Un bene per tutti

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Dal 15 al 20 novembre 2019 sono stati celebrati i venticinque anni delle scuole cattoliche interetniche e interreligiose per l’Europa nate a Sarajevo per una felice intuizione di mons Pero Sudar che ne è stato infaticabile ispiratore e testimone.
In questo numero di «Dialoghi», che dedica il suo Dossier alla libertà religiosa come bene irrinunciabile e bene per tutti, ci pare particolarmente significativo raccontare questa esperienza, perché essa esprime, in maniera concretissima ed efficace, il valore del rispetto di fedi diverse e la fecondità del loro incontro per la costruzione di un mondo fraterno.
Riproponiamo nell’editoriale la storia delle scuole interetniche di Sarajevo attraverso le parole di Matteo Truffelli, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, che alle celebrazioni per l’anniversario ha tenuto una bella e intensa relazione.

Abbiamo sempre guardato all’esperienza delle Scuole cattoliche interetniche per l’Europa con grandissima ammirazione, oltre che con amicizia. Perché abbiamo sempre avuto ben chiaro, negli anni della guerra e in tutti quelli seguenti, che queste scuole rappresentavano e rappresentano un’esperienza esemplare di Vangelo incarnato nella Storia, nella vita di un popolo. Rappresentano per tutti i credenti di ogni fede una traduzione esemplare di cosa significa in concreto «amare Dio e amare gli uomini».
L’intuizione profetica di fronteggiare una guerra sorta con l’intento di sancire l’impossibilità di stare insieme scommettendo, invece, sulla promozione della convivenza e del rispetto reciproco a partire dalle giovani generazioni rappresentava e rappresenta, per noi che coltiviamo il servizio educativo come dimensione essenziale del nostro impegno nel mondo, una testimonianza straordinaria di cosa significhi credere nell’importanza di gettare seme buono, avere fiducia nell’uomo anche quando gli uomini sembrano smarrire la loro umanità, lottare per quello in cui si crede senza lasciarsi sopraffare dallo scoraggiamento. Una lezione esemplare da tanti punti di vista, quello ecclesiale, quello civile, quello culturale.
Credo che si possa dire con sicurezza che chi venticinque anni fa ha dato vita alla prima scuola cattolica interetnica ha decisamente scelto, in un momento in cui forse poteva sembrare impossibile, di avviare un processo. Un processo destinato a generare frutti, a costruire davvero la storia. Ricordo molto bene quegli anni, ricordo il coinvolgimento immediato e lo spirito di condivisione con cui tutte le associazioni diocesane si sentirono coinvolte nel progetto. Sentivamo fortissimo il bisogno di esprimere la vicinanza, l’affetto. Ricordo molto bene il grido lanciato da papa Giovanni Paolo II nel gennaio del 1994: «Mi smo s vama! – Siamo con voi, sempre più saremo con voi!». In quel grido ci riconoscemmo tutti, tutti noi imparammo quella frase nella vostra lingua, e tutti avremmo voluto che giungesse fino a voi la nostra voce per non farvi sentire soli.
Ci sentivamo colpevoli. Per l’indifferenza e la freddezza dei nostri governi e dell’opinione pubblica di allora. Come oggi ci sentiamo responsabili per l’indifferenza con cui abbiamo permesso e ancora permettiamo che il Mediterraneo sia diventato un grande cimitero, o non piangiamo per la guerra che si sta combattendo, ancora una volta, non lontano dalle porte dell’Europa, e per i tanti conflitti e le tante ingiustizie che si compiono nel mondo.
Ci sentivamo così. Sentivamo di voler trovare un modo per dire anche noi «vi siamo vicini».
E come spesso succede in questi frangenti, in testa a tutti c’erano i più piccoli, i bambini e i ragazzi dell’Acr.
La prima iniziativa che prendemmo a sostegno del popolo e dei ragazzi bosniaci fu nel gennaio del 1994, prima ancora di venire a sapere che la Chiesa cattolica stava dando vita alle scuole interetniche per l’Europa. Come ogni anno, nel mese di gennaio ricorreva quello che noi chiamiamo il «mese della pace», in cui l’Azione cattolica tutta, ma in modo particolare i ragazzi dell’Azione cattolica dei ragazzi, riflettono sui temi della giustizia, della solidarietà e della pace a partire dal Messaggio del Papa per la giornata del 1° gennaio, che Paolo VI volle dedicata alla pace.
Per scuotere l’indifferenza, per suscitare interesse e attenzione sul martirio di Sarajevo, per accompagnare come ci sembrava possibile le grandi sofferenze dei suoi abitanti, l’Acr si fece promotrice di una campagna per la candidatura dei bambini di Sarajevo al premio Nobel per la pace. La convinzione che ci spingeva era che il sangue innocente versato avrebbe potuto essere fondamento di un cambiamento, di un mondo di pace.
Chiedemmo allora ai bambini e ai ragazzi dell’Acr di compilare e spedire al nostro Centro nazionale delle apposite cartoline in cui ognuno di loro dicesse il motivo per cui voleva che il Nobel venisse assegnato ai bambini di Sarajevo. In un mese arrivarono a Roma oltre 134.000 cartoline. Accompagnate dalle motivazioni, ma anche da preghiere, da espressioni di amicizia, di solidarietà.
Non arrivò il Nobel, ma ormai si era creato un legame tra i nostri bambini e ragazzi e Sarajevo.
Ci fu poi un’occasione provvidenziale, che ci ha permesso di dare seguito al desiderio di continuare a fare qualcosa per Sarajevo: l’incontro con mons. Sudar, che aveva aperto nel novembre 1994 la prima scuola interetnica.
Da subito l’Azione cattolica italiana ha visto nella scelta di dare vita a una scuola interetnica un gesto di rottura da parte della Chiesa cattolica nei confronti di chi voleva la divisione attraverso la guerra e la violenza come un «segno dei tempi». Un gesto di grande coraggio, profetico nel senso più profondo del termine, perché sapeva leggere la storia in tutta la sua drammaticità, ma sapeva anche intravedere dentro il travaglio degli eventi la possibilità di gettare un seme di speranza.
Siamo fortissimamente convinti che ancora oggi la scelta di portare avanti le scuole interetniche per l’Europa è il modo migliore per riaffermare che è possibile costruire ciò che la violenza cerca sempre di distruggere, ciò che il potere tirannico tenta sempre di impedire, ciò che la guerra ha cercato di negare: che è possibile vivere insieme, in pace, tra diversi. Tra religioni, tradizioni, convinzioni politiche diverse. E che fuori da questo orizzonte non c’è futuro di giustizia e di pace, ma solo prevaricazione da parte del più forte.
È importante ribadirlo, non a parole, ma in maniera concreta. Attraverso dei segni tangibili, capaci di cambiare il presente e soprattutto il futuro. E la maniera più concreta per farlo è puntare su ciò che più di ogni altra cosa concorre a costruire il futuro: l’educazione, l’istruzione, la formazione di un bagaglio di conoscenze, di pensiero, di esperienze di vita buona, di umanità.
È importante ribadirlo qui, oggi, dove le cicatrici non si sono ancora rimarginate dentro le coscienze delle persone e delle comunità.
E dove tutto ha una valenza particolare, non solo per voi che abitate questa terra bellissima e profondamente ferita, ma per tutta l’Europa.
Oggi, infatti, è importante per tutta l’Europa tornare a riaffermare con convinzione che non dobbiamo smettere di credere nella possibilità di una convivenza pacifica e reciprocamente arricchente tra religioni, culture e tradizioni differenti. È importante ridirlo con forza in un’Europa che sente pericolosamente scricchiolare l’impalcatura delle proprie istituzioni comunitarie, sfidate dalla forza crescente di spinte disgregatrici, dal riemergere di forme di egoismo nazionale che speravamo superate per sempre, da rancori e rivendicazioni spesso mascherati con tinte religiose, in cui la fede viene svuotata della sua forza umanizzante per essere cinicamente ridotta a puro e semplice dato identitario, a uno strumento di odio e di divisione, invece che a sorgente di amore e di accoglienza reciproca.
L’unica strada che abbiamo davanti, in Europa come nel mondo, è quella del dialogo, della promozione di una cultura della convivenza e del rispetto reciproco, in cui la differenza non sia più percepita come un pericolo o un ostacolo insormontabile, ma come un fattore di arricchimento per tutti. È quello che papa Francesco ha detto proprio qui a Sarajevo, durante la sua visita del 2015: «Il dialogo è una scuola di umanità e un fattore di unità, che aiuta a costruire una società fondata sulla tolleranza e il mutuo rispetto». Una convivenza vera, che non omologa, ma si fonda sulla reciproca disponibilità ad accettarsi e a rispettarsi nelle proprie differenze. È questa la sola strada che possiamo percorrere, se vogliamo avere un futuro di pace e non di violenza, di benessere e non di devastazione, di serenità e non di odio reciproco.
Lo dico pensando a diversi Stati europei, in cui stanno emergendo segnali allarmanti di ripresa di sentimenti xenofobi, e dove hanno successo forze politiche che costruiscono la propria affermazione sopra le paure e il senso di disorientamento che la globalizzazione ha portato con sé. E lo dico pensando allo scenario internazionale, in cui sembrano prevalere spinte isolazionistiche e progetti di arroccamento identitario, portati avanti nell’illusione che la costruzione di nuovi muri o nuove recinzioni di filo spinato possano davvero fermare la storia. Bisogna dimostrare che la convivenza tra le differenze è una strada possibile, che è l’unica strada possibile, nonostante tutti gli ostacoli che possono renderla difficile da percorrere. Ed è una strada che parte sempre dallo stesso punto: dalla frequentazione reciproca, l’incontro tra persone, volti, nomi e storie diverse, per superare insieme le ragioni di estraneità, di diffidenza, di timore reciproco. E poi dall’educazione, dalla conoscenza che aiuta a intravedere un futuro diverso, migliore di quello che a volte può sembrare essere già scritto. È per questo che l’Azione cattolica italiana è convinta che le vostre scuole interetniche per l’Europa rappresentino, ancora oggi, una proposta profetica in cui bisogna continuare a credere. Ed è per questo che siamo qui a ripetere ancora una volta: «Siamo con voi, sempre più saremo con voi: mi smo s vama!».

 

La Bosnia ed Erzegovina è un piccolo Paese (51.129 kmq) nel Sud dell’Europa centrale.
A causa della sua posizione geografica e della sua secolare storia è stata regione d’incontro per diversi popoli, culture e religioni ma, non di rado, anche di scontro.
Nell’ultima guerra (1992-1995) sono state uccise circa 278.800 persone, per la maggior parte civili, e quasi un terzo della popolazione (1.250.000) è stato cacciato dal paese. Per giustificare tutto questo la propaganda si è servita della teoria dell’intolleranza etnica e della contrapposizione religiosa. Le scuole cattoliche interetniche e interreligiose nascono a Sarajevo mentre la guerra è ancora in corso come segno e modello di convivenza e laboratorio di pace. In sette anni il numero degli alunni sale dieci volte e nuove scuole si aprono a Zenica e Tuzla. Oggi in Bosnia-Erzegovina sono attive quattordici scuole in sette centri scolastici (Sarajevo, Zenica, Tuzla, Travnik, Žepcˇe, Banja Luka e Bihac´), con 4533 alunni e 576 docenti.