L’inedito nella Chiesa. Missione e visione

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Dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana, un percorso per ripensare l’annuncio e il dialogo con le comunità cristiane e con le fedi presenti sul territorio.

Se c’è una cosa che caratterizza la vita cristiana è l’inedito della risurrezione. Mai dovremmo rinunciare a lasciarci travolgere da questo mistero, nel quale e grazie al quale siamo nati. L’esperienza cristiana, che ha nella Chiesa delle origini il suo principio e fondamento, è la continua traduzione dell’inedito di Dio nel vissuto di coloro che in Cristo sanno di essere il suo corpo trasfigurato: popolo in cammino. Se così non fosse, per la vocazione che ha ricevuto nella Pasqua del Signore, la Chiesa non sarebbe Chiesa. Il Concilio Vaticano II ha ridetto, con l’autorevolezza e la potenza dello Spirito, il tremendum et fascinans dell’inedito. Il processo di risurrezione, che il Padre ha avviato nel Figlio, è in atto ed è infinitamente più grande dei nostri progetti pastorali, nei quali tuttavia si innerva, perché così ha scelto il Signore per noi (Fil 2,5-11). Siamo dunque investiti da una azione dello Spirito che ci chiede l’obbedienza della fede. Si tratta della legittimazione di un nuovo metodo missionario, così come ci è stato trasmesso dalla Chiesa delle origini, narrata negli Atti degli Apostoli.
Una delle costanti del metodo missionario, che ci è stato con-segnato dalla Chiesa primitiva, è quello di essere attenti ai segni che il Signore non fa mancare. In quei segni Egli guida la sua Chiesa, la orienta. A sua volta, la Chiesa si sente presa per mano dal Signore. Alcuni di questi segni hanno chiesto alla Chiesa delle origini di avviare un processo di transizione, entro il quale essa stessa si sente parte viva dell’azione trasfigurante della risurrezione del Signore. In particolare evidenziamo la conversione dei pagani alla fede senza passare per la circoncisione. Lo Spirito del Signore risorto è capace di toccare e ferire il cuore di molti (At 2,37) e molti, appartenenti a diverse lingue, etnie e popoli, trovano nella Parola di Dio la consolazione e la pace, il perdono e la liberazione dal male, e chiedono di far parte della comunità. La legittimazione di un nuovo metodo missionario, che gli Atti degli Apostoli ci trasmettono, accompagna da sempre il vissuto della Chiesa e la ritroviamo nei documenti del Concilio Vaticano II e nel magistero dei papi del Concilio e del post-Concilio. Sicuramente l’Ecclesiam suam ha avviato pro-cessi senza i quali alcuni documenti conciliari forse non avrebbero mai trovato la loro scrittura nel travaglio del processo conciliare. E così via, fino al discorso tenuto a Posillipo da papa Francesco. Questo sintetico ma necessario preambolo è per noi importante per contestualizzare le cose che andremo a scrivere. Infatti, la legittimazione di un nuovo metodo missionario, trasmessoci dagli Atti degli Apostoli, coinvolge anche noi e ci indirizza a porci le seguenti tre domande:
– Che cosa è chiesto al cristiano credente e pensante di oggi in rapporto all’altro da me?
– Quali sono le novità rispetto al passato?
– Quali sono gli strumenti formativi utili per innescare la percezione dei processi generativi dello Spirito? Tali domande declinano un percorso che l’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Conferenza episcopale italiana (Unedi) ha avviato negli ultimi tempi, dopo essere stato investito dalla presidenza e dalla segreteria generale della Cei del compito di essere la sede di un Osservatorio permanente. Alla formulazione di queste tre domande l’Unedi arriva dopo l’ascolto di quindici conferenze episcopali regionali su sedici e dopo aver incontrato ufficialmente quattro volte negli ultimi tre anni le realtà locali:

a) la prima volta incontrando il vescovo delegato regionale e l’in­caricato regionale (entrambi nominati dalla Conferenza epi­scopale regionale) insieme ai delegati diocesani e le commis­sioni ecumeniche locali;
b) la seconda volta con la costituzione delle équipes regionali per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Queste équipes sono presiedute dal vescovo delegato regionale e coadiuvate dall’in­caricato regionale, che coordina i quattro referenti regionali di area (ecumenismo, ebraismo, islam, religioni dharmiche). Insieme alla costituzione delle équipes, l’Unedi ha proposto ai responsabili generali di gruppi, associazioni, movimenti, so­cietà di vita apostolica, istituti religiosi, circoli culturali e fe­derazioni, di nominare un loro referente nazionale che avvii nella propria realtà ecclesiale processi attenti alla dimensione ecumenica e interreligiosa. Ad oggi l’Unedi è in contatto con venticinque referenti nazionali delle realtà ecclesiali; 
c) la terza volta con l’avvio di una metodologia di azione pastorale dialogica attraverso l’Osservatorio permanente Unedi; 
d) infine, negli ultimi mesi, l’Unedi ritorna in presenza sui terri­tori con una formazione metodologica per le équipes regionali, affinché siano attive in loco interagendo con le diocesi.

L’avvio di questi inediti processi per l’ecumenismo e il dialogo inter­religioso italiano si è reso necessario e utile per sdoganare l’idea che essi siano una “cosa di nicchia”, incoraggiando le Chiese locali a in­tercettare, negli intrecci del vissuto quotidiano, l’inedito dell’azione dello Spirito, che fa essere la Chiesa, qui e ora, così come la vuole il Signore. È quello che hanno fatto Pietro, Barnaba, Paolo e Filippo. E, come loro, anche noi oggi siamo chiamati a continuare la scrit­tura degli Atti, lasciata volutamente aperta nel finale dal suo autore.
Al cristiano credente e pensante di oggi – cioè al vescovo, al pre­sbitero, al diacono, al laico e alla laica, al consacrato e alla consa­crata – è chiesto di vivere quello che hanno vissuto i discepoli di Emmaus (Lc 24), cioè di accorgersi dei segni inediti della risur­rezione che accompagnano il cammino della Chiesa nella storia quotidiana: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo la via?» (v. 17).
Le parole del Maestro sono vive ed efficaci anche oggi. Favori­scono il prolungamento di quel discernimento ecclesiale che fu chiesto alla Chiesa delle origini su alcuni fatti accaduti, e oggi è chiesto a noi sui fatti che stanno accadendo. Una vera e propria cura nell’indicare l’urgenza, la necessità, l’inevitabilità di passa­re dall’approssimazione alla consapevolezza di alcuni segni, tra i quali, oggi, spiccano quelli del pluralismo confessionale e interreligioso presente nei territori italiani. Una presenza che segna la vita delle nostre comunità cristiane.
Che l’ecumenismo e il dialogo interreligioso si siano innervati nei territori italiani, lo dicono gli anziani curati dalle donne dell’Eu­ropa orientale o asiatiche. Lo dicono gli studenti di ogni ordine e grado che quotidianamente abitano l’esperienza scolastica e universitaria insieme a coetanei di altre confessioni cristiane e altre religioni. Lo dice l’esperienza del lavoro, di ogni genere, convissu­to e condiviso con donne e uomini di diverse tradizioni religiose. Senza dimenticare i luoghi più sensibili, come l’ospedale, il carce­re e, non ultimi, quelli della carità.
Bastano questi piccoli accenni per accorgersi di come l’ecumeni­smo non possa essere ridotto alla preghiera per l’unità dei cristiani celebrata una volta all’anno da una cerchia ristretta, così come anche il dialogo interreligioso non può essere confinato dentro alcuni momenti di mutua conoscenza e di confronto.
Dobbiamo ammettere che, dal Concilio Vaticano II ad oggi, ab­biamo investito, là dove è stato fatto, più sulle relazioni con i partner ecumenici e interreligiosi che sulla formazione dei fedeli delle comunità cristiane. Dove per “comunità” non è da intender­si solo la parrocchia, ma tutti i settori che declinano l’azione pa­storale di una Chiesa diocesana. A partire dal consiglio pastorale diocesano e dal consiglio presbiterale diocesano.
La novità rispetto al passato è ora quella di investire perché il delegato per l’ecumenismo e il dialogo interagisca sempre più con i diversi uffici diocesani, per coordinare un’azione nei vari settori della pastorale ordinaria. Per questa ragione l’Unedi, sede dell’Osservatorio permanente, sta consegnando alle varie diocesi una scrivania digitale, affinché l’Ufficio diocesano, attraverso il delegato, e la Commissione ecumenica e interreligiosa siano nelle condizioni di svolgere un servizio pastorale. Tutto questo ha lo scopo di scrivere in modo ordinato ciò che lo Spirito del Signore risorto compie nella Chiesa: gli incontri, i dialoghi, i percorsi con i fratelli e le sorelle di altre confessioni cristiane e di altre religioni. È uno strumento da utilizzare affinché nulla vada perduto, ma sia raccolto e divenga utile al discernimento ecclesiale.
Nel contesto del cammino sinodale che stiamo vivendo in questi mesi, tutto ciò accompagna e incoraggia il tempo dell’ascolto. Ci auguriamo che possa permanentemente caratterizzare lo stile di una Chiesa in uscita e dialogica.
La “tavola di lavoro” è il luogo in cui il delegato appunta cose importanti, scrive le proprie riflessioni, riordina e compara i dati e, in tale comparazione, legge e interpreta, per poi raccontare in modo ordinato (Lc 1,1-4) al vescovo, alla diocesi, secondo le op­portunità e le modalità che la vita pastorale offre. Tutto questo significa essere meno approssimativi e più consapevoli di ciò che ci è dato e di ciò che ci è chiesto dallo Spirito.
Il mettere ordine vuol dire dare valore al servizio pastorale che si sta svolgendo; dare attenzione e cura alle relazioni invece di sciupare i doni; dare nome alle fragilità e farsi prossimi nelle si­tuazioni più difficili. Sarà poi l’uso della scrivania digitale che permetterà di integrare, aggiornare, arricchire, affinché il sevizio pastorale porti i frutti di ciò che il Signore semina a piene mani nei territori delle nostre diocesi.
Venticinque diocesi italiane si sono messe in gioco per un eserci­zio pastorale che ha lo scopo di introdurre il servizio per l’ecume­nismo e il dialogo interreligioso come un vero e proprio metodo di azione pastorale. Alcune diocesi con grandi città, altre con città più piccole, altre ancora riunite insieme a livello regionale con un approccio interdiocesano, stanno scrivendo, nel vissuto dei processi pastorali, l’avvio di percorsi che hanno come obiettivo quell’aliud modus di essere che la Chiesa delle origini ci ha tra­smesso e che i documenti conciliari hanno (ri)consegnato a tutta l’Oikoumene.
Concretamente si tratta di tre passaggi utili a un unico obiettivo, quello di sentire e gustare la percezione dei processi generativi dello Spirito. Di fatto si tratta di passare dal sospetto alla fidu­cia attraverso l’intreccio della coerenza. Nel contingente si toc­ca la verità del nostro vissuto, cioè là dove veniamo messi alla prova anzitutto con noi stessi. È questa, da sempre, la vocazione abramitica di andare verso noi stessi (Gen 12,1). E la vocazione di Abramo, Gesù la porta a compimento, la consuma (Lc 9,51; Gv 13,1ss; Eb 12,1-2). Questa assunzione continua poi nella Chiesa (At 1,9-11) con segni inediti dei processi attivi dell’azione trasfigurante della risurrezione.
Sdoganare l’ecumenismo da una cosa di nicchia vuol dire testi­moniare la gioia di essere me stesso proprio nel momento in cui mi incontro con l’altro e nel momento in cui l’altro mi chiede di essere me stesso, cioè di essere coerente con la Parola del Signore, che mi invita a non voltarmi dall’altra parte nel momento in cui sono chiamato, nei fatti inediti della vita personale ed ecclesiale, a dire chi sono (cfr. Fratelli tutti, n. 56-86). Gli esercizi che le venti­cinque diocesi pilota hanno progettato e programmato di avviare, hanno proprio questo scopo.
Il Convegno nazionale per i delegati diocesani per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso del prossimo ottobre 2022 sarà un mo­mento importante di raccolta dei dati, di discernimento e di vi­sione. È bello poter qui evidenziare come tutto questo stia trovan­do nei partner ecumenici e interreligiosi la stima e il convergere differenziato di pensiero e di progetto.