche il problema della libertà di parola, ma da quello che mi riesce di trovare nel testo sembra che il ddl vieti solamente l’istigazione alla violenza (per motivi di genere e orientamento sessuale) tramite le parole e, di nuovo, questo non solo non mi sembra problematico, ma doveroso. Le sofferenze delle persone – e in alcuni casi queste persone soffrono in modo particolare perché fin da giovanissime hanno sopportato esclusioni, giudizi e ogni sorta di vessazioni – non ci possono lasciare indifferenti: a tutto questo il ddl Zan cerca di mettere un freno, che credo possa essere condivisibile da tutti coloro che cercano un ordine sociale inclusivo e plurale.
Le perplessità più sensate e più delicate mi sembra che possano essere invece quelle relative alle definizioni iniziali che si danno nel ddl. Bisogna premettere alla discussione su queste categorie che il testo ne limita la validità esclusivamente al ddl stesso, quindi non pretende di dare una visione normativa di questioni delicate come il rapporto fra il sesso e il genere o l’orientamento sessuale; d’altra parte, il tipo di definizioni date può essere discusso, perché indicativo di ciò che riusciamo a dire in questo ambito, anche mentre cerchiamo di fare un’operazione senza dubbio meritoria come evitare la violenza.
Il sesso è definito come quello biologico o anagrafico. Questa è indubbiamente la definizione più pacifica. La distinzione fra biologico e anagrafico è importante perché tutela quei casi di ermafroditismo in cui sono i genitori che si trovano a dover scegliere il sesso di un neonato per delle anomalie fisiologiche che chiedono l’intervento medico. Il termine usato, quando il sesso della persona non è individuabile secondo gli ordinari criteri binari, è intersessualità e questa non è acquisibile: si tratta di una condizione biologica alla nascita. Altra definizione non problematica riguarda l’orientamento sessuale, che consiste nell’attrazione sessuale o affettiva verso persone di sesso diverso dal proprio, uguale al proprio o per entrambi i sessi. Non è problematica la definizione, cioè si comprende bene e coglie il fenomeno, mentre rimane problematica l’accoglienza sociale di questo fenomeno – e questo è il principale motivo del ddl stesso. L’omosessualità (e la bisessualità) infatti hanno un impatto sociale – anche se forse per le generazioni dei giovanissimi questo non è più così marcato – di disprezzo e di emarginazione. Molto spesso questo disprezzo è generico, non rivolto a persone specifiche con cui magari si hanno rapporti buoni, ma al fenomeno in sé. Può darsi che ciò derivi da una difesa della propria identità sessuale, molto legata all’orientamento sessuale, oppure da retaggi culturali in cui solo l’eterosessualità era vista come accettabile o, ancora, dalla ricerca di orientamenti morali – come capita in ambito ecclesiale – che si pongono (o almeno dovrebbero porre) il problema dell’omosessualità sul piano del bene delle persone e del linguaggio sessuale.
Le definizioni che possono essere più problematiche però sono quelle che chiamano in causa la categoria di genere, perché se è vero che il genere non si può esaurire con il sesso biologico, non per questo può considerarsi sganciato da esso. Il ddl non considera questi aspetti più antropologici e filosofici, ma si limita a definizioni che possano essere utili in ordine alla difesa delle persone, limitandole a un ambito preciso; ciò nonostante, come detto, è bene porre attenzione alla delicatezza della questione.
Comincio dall’ultima definizione sull’identità di genere, che è meno problematica perché usata specificamente per individuare quelle persone che percepiscono (e manifestano) una identità di genere non corrispondente al sesso. Facendo un’estrema semplificazione, si riferisce alle persone transessuali, che abbiano concluso un processo di transizione o meno. In questo caso siamo di fronte a una questione di identità personale (non di orientamento): una persona con un sesso biologico si percepisce di un sesso diverso. Si tratta di una disarmonia fra il sesso biologico e quello percepito a livello identitario. Usare violenza a chi si trova a vivere questa situazione è deplorevole, ovviamente, ma pretendere che questo non dovrebbe accadere è del tutto inutile: contra factum non est  argomentum. La priorità qui non può essere che attivarsi per favorire la serenità della persona.
La definizione che merita maggiore attenzione, soprattutto per le implicazioni culturali, mi sembra sia, infine, la seconda, che mette in luce una debolezza teoretica ma anche una certa immaturità sociale su un tema come quello del genere. «Per genere si intende qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso».
In questo modo il genere viene legato solamente a ciò che la persona manifesta, relativamente alla propria sessualità ovviamente, a prescindere se coincida o meno con le aspettative sociali. Si liberano così le persone dagli stereotipi che imprigionano le vite, ma il genere rischia pericolosamente di diventare un arbitrio, come se il corpo non avesse in esso alcun ruolo. Dare spessore ai corpi e spazio ai corpi non vuol certo dire definire l’interiorità e le possibilità di vita di una persona in base alla fisiologia, ma significa prendere sul serio le differenze, valorizzarle, dar loro modo di crescere ed esprimersi secondo una libertà non deformata e non indirizzata.
Pensare il genere come un indistinto manifestare se stessi senza legami con il corporeo rischia di farci perdere la ricchezza delle differenze, facendo il gioco di chi vuole discriminare. Infatti, se le differenze non vengono valorizzate, tutto finisce per coincidere con quello che viene considerato l’umano normativo che, nel nostro caso, è il maschile (eterosessuale e bianco). Senza valorizzare le differenze e i corpi, connettendo il genere al corpo, si finisce quindi per riproporre gerarchie e marginalizzazioni per tutti quelli che non sono il tipo normativo. Il genere, certamente, non si può ridurre al sesso, ma in questo si radica per esprimere vissuti, significati e declinarsi nelle relazioni e nel tessuto culturale. Si tratta di un concetto ampio e di estrema utilità personale e sociale, ma non si comprende al di fuori e a prescindere dai corpi concreti e i corpi sono portatori di una differenza già per troppo tempo negata. Non abbiamo bisogno, per tutelare le vite e la loro varietà, di nascondere o minimizzare le differenze, quanto piuttosto di dare loro cittadinanza.
E questo è l’auspicio con cui vorrei chiudere questa breve riflessione: una società in cui la differenza del corpo non sia un motivo per marginalizzare o mortificare, ma piuttosto per nutrire tutti; una società (e una Chiesa) dove non si sopportino più luoghi in cui non possano farsi presenti legittimamente i corpi differenti con tutta la carica di significati e vissuti che portano con sé.