Chiesa, economia e sostenibilità: un cammino di speranze, idee, scelte

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La Chiesa del terzo millennio, guidata da papa Francesco, sta promuovendo un processo di trasformazione culturale che ha l’ambizione di coinvolgere l’economia, la politica e la società civile in un grande progetto di umanizzazione delle filiere produttive materiali e immateriali, fondato sulla centralità della cultura della cura e sull'idea di conversione ecologica.

Complessi, immateriali, liquidi. Così siamo abituati, da oramai almeno trent’anni, a definire il nostro tempo e i nostri spazi di vita. Il riferimento chiaro e costante è all’incertezza, alle diversificazioni, alla mutevolezza che contraddistinguono la società in cui viviamo e davanti alle quali sembrano consolidarsi sempre di più risposte individualistiche, parcellizzate, temporanee.
Spesso ci arrendiamo ad essere narrati come costruttori di una cultura che ci ha separati gli uni dagli altri, che ha spezzato i legami di solidarietà tra gli esseri umani e quelli di cura tra le comunità e l’ambiente naturale. E in effetti la nostra economia sembra essere diventata, purtroppo, un amaro non governo della produzione e della delocalizzazione industriale: nell’era della globalizzazione, infatti, la Terra è stata ridotta il più delle volte ad essere uno scacchiere sul quale le imprese spostano asetticamente le pedine rappresentate dagli impianti di produzione nei luoghi in cui i vantaggi sono di volta in volta superiori. E per vantaggi vanno intesi i più bassi livelli salariali, la sindacalizzazione soft, le norme ambientali leggere o del tutto assenti. In altre parole, la delocalizzazione della produzione industriale rappresenta da almeno trent’anni una delocalizzazione del rischio: quello della sicurezza dei lavoratori e quello del danno agli ecosistemi naturali.
Ma se raccontiamo l’economia contemporanea soltanto alla luce della grammatica brutale del profitto o di quella che Francesco ha chiamato efficacemente globalizzazione dell’indifferenza, stiamo escludendo dalla lettura del mondo tutto il Bene che invece anima tante comunità e altrettanti mercati. Sono ovunque, infatti, i semi della corresponsabilità: numerosissime le esperienze di imprese che operano applicando i princìpi dell’ecologia integrale espressi da papa Francesco nella lettera enciclica Laudato si’; soltanto in Italia, nel percorso di preparazione della 49° Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, tenutasi a Taranto lo scorso ottobre, sono state mappate ben 271 buone pratiche di etica e sostenibilità, da Nord a Sud, a tratteggiare un Paese percorso dalla speranza e dalla fiducia di chi costruisce il cambiamento a partire dal proprio impegno personale. Ed è proprio questa l’esortazione che il papa ha indirizzato ai partecipanti ai lavori di Taranto: «Camminare con audacia sulla strada della speranza». È con coraggio, infatti, che si realizzano le svolte, uscendo dalla propria comfort zone, dove il beneficio è individuale, e dandosi slancio con abitudini nuove, in grado di generare benefici condivisi: questo transito verso uno spazio di bene comune è ineludibile perché le fondamenta della nuova economia abbiano basi solide e resistenti alle scosse che vengono dalle debolezze del profitto e dalle derive dello sfruttamento.

La Chiesa del XXI secolo è in cammino proprio su questa strada, che il pontificato di Francesco sgombera con perseveranza, vigore e dedizione dai rischi della timidezza e della mediocrità, come dimostrano la convocazione, nel 2019, della rete globale The Economy of Francesco, e i numerosi atti di incoraggiamento che il papa ha rivolto, ad esempio, agli attivisti del movimento ambientalista Friday for Future, incontrati l’ultima volta in piazza San Pietro lo scorso settembre, e al Comitato della Gioventù della FAO impegnato a Roma lo scorso ottobre nel World Food Forum per la progettazione di strategie per la “fame zero”, nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU per il 2030.
Non ci sono scorciatoie possibili: per trasformare la Terra in una casa comune, è necessario sedersi tutti alla stessa tavola e ragionare da commensali che condividono il pasto con la gioia di stare insieme e la disponibilità a farsi carico del lavoro di preparazione e riassetto della mensa.
Le condizioni di estremo depauperamento degli ecosistemi naturali e di grave alterazione degli equilibri ambientali, infatti, ci chiamano ad allenare la corresponsabilità e a farci carico con generosità del peso delle soluzioni da adottare, per riparare i danni già cagionati e prevenire quelli futuri: l’equità intergenerazionale e intragenerazionale, alla base del principio di sviluppo sostenibile, non è altro che la restituzione scientifica di quella che Francesco ha chiamato cultura della cura, identificando in essa la via maestra per costruire la pace. Se non saremo buoni custodi del Creato, non potremo essere veri costruttori di pace. È proprio su questo punto che scienza e fede si abbracciano nel delineare il percorso da seguire perché il Futuro sia per tutti e di tutti: le evidenze scientifiche, infatti, vanno sposate con la profondità dello slancio spirituale perché quella conversione ecologica tanto auspicata da Francesco non resti una mera sequenza di obiettivi materiali ma sia un autentico progetto di generatività sociale e spirituale cui chiamare imprenditori e consumatori, politici e cittadini.
Generare futuro è la vocazione della Politica con la P maiuscola e infatti il papa invoca strenuamente un cambiamento di rotta non soltanto nella nostra vita privata, ma ci ricorda che un futuro sostenibile è possibile solo a patto che anche la politica sia trasformata da una passione per l’umano capace di rifondare l’economia sul pilastro della fraternità, perché, come ricorda papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, richiamando Benedetto XVI, «la società sempre più globalizzata ci rende vicini ma non ci rende fratelli».
L’itinerario da percorrere è quindi civile, politico e spirituale a un tempo: se, infatti, il linguaggio della politica e quello dei movimenti sociali snoda il suo percorso intorno alla semantica della transizione ecologica, lo sguardo lungimirante del cristiano deve scorgere in essa la mèta della trasformazione spirituale e proporla a partire dalle scelte e iniziative della propria stessa vita, a testimoniare un passo che incede con coraggio in una prospettiva di speranza.
Sostenibile è, allora, un’economia che abita la società, che risponde ai suoi bisogni senza sfidare la capacità di carico degli ecosistemi, un’economia dallo sguardo lungo sulla storia, che sappia quindi custodire il presente per generare futuro. Un progetto la cui costruzione non può essere affidata soltanto ai soggetti d’impresa, ma di cui va condivisa la responsabilità sui piani economico, politico e civile. In questo cammino la Chiesa è e sarà una grande protagonista, perché, guidata dal grande slancio di papa Francesco, sprigiona in questi anni più che mai l’entusiasmo di organizzare la speranza, per utilizzare un’espressione di don Tonino Bello: quella del terzo millennio è una comunità ecclesiale che non teme il cambiamento ma che anzi lo governa con coraggio e senza mai estraniarsi dalla storia, compiendo le scelte necessarie anche quando impopolari, con la consapevolezza che per custodire l’Uomo bisogna custodire il Creato.