Una questione di sguardo

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Ci vuole un’arte particolare per raccontare la vita. E devo dire che l’ho trovata in due libri letti in questa calda estate, mentre lavoravamo al numero 3 di «Dialoghi». I testi sono: Come d’aria di Ada d’Adamo1 e Guarda le luci amore mio di Annie Ernaux2. Due testi molto diversi tra loro, ma accomunati da uno sguardo sulla concretezza della vita e delle situazioni che fa vedere quello che sfugge a osservatori distratti, a stereotipi di segno diverso, o a vuote prospettive ideologiche.

Come d’aria è un racconto accorato, una comunicazione del cuore scritta dall’autrice, morta poi di cancro, come parlando con la figlia Daria affetta da una gravissima disabilità che la rendeva completamente dipendente. È il racconto di sedici anni di vita vissuta in una relazione così profonda da portare ad essere una cosa sola, ad avvertire sulla propria carne, nel proprio corpo la disabilità, la malattia e la sofferenza di quella figlia adorata che le aveva sconvolto l’esistenza. È un racconto delicato e intenso che attraversa la fatica, la sofferenza, la rabbia, lo sconforto e la stanchezza infinita; che non tace il disorientamento, il senso di ribellione, i sensi di colpa; ma che restituisce anche, con delicatezza infinita, l’intimità, i momenti di gioia, il coraggio e la lotta, la complicità, la tenerezza di una comunicazione che si realizza oltre gli schemi consueti, al di là delle parole che non potranno mai essere pronunciate, ma in maniera profondissima. È una questione di sguardo. Uno sguardo che sa percepire quello che altri non vedono, che sa sentire l’altro, avvertire le più intime sfumature di quello che accade, senza retorica, senza alcuna volontà di esibizione, ma semplicemente vivendo la relazione, le relazioni che ad essa si legano e che da essa in alcuni casi sono generate, fino in fondo. Uno sguardo che è reso penetrante dall’amore.

Anche nel libro di Annie Ernaux è una questione di sguardo. Lo sguardo che poniamo sul quotidiano più consueto e banale, quello che ci scivola addosso in una apparente insignificanza. Che cosa c’è da raccontare di un supermercato? Cosa c’è da vedere al di là degli scaffali, delle file, della meccanicità dei gesti tutti uguali, della ritualità dettata dalle leggi del consumo e della produzione di massa? Eppure a quello che passa nei supermercati, ai volti, alle storie intuite, alla vita o alle vite che essi raccontano è dedicato un libro che si legge tutto d’un fiato, assolutamente non scontato e in cui ritrovarsi ad ogni passo, perché c’è quello di cui anche noi facciamo esperienza ma che qui, nel racconto, prende corpo e che, attraverso il racconto, impariamo a vedere. È una questione di sguardo.

Si può scorgere e intuire più di quello che appare, se lo si sa interiormente avvertire. Una questione di sguardo, ma più ancora di emozioni a cui fare spazio, da cui lasciarsi condurre. Una questione di visione3 , potremmo dire, e di sentire. Quello che vediamo dipende dal nostro sentire. Non è quello che sta semplicemente dinanzi a noi, in una estraneità che ci lascia indifferenti, ma quello che ci coinvolge, ci implica; che sappiamo portare dentro di noi, in cui ci immergiamo e da cui ci lasciamo attraversare. Vale per le situazioni quotidiane e vale, ancor di più, per quello che riempie la nostra esistenza determinandone il corso, per le relazioni e gli affetti, per le scelte che danno forma alla vita, per quello che ci accade, per la storia che con altri condividiamo lì dove siamo, per quello che accade nel mondo in un altrove lontano ma in realtà vicinissimo da cui lasciarsi toccare. Una questione di sguardo e di un sentire che può aiutarci a vedere, a spingere oltre lo sguardo. Si tratta di chiedersi allora che «cosa vedi?» (cfr. Ger 1,11); che cosa vediamo, quanto riusciamo a vedere, a sentire la vita in noi e intorno a noi? È la domanda che risuona continuamente nella Scrittura, e nei Vangeli in modo particolare; la domanda posta ai profeti, e alla sentinella nella notte. Scrutare l’orizzonte, la novità che sopraggiunge è possibile solo se lo sguardo si immerge in ciò di cui facciamo esperienza ogni giorno, se apprendiamo l’arte dell’intus legere che è intelligenza, ma che è prima di tutto sapienza del vivere, capacità di avvertirne il senso e il sapore, di lasciarsi spiazzare, e a volte sconvolgere da quel che viviamo, ma anche di consentire che esso ci sorprenda, ci commuova e spezzi le nostre rigide strutture di difesa, faccia cadere i muri dell’indifferenza.

In un numero in cui cerchiamo di riflettere su Vangelo e politica a partire dallo stile di Gesù di Nazaret, la questione dello sguardo si impone. Nello stile di Gesù c’è un modo di guardare la realtà, che traspare soprattutto dalle parabole, che scompagina gli schemi di lettura consueti e che nel quotidiano invita a riconoscere il Regno di Dio che viene. Lì dove non ci si aspetterebbe di poterlo trovare. Nell’ordinarietà nei gesti più minuti guidati dall’abitudine, nelle fatiche e nelle sofferenze della vita, nei momenti della festa e dei legami ritrovati. È l’invito a non fermarsi alla superficie, a non lasciare che il nostro sguardo sia catturato dalla parzialità, dal pregiudizio, da logiche di dominio o di controllo. La libertà di Gesù è nel suo sguardo ed è nello sguardo che ci invita a porre sulle cose e sulle persone.

Ci si potrebbe chiedere che cosa c’entri questo con la politica. Nulla se la politica si riduce a giochi di potere, a tecniche di propaganda e di conquista del consenso; moltissimo se ne ritrova invece il senso originario di arte del vivere insieme. Anche nella politica in fondo è questione di sguardo. Dello sguardo sulle cose e sugli eventi che ci viene trasmesso da una sofisticata ed efficacissima macchina comunicativa che sa giocare con le emozioni, i desideri, i sentimenti più nascosti e più fortemente coinvolgenti. Il modo di raccontare quello che accade non è mai neutrale, non lo sono neppure le immagini poste sotto i nostri occhi. E questo sguardo compone il reale secondo gerarchie di significati che si condensano in simboli e miti di cui il potere dominante ha bisogno per reggersi.

Ma è una questione di sguardo anche per chi esercita una responsabilità di governo, dello sguardo con cui si è capaci di avvertire oppure di ignorare, o peggio ancora di mistificare e utilizzare le sofferenze, il dramma delle disuguaglianze, la disperazione e il degrado delle tante periferie del sistema, ma anche le risorse, le potenzialità, il desiderio di riscatto, i sogni e gli slanci di creatività, le possibilità di bene e di incontro, il tessuto di relazioni buone che la polis, ognuna delle nostre città custodisce in una profondità bisognosa di essere avvertita interiormente per essere riconosciuta e poter emergere.

La politica è prima di tutto una questione di sguardo anche in ordine al futuro che è in grado di costruire. Non c’è futuro se ci si limita a difendere gli assetti già dati, se lo sguardo è schiacciato sul presente nell’incapacità di ricostruirne la storia. L’azzeramento della coscienza storica porta a pensare che non ci sia un altro modo di essere insieme, che non sia quello del sistema dominante. Il modo migliore «per dominare e avanzare senza limiti – annota papa Francesco nella Fratelli tutti – è seminare la mancanza di speranza»4 , alimentare uno sguardo che non sa proiettarsi in avanti, incapace di cogliere il divenire e perciò incapace di immaginare un vivere altrimenti.

La politica come arte del vivere insieme ha bisogno invece di ritrovare uno sguardo che sa guardare lontano perché sa andare in profondità, che sa liberare la forza utopica e costruttiva delle grandi parole, il desiderio di incontro e di comunione, di autentica fraternità, al fondo delle nostre storie e della storia comune. Perché il nostro vivere insieme si costruisca secondo verità e giustizia, secondo speranza, bisogna saper guardare. È una questione di sguardo appunto.

Note

1 A. D’Adamo, Come d’aria, Elliot, Roma 2023.

2 A. Ernaux, Guarda le luci amore mio, tr. it., L’orma editore, Roma 2022.

3 Cfr. A. Potente, Il nocciolo e la scorza. La realtà e il suo senso, Paoline, Roma 2020.

4 Ft 15.